Chi accidenti è il dongiovanni timido? E la cara amica?


[...] Naturalmente mi mancava il Capitano MacWhirr. Appena l'ho raffigurato, mi sono accorto che era l'uomo che faceva per me. Non voglio dire che io abbia mai visto il Capitano MacWhirr in carne ed ossa, o che io mi sia trovato in contatto con la sua pedanteria e la sua indomabilità. MacWhirr non è il frutto di un incontro di poche ore, o settimane, o mesi: è il prodotto di vent'anni di vita, della mia propria vita. L'invenzione cosciente ha avuto poco a che fare con lui. Se anche fosse vero che il Capitano MacWhirr non ha mai camminato o respirato su questa terra (il che, per conto mio, è estremamente difficile da credere), posso tuttavia assicurare ai lettori che egli è perfettamente autentico

Joseph Conrad, dalla Nota a Tifone.



Di tanto in tanto, uno dei venticinque lettori di questo arruffato blog chiede cose del tipo: "Ma chi è l'amica a cui scrivi sempre? Hai una piazza [nel gergo dell'hinterland milanese, liaison sentimentale di vario ordine e grado, Ndr] e non dici niente?". Oppure: "Sei tu, vero, 'sto dongiovanni timido? Ma com'è che ti succedono tutte le cose che racconti, quando in realtà nel tempo libero sei sempre a spasso con noi oppure a fare gli sbattimenti negli spazi sociali?". E via discorrendo.

Ecco, ci tenevo a precisare che i nebulosi personaggi citati, così come le situazioni/riflessioni che vi ruotano intorno, sono prodotti di finzione. Poi, è chiaro che magari si prende in qualche modo spunto dalla realtà, ma i riferimenti a persone e cose realmente accadute non sono che un punto di partenza. Da lì si imbastiscono racconti più ampi e farciti di elementi inventati come un kebab completo alle tre del mattino. E quindi non c'è un dongiovanni timido né corrisponde a chi materialmente scrive queste righe, così come la cara amica è una sorta di frankenstein di parole messe in fila.

Questi personaggi sono perciò meno umani di - che so - Mario e Antonietta, persone in carne ed ossa? A mio parere no. Il loro essere verosimili vorrebbe parlare la lingua di un vissuto universale, in cui ciascuno possa - a modo suo - specchiarsi e riconoscersi. Almeno, questa è l'idea. Poi, chissà se ci si riesce.







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