martedì 27 ottobre 2015

Non è una città per giovani



Radio Baltica
883 - Con un deca


Pensavo che mi è rimasto in sospeso un bestiario pavese: per raccontare – sebbene in forma caricaturale – glorie e miserie di questo pezzo di provincia lombarda attraverso i personaggi che la popolano. Cittadina verso cui non riesco ad avere un’opinione definita, né sentimenti univoci: non mi sembra un granché, ma nemmeno la bombarderei come fece la Nato con Belgrado nel 1999 [Così pensavo nel 2011, oggi ho un'opinione un po' diversa].

Quando anni fa gli inossidabili 883 cantavano "due discoteche e centosei farmacie", riassumevano in una frase alcune caratteristiche che saltano subito all’occhio di un osservatore attento. La prima, contundente, realtà di Pavia è l’invecchiamento demografico degli indigeni: non è una città per giovani. Prova ne è la scarsissima considerazione che la città nel suo complesso (dall’amministrazione comunale agli abitanti) ha verso questa categoria. Gli spazi di libera aggregazione e socialità si riducono anno dopo anno, al punto che oggi se ne contano solo due. Le politiche giovanili non sono all’altezza di una città che ama definirsi universitaria. I festival artistici creati dal basso sono tollerati solo se relegati ai margini dell’abitato. Dopo le ore ventitré zelanti vicini di casa non esitano ad appellarsi alle forze dell’ordine: occorre infatti mettere fine alle feste clandestine negli appartamenti in affitto, oppure ai capannelli di suonatori di chitarra e bevitori di birra che si radunano per strada nei mesi più caldi. 

Ciò che rende minimamente tollerati gli esemplari di giovani (in gran parte forestieri) che sciamano ogni anno nella cittadina padana è la loro funzione sociale di consumatori. Del resto, per quanto fastidiosi e rumorosi, per quanto dediti alla promiscuità sessuale e all’uso di sostanze psicotrope, per quanto lontani dai valori della solida e produttiva tradizione lombarda, questi insopportabili giovani affittano camere (spesso in nero) a caro prezzo, comprano libri e quaderni, fanno fotocopie, consumano focaccine e piadine, nonché birre e "bianchi sporchi" (bevanda alcolica locale a base di vino bianco e Campari). Insomma, spendono quei soldi che consentono a bottegai avidi e stolidi di continuare a campare in un posto che altrimenti sarebbe una specie di deserto dei tartari. 

Il fatto che queste due tendenze – l’avversione verso i giovani e il loro essere economicamente necessari – vadano in rotta di collisione sembra sfuggire a molti, moltissimi, a parte una serie di lodevoli eccezioni. Sfugge anche al fintogiovane sindaco del pidielle (anagraficamente giovane, ma vecchio per cultura e prassi politiche). Ma in fondo chissenefrega: gli studenti fuori sede non sono residenti e mica votano. Mentre i pochi giovani autoctoni che provano dire la loro, si sa, sono tendenzialmente una banda di giovani dei centri sociali, drogati, e magari pure froci.



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