lunedì 28 settembre 2015

Una recensione più che altro



Il giorno in cui ho finito di leggere "La questione più che altro" di Ginevra Lamberti (Nottetempo, 2015) sono andato a trovare i raga, alcuni amici che gestiscono un negozio di riparazione e vendita di biciclette. Giunto sul posto, ho incontrato Baulone, che come si intuisce dal soprannome è grande e grosso. Baulone aveva un serpente al collo a mo' di sciarpa. Baulone, ti sei accorto di avere un serpente intorno al collo? - gli chiedo. Certo, è il mio pitone. Si chiama Alexander e lo sto portando a fare una passeggiata. Vuoi tenerlo sul collo per un po'?. Ehm, no grazie, sono di fretta. Fa' come se avessi accettato.

L'aneddoto di cui sopra non è affatto collegato al libro, ma la situazione surreale e il relativo dialogo avrebbero potuto tranquillamente essere presi dal testo.

Il libro di Ginevra infatti è così: surreale nelle situazioni, nei dialoghi, nei personaggi e nei loro soprannomi (la Genitrice, il gatto Puccio, la Piccola Lavatrice). Mi ha fatto pensare - in quanto appassionato dilettante di letteratura ispano-americana - a don Ramón María del Valle-Inclán e alla sua più celebre invenzione, l'esperpento (giusto per fare un titolo: "Luci della bohème"). Ché alla fin della fiera l'esperpento è tipo il teatro dell'assurdo ante litteram, dato che il Valle-Inclán passò a miglior vita nel 1936, appena una manciata di mesi prima dello scoppio della Guerra Civile Spagnola. Lui stesso era un personaggio che sembrava uscito da uno dei suoi testi, coi sui occhialini rotondi, la barba lunghissima e privo di un braccio - amputato per le complicazioni delle ferite dovute a una rissa da osteria, in cui la leggenda narra lo avessero infilzato con una forchetta. Il mio primo incontro con Valle-Inclán avvenne nel parco dell'Alameda di Santiago de Compostela, ove incappai in una statua che ti guarda beffarda da una panchina su cui appoggia le coltissime terga. Ma forse sto divagando.

Un'altra cosa che colpisce subito il lettore è lo stile che percorre tutto il libro. Aderente alla lingua parlata, immediato, intriso di un'ironia a tratti bonaria e a tratti tagliente. Azzardo una chiave di lettura, già che mi sto improvvisando critico letterario: lo stile della giovane autrice (classe 1985) si intuisce essersi forgiato nella palestra del suo blog (inbassoadestra.net), da cui si carpiscono sprazzi della sua biografia che, nel bene e nel male, la collocano nel malconcio e trito contenitore della generazione sballottata tra università, vita da expat, crisi e precarietà esistenziale oltre che lavorativa.

E qui veniamo ai contenuti del romanzo di Ginevra. Che sì, va bene, narra le disavventure di una precaria che viene dalla provincia profonda, che finisce pure lei a lavorare in un call center, che attraversa luoghi e non-luoghi e acchiappa un contratto decente per fare l'accalappia-turisti (parole sue) nella filiale veneziana di una catena americana. Ma fermarsi al dato della sfiga generazionale credo sia insufficiente, oltre che ingeneroso. Già, perché nel libro di Ginevra troviamo una serie di temi universali che compongono e/o lacerano il tessuto della vita di ogni essere umano: ricerca di senso, arrembaggio alla vita adulta, fobie, malattia, morte, elaborazione del lutto, amicizia, amore. E anche gatti. Con in più Venezia sullo sfondo, ma una Venezia che grazie al cielo se ne infischia delle cartoline.

Per concludere: a me La questione è piaciuto un sacco, mi ci sono immedesimato, mi ha suscitato un ampio ventaglio di emozioni che vanno dal polpo alla gola di zerocalcariana memoria al riso, dalla tristezza allo scazzo cosmico. Leggetelo, ché ne vale la pena. E se potete compratelo, meglio in qualche libreria indipendente.

venerdì 4 settembre 2015

Lettera di un dongiovanni timido 20



Cara amica,

è un sacco che non ti scrivo e me ne dolgo. Ma, come ben sai, quest'estate è venuta fuori bella indaffarata, e va bene così. Del resto, se scrivessi ogni giorno, cesserebbe d'essere un piacevole passatempo e si trasformerebbe in un lavoro, per quanto non mi spiacerebbe farlo, questo lavoro, specie se retribuito.

Chiedo scusa, sai che tendo a divagare.

Invece adesso che è settembre di tempo libero ne ho, e ho ripreso quel mio altro passatempo che sono i giri fatti a piedi. Specie in luoghi dove - al contrario di Gotham - si possano vedere alberi, e tante altre cose verdi, e ascoltare il silenzio, e incontrare un numero ragionevolmente basso di altri esseri umani. Senza performance da documentare né record da battere, andare avanti quanto si può, si vuole e si riesce. Ci son giorni in cui accade quella specie di prodigio in cui la mente si svuota dai pensieri, ed esiste solo il momento presente, un piede segue l'altro e basta.

Oggi salivo su un sentiero che costeggia quel grosso lago a forma di Y rovesciata, non troppo lontano da Milano. Entravo e uscivo da chiazze di bosco, e a volte il sentiero s'allontanava dal pendio, perciò perdevo regolarmente di vista il blu della superficie liscia del lago. Salivo e sudavo, ché comunque il cielo era sgombro e il sole era alto. Finché son arrivato abbastanza in alto, e gli alberi parevano essersi fatti da parte per lasciarmi vedere: là dove, come due amanti, s'incontrano i rami del Lago di Como.

Non ho potuto non pensare a te, cara amica, al fatto che tu sia momentaneamente lontana e a come i rami del lago non si facciano problemi a superare distanze, valli, rocce e strapiombi, pur d'arrivare a incontrarsi.

T'abbraccio forte.