domenica 3 maggio 2015

Lettera di un dongiovanni timido 13



Cara amica, 
l'altro giorno m'hai preso metaforicamente a schiaffi e, col senno di poi, hai fatto solo bene. "Piantala di vivere nel passato!" - hai sbottato - "Ti rendi conto che, ogniqualvolta sei giù di morale, ti torna la nostalgia dell'Erasmus? Son passati cinque anni, ora basta".

Come darti torto, del resto: è una forma di autodifesa che tiro fuori contro periodiche ondate di disincanto, tristezza, scazzo cosmico. Accidenti a me. Rievocare i ricordi potenti di un periodo intensissimo, in cui le preoccupazioni dell'oggi si tenevano a debita distanza, in cui tenevo a bada il pessimismo moderato che m'affligge, in cui al contrario mi lasciavo travolgere dalle circostanze. Nonostante sfiorassi già il primo quarto di secolo, c'era ancora l'adolescenza lunga, mi ci trovavo in pieno, e non ci pensavo. Che fesso, madonna.

Ma ancora più fesso mi sento adesso, già che m'hai fatto notare che non posso restare in sindrome da ritorno permanente. A volte mi scopro a immaginare di camminare per strade e luoghi familiari, aver voglia di entrare in questo o quel bar, essere in un altrove che ormai esiste solo nella mia testa - nel senso che si tratta dell'immagine cristallizzata della mia città antica, scollegata dalla sua realtà presente e dal mio presente di tutti i giorni.

E vabbé, basta, che sennò m'intristisco e non esco più da quest'umore paludoso.
Mi congedo con un'ultima istantanea: ero su un autobus, con un peso allucinante sullo stomaco e una grossa valigia con dentro un anno di vita, tipo. C'era da attraversare un lungo ponte su un grosso fiume, guardavo fuori dal finestrino senza realmente vedere il paesaggio. Ascoltavo questa canzone, che piazzo anche qui a mo' di titoli di coda.

 



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