venerdì 29 maggio 2015

Lettera di un dongiovanni timido 16

Titoli di testa:


Cara amica,
perdonami per la sbrodolata autoreferenziale di cui sopra: immagino tu ci abbia capito poco. Sai quanto sia affettivamente legato alla terra di Galicia - l'angolo in alto a sinistra della Penisola Iberica - e quindi alla sua cultura e alla sua lingua. Quella qui sopra è una delle poesie più famose di Rosalía de Castro, letterata simbolo di quelle lande. S'intitola Unha vez tiven un cravo (Una volta avevo un chiodo), contenuta nella raccolta Follas novas (Foglie nuove).

M'è venuta in mente perché racconta un stato in cui mi riconosco, e tanto, tante volte.
Il chiodo è la metafora di qualcosa che rode dentro, che tiene svegli a rimuginare, che occupa la testa già appena svegli. Un malessere latente che ci si porta appresso e che diventa, malgrado tutto, un compagno di strada.

E qui viene il bello, anzi no, il brutto, anzi no, diciamo il paradosso. Quando si riesce ad estirpare il chiodo - nel nostro caso l'io narrante chiede aiuto a dio, noialtri magari a cose più a portata di mano - dicevo, quando il chiodo si strappa e il malessere cessa, beh, succede l'insospettato. Subentra un senso di vuoto, la nostalgia della presenza costante di quel qualcosa che rode dall'interno. Chi capirà mai questo "fango mortale", quest'accozzaglia di contraddizioni che è l'essere umano? - conclude agrodolce Rosalía de Castro.

Ecco, mi ci ritrovo, in questo paradosso. Cara amica, lo ammetto, dato che negli affetti la sincerità è rivoluzionaria: questo pessimismo moderato su cui ti tedio lettera dopo lettera, in fondo mi piace. Trovo che sia uno stato estremamente creativo, mi dà in continuazione spunti e voglia di scrivere e di scriverti. Lo dico spesso che da vicino nessuno è normale, e mentirei se pensassi di costituire un'eccezione.
E quindi reiterare situazioni che alimentano il mio chiodo personale non è un atto privo di senso, anzi: aiuta a restare coerente col personaggio fatto di parole che pian piano mi son costruito attorno.

Vabbé, per oggi è tutto.
Baci e avambracci, a presto.



sabato 23 maggio 2015

Expo sì, Expo no, Expo un caz!



Articolo apparso su precaria.org il 22 maggio 2015.
Alla faccia delle 'grandi opportunità' strombazzate dalla propaganda degli expoentusiasti, il circo dell'Expo 2015 ci regala debito, cemento e precarietà.

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Expo sì, Expo no, Expo un caz! – per parafrasare una vecchia canzone di Ricky Gianco. Nel mio caso è andata proprio così: assunto da Coop Lombardia a tempo determinato, sono stato licenziato ancora prima di metterci piede, a Expo. Avrei dovuto lavorare nel rutilante “Supermercato del Futuro”, avevo già completato un periodo di formazione teorica e di addestramento pratico in un Ipercoop, e mi avevano anche già dato le uniformi – stilosissime come solo noi italiani sappiamo fare, casual senza rinunciare all’eleganza.

Il giorno prima dell’inaugurazione del mega evento, però, vengo convocato nella sede centrale. Ci spiace signor K. – afferma contrito il signore dell’ufficio personale – il nostro rapporto di lavoro termina qui. Il motivo? – chiedo. La Questura di Milano non le ha rilasciato il pass per accedere all’area Expo – risponde. E aggiunge: Non ne sappiamo le ragioni. Capisce che se non può entrare in Expo e noi l’abbiamo assunta per lavorare ad Expo, da parte nostra il contratto decade. Arrivederci.

Potete immaginare la mia faccia da triglia dopo questa metaforica pedata nel sedere. Cosa mai avrò fatto di male, essendo un giovanotto incensurato? Penso a mia madre che mi dice di tagliarmi le basette una buona volta, al fatto di preferire il nero per il mio abbigliamento (è che sono negato con l’abbinamento dei colori), al fatto di ostinarmi ad andare ai cortei e a frequentare gli spazi sociali. Qualunque sia la ragione, forse sono troppo brutto per rappresentare l’eccellenza italica oppure qualche funzionario zelante pensa che sia potenzialmente pericoloso per Expo, peraltro su basi inesistenti. Quel che è certo è che non ricevo nulla di scritto, né dall’azienda né dalla Questura. Meno male che “La Coop sei tu”.

Così ora mi ritrovo senza un lavoro e con un licenziamento non ben motivato. Alla faccia degli slogan su occupazione, opportunità e rilancio, nella Milano di Expo succede anche questo. Non sapevo a che santo votarmi, poi per fortuna m’è apparso San Precario.


lunedì 18 maggio 2015

Lettera di un dongiovanni timido 15



Radio Baltica
Ruxe Ruxe - Máis a modo


Cara amica,

ti ho mai confessato che, nelle giornate di primavera/estate, la mia parte preferita è l'ora che precede il crepuscolo?
Tutto finalmente rallenta, l'aria si rinfresca; il corpo chiede birra, qualcosa da sgranocchiare, e poi chiacchiere a briglia sciolta. L'ora in cui anche qui, nella metropoli diffusa, ci riscopriamo umani e abbiamo voglia di uscire dai nostri gusci, metaforici o letterali.

È anche l'ora in cui pregusto la discesa della notte, con il suo carico di aspettative o di silenzi pensierosi. Generalmente questa è l'ora in cui scrivo le mie lettere, già che le parole mi sembrano venir fuori da sole. Annuso l'aria che entra dalla finestra, ascolto i suoni - finalmente attutiti - che vengono da fuori. Il mondo tira il fiato.

Accadono serate in cui mi preparo a uscire, per incontrare amici, amiche, fratelli e sorelle, compagne e partigiani. Uscire per il solo gusto di farlo, il gusto di alimentare il nostro comune con leggerezza; o con l'intento di distrarci dalle fatiche di ogni giorno, o dagli strappi che talvolta lacerano il tessuto delle nostre r-esistenze. Uscire con la voglia di tirar tardi e bere tanto, sudare ai concerti o ballare nei nostri posti occupati/autogestiti.

Ecco, in quelle serate non mi va di rimanere malinconico e arrovellarmi. Voglio vivere fino in fondo le situazioni, come quando corri tanto da sentirti bruciare i polmoni. Lo diceva Keynes: "Nel lungo periodo saremo tutti morti". Lo dice anche la mia colonna sonora mentale: "Più a modo, più a modo, e farai un bellissimo cadavere".

Allora ciao, io esco. E viva l'adolescenza lunga ;-)



sabato 16 maggio 2015

Lettera di un dongiovanni timido 14

Radio Baltica
Extremoduro - Quemando tus recuerdos



Cara amica,

son tre giorni che non riesco a smettere di pensare al fatto che vai a convivere. Non fraintendermi: che tra noi ogni cosa sia finita (e da un pezzo) penso di averlo metabolizzato. Ci mancherebbe, dopo tutto questo tempo. E poi, a dirla tutta, me l'aspettavo, ché si sa che queste sono cose che succedono.

Son contento per te, e molto. Fidati che lo dico senza retorica né per senso del dovere.
Solo, la cosa mi sta facendo un pochino male, ma non tanto eh: come - che so - quando all'indomani d'uno sforzo inconsueto ti viene l'acido lattico. M'hai ricordato che lì dietro l'angolo c'è (o ci dovrebbe essere) quella cosa che la gente chiama 'vita adulta', secondo cui grosso modo una persona si assesta sentimentalmente, va a convivere e magari fa pure dei figli. La verità è che, con il passare degli anni, il sottoscritto si sente sempre meno conforme con questo schema. A suo tempo, anni fa, ero sinceramente convinto che con te sarei potuto arrivare almeno alla prima tappa (solo la prima, eh, perché i figli ommioddìo che ansia). Invece oggi son sempre più scettico, non credo che riuscirei a stabilizzare una qualsivoglia relazione, e soprattutto non ne ho granché voglia.

Il giorno in cui m'hai fatto uscire dalla tua vita di tutti i giorni, pensavo si stesse chiudendo un capitolo. Sai che tendo ad essere drammatico, e quindi oggi mi sento come alla fine di un libro, di quelli che ti lasciano l'amaro in bocca. Ora che vai a convivere, come farò se mi vien voglia di venire a trovarti? Non potrò più stare da te, anche se solo sul divano, né prepararti la colazione - ché senza caffè tu appena sveglia stermineresti il genere umano. Dovrò invece prenotarti per qualche ora, per chiacchierare sul dehors di un baretto, con la fretta di dover dirti tutto perché poi il tempo a mia disposizione scade. Non potrò più sbirciare i ripiani della tua libreria e scoprire le nuove letture, né svuotarti i posacenere ricolmi solo per il gusto di far qualcosa di gratuito e carino. Cara amica, ho la sensazione di trasformarmi progressivamente in un estraneo e ciò mi ricorda una pantegana che rosicchia qualcosa dentro.

E nulla, basta far drammi. Ora, come suggerisce la canzone della colonna sonora mentale, "vado a impregnarmi di benzina un'altra volta, vado a sfregarmi in giro, vediamo se m'accendo; percorrerò da un estremo all'altro la città, bruciando i nostri brutti sogni". Ma prima t'abbraccio. Alla prossima.



domenica 3 maggio 2015

Lettera di un dongiovanni timido 13



Cara amica, 
l'altro giorno m'hai preso metaforicamente a schiaffi e, col senno di poi, hai fatto solo bene. "Piantala di vivere nel passato!" - hai sbottato - "Ti rendi conto che, ogniqualvolta sei giù di morale, ti torna la nostalgia dell'Erasmus? Son passati cinque anni, ora basta".

Come darti torto, del resto: è una forma di autodifesa che tiro fuori contro periodiche ondate di disincanto, tristezza, scazzo cosmico. Accidenti a me. Rievocare i ricordi potenti di un periodo intensissimo, in cui le preoccupazioni dell'oggi si tenevano a debita distanza, in cui tenevo a bada il pessimismo moderato che m'affligge, in cui al contrario mi lasciavo travolgere dalle circostanze. Nonostante sfiorassi già il primo quarto di secolo, c'era ancora l'adolescenza lunga, mi ci trovavo in pieno, e non ci pensavo. Che fesso, madonna.

Ma ancora più fesso mi sento adesso, già che m'hai fatto notare che non posso restare in sindrome da ritorno permanente. A volte mi scopro a immaginare di camminare per strade e luoghi familiari, aver voglia di entrare in questo o quel bar, essere in un altrove che ormai esiste solo nella mia testa - nel senso che si tratta dell'immagine cristallizzata della mia città antica, scollegata dalla sua realtà presente e dal mio presente di tutti i giorni.

E vabbé, basta, che sennò m'intristisco e non esco più da quest'umore paludoso.
Mi congedo con un'ultima istantanea: ero su un autobus, con un peso allucinante sullo stomaco e una grossa valigia con dentro un anno di vita, tipo. C'era da attraversare un lungo ponte su un grosso fiume, guardavo fuori dal finestrino senza realmente vedere il paesaggio. Ascoltavo questa canzone, che piazzo anche qui a mo' di titoli di coda.