mercoledì 18 marzo 2015

Lettera di un dongiovanni timido 5



Cara amica,
ti ricordi quelle convulse giornate di marzo 2003? Furono ore segnate dallo sgomento e dalla rabbia, un pezzo ineliminabile della nostra educazione sentimentale.

Da svariate settimane la tensione intorno all'Iraq era alta; c'era ancora Saddam, c'era George W. Bush che scalpitava per esportare la democrazia a suon di bombe, c'era la pantomima degli inviati dell'Onu nel paese mediorientale, alla ricerca delle fantomatiche 'armi di distruzione di massa'. Sapevamo che la guerra sarebbe scoppiata in ogni caso, era solo questione di ore.

Noi si era all'inizio del nostro attivismo politico, nell'arruffato sottobosco dei centri sociali. Solo pochi mesi prima avevamo fondato un collettivo a scuola, e per la prima volta nei nostri quindici, sedici anni avevamo la sensazione di fare qualcosa di importante, di essere parte di un movimento più grande e che stava innegabilmente dalla parte del giusto. Erano sensazioni nuove, di un'intensità che non avremmo mai più provato dopo.
Un'immagine su tutte riassume quello spirito: l'enorme manifestazione contro la guerra e il rapace espansionismo americano, quel 15 febbraio 2003, a Roma. Tre milioni di persone in piazza, in contemporanea con migliaia di cortei in tutto il mondo.

Quel maledetto 16 marzo, invece, era domenica. La mattina dopo, all'ora di colazione, la notizia al notiziario delle 7,30 di Radio Popolare: tre fascisti hanno ucciso un compagno dell'O.R.So. a coltellate, fuori da un bar del quartiere Ticinese. Si chiamava Dax. Dopo il primo pugno, un secondo: la polizia ha scatenato una violenta caccia all'uomo dentro l'ospedale San Paolo, massacrando di botte i compagni e le compagne accorsi dopo l'aggressione. La scusa della questura ha il sapore di una presa per il culo: "Volevano trafugare la salma, abbiamo dovuto fermarli". Ripenso al "malore attivo" del volo di Pinelli, ho di nuovo quel groppo in gola che avevo conosciuto con i fatti del G8 di Genova...

Il giorno dopo, la prima pagina di Liberazione titolava: "Le prime vittime della guerra". Sotto, una foto di Dax e una di Rachel Corrie, attivista statunitense, schiacciata da una ruspa israeliana nella Striscia di Gaza mentre difendeva dalla demolizione alcune case palestinesi. Quel giorno cadeva anche l'anniversario dell'assassinio fascista di Fasto e Iaio, il venticinquesimo.

I ricordi mi portano poi al sabato successivo, in Largo Cairoli, dove si incrociano e si fondono due cortei: il primo, partito dall'O.R.So., è per Dax. Il secondo è contro la guerra in Iraq, che aveva cominciato a intonare i suoi canti di morte il 20 marzo. È sabato e noi ci siamo mossi di corsa all'uscita da scuola, con l'ansia di arrivare in centro il più in fretta possibile. In Cairoli mi ricordo la testa del corteo per Dax, lo striscione rosso coi martelli incrociati, la scritta "Ucciso perché militante antifascista". Silenzio e facce tese, molte ancora tumefatte dai manganelli del San Paolo. Immenso smarrimento, immensa dignità. Un bar che va a fuoco, gli sbirri che oggi non si fanno vedere. Il secondo corteo, più eterogeneo ma ugualmente rispettoso del lutto recente, così come dei lutti a venire sotto le bombe di Bush. Nessuno ha voglia di ridere, nessuno.

Muore un partigiano ne nascono altri cento.
Quel giorno capii che questa frase non è, necessariamente, solo retorica.


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