giovedì 15 gennaio 2015

Riportando tutto a casa

Lo slogan Preso eta iheslariak etxera significa "prigionieri ed esiliati a casa"; la lotta contro la dispersione dei prigionieri politici nelle carceri lontane dai Paesi Baschi è una battaglia che unisce una grossa fetta della società civile in Euskal Herria.


Il giorno seguente sveglia presto per lasciare il campeggio e tornare a Donostia. Prima però sostiamo e visitiamo Donibane Lohitzun (Saint-Jean-de-Luz) ed Hendaia (Hendaye), città carine ma sempre troppo turistiche per i nostri gusti.
Dopodiché arriviamo nel tardo pomeriggio a Donostia con il lento e ormai leggendario Eusko tren, detto El topo.
Ci parcheggiamo nella spiaggia dei surfisti fino alle otto.

Lasciamo gli zaini in stazione e ci abbandoniamo alla nostra ultima notte in giro. Facciamo la conoscenza di Aest, fanciulla lituana in giro per l'Europa, che ci accompagna tra taverne militanti, birrette, pintxos e una tappa d'obbligo allo "zibibbo" (vedi puntata precedente) per la rituale bevuta aggratis di mezzanotte. La serata prosegue con un concertone in spiaggia del gruppo Jamaica Jazz, che ci fanno ballare fino alle tre. La pulzella è però stanca e decide di abbandonarci per andare a dormire in spiaggia.

Noialtri proseguiamo nel nostro peregrinare di bar in bar, finché è tutto chiuso. Cazzeggiando incontriamo una simpatica quanto inusuale coppia di fanciulle in Erasmus: Maya dalla Finlandia e Marisa da Brescia. Ci aiutano a far passare piacevolmente un'oretta, ma ci abbandonano anche loro per dormire in spiaggia. Cominciamo a pensare che il Grand Hotel de la Plage debba essere pieno di comfort a noi sconosciuti!

Così tiriamo le sei, ritiriamo con la calma che ci contraddistingue gli zaini, alle sette prendiamo il pullman per Zaragoza, dove ci troviamo tutt'ora in attesa di prendere l'aereo che ci riporterà a Berghem, Lombardia.

È finita, ormai.

Anche parlando con la gente comune si ha sempre la sensazione che ci sia qualcosa di represso, un senso di appartenenza a un popolo che ne ha subite di ogni. Come ha detto Jorge, il padre di Nahia, "siamo un popolo senza stato". E lui non è certo un abertzale (nazionalista basco di sinistra) o un fiancheggiatore di chissà chi. Sta di fatto che il popolo basco esiste. È il popolo dell’euskera. E che oggi non vede riconosciuto il suo diritto all'autodeterminazione.

Questo è quanto.


Gero arte! (Arrivederci)



mercoledì 14 gennaio 2015

A spasso in Iparralde



L'ultima mezza giornata in quel di Bilbo trascorre tranquillamente in attesa del pullman per Miarritze (Biarritz), dove decidiamo di recarci al posto di Gazteiz (Vitoria). Fonti ben informate ci hanno infatti detto che la capitale amministrativa non è molto interessante da vedere, dal momento che è stata scelta fondamentalmente come ripiego: a causa della secolare e accesissima rivalità tra Donostia e Bilbo, quando nel 1979 venne istituita la comunità autonoma basca si è deciso di scegliere una terza città neutrale, per non incrementare gli scazzi. Ecco spiegato il perché di Gazteiz.

All'una salutiamo l'ineccepibile Nahia, che si dimostra ancora una volta gentilissima e premurosa nei nostri confronti, raccomandandoci di chiamarla in caso di problemi. Ovviamente la invitiamo a venire a trovarci nel nostro selvaggio hinterland milanese.

Come Nahia ci aveva detto, non senza un pizzico di fastidio, in Iparralde la cultura basca appare al visitatore distratto come puro e semplice folklore. La sensazione è che tutto sia più turistico rispetto all'Hegoalde. Inoltre, quasi ovunque spariscono i cartelli stradali bilingue: lo stato francese, diversamente da quello spagnolo, non riconosce l’euskera né alcuna forma di autonomia. Infatti, le tre province basche del nord fanno parte, amministrativamente parlando, del dipartimento dei Pirenei Atlantici, nella regione dell’Aquitania.

Troviamo faticosamente posto in un campeggio fuori Miarritze, e finalmente montiamo anche la tenda. Che ha il piccolo difetto di non essere impermeabile, quindi in caso di pioggia si trasforma in una specie di vasca da bagno. Per la Legge di Murphy, la prima sera si abbatte sul campeggio un temporale da diluvio universale. Fortunatamente, in 19-20 anni di vita abbiamo visto abbastanza puntate di MacGyver per permetterci di sopravvivere: ci siamo portati da casa un telo di cellophane da sei metri per quattro che ci permette di salvare la tenda dalla pioggia scrosciante.

Miarritze ci sembra una città tristemente turistica, senza una vita notturna minimamente paragonabile a quella delle città dell'Hegoalde, e anche con poche cose da vedere e fare, a parte le spiagge. Non c’è neanche l’ombra di un’herriko taberna! Che palle!

La mattina successiva sveglia alle otto, dovuta a quello stronzo del nostro vicino di tenda, che spara la peggio musica dal suo impianto stereo da campeggio (solo uno dei tanti giocattoli tecnologici con cui si gingilla, tra cui ricordiamo: computer portatile, bicicletta e skateboard bizzarramente messi in vendita, cuffie alla "hovintoqualcheccosa?" e poi sette/otto paia di scarpe, allineate con precisione maniacale fuori dalla tenda).

In giornata gita a Baiona (Bayonne), cittadina che si rivela una sorpresa: centro carino ma troppo turistico, che una volta abbandonato lascia spazio a vecchi quartieri dove incontriamo le herriko taverne più disponibili a parlarci della situazione basca e a sommergerci di materiale militante (perlopiù adesivi). Dopo questo pomeriggio il nostro "compagnometro" ha registrato un incremento significativo.



martedì 13 gennaio 2015

Bilbo

Radio Baltica

Torniamo bambini e giochiamo con l'Eusko Tren

Poche ore di sonno, colazione onesta in ostello, e via sull'Eusko Tren, chiamato affettuosamente El topo (la talpa) probabilmente per la sua esasperante lentezza: quasi tre ore per arrivare da Donostia a Bilbo, su un mezzo che più che un treno sembra l'incrocio tra un vagone dell'Atm e il trenino magico di Gardaland.

A Bilbo ci attende la nostra ineccepibile Nahia (vedi puntate precedenti). Con la gentilzza che la caratterizza, ci ospita da lei: casa in pieno centro, sottotetto tutto per noi.

Ci dirigiamo con il bel metrò di Bilbo verso Santzia, una spiaggia nei dintorni. Da qui Nahia prontamente soprannominata “la camminatrice” ci mostra - in quella che più che una passeggiata ricorda il Cammino di Santiago - le bellezze della costa della Bizkaia (la provincia di cui Bilbo è il capoluogo).
Quando ormai è sera arriviamo al celebre Puente colgante (ponte sospeso) di Portugalete, costruito nel 1888 e da pochi giorni dichiarato dall'Unesco patrimonio dell'umanità. In pratica è un’enorme impalcatura di ferro (due zampe verticali e un pezzo orizzontale) abbastanza alta da permettere il passaggio di una nave (siamo sull’estuario della Ría di Bilbo, ma fino a pochi decenni fa il porto era all’interno della baia su cui si affaccia la città, lungo il fiume, e non sul mare). Il passaggio di auto e pedoni è assicurato da una piattaforma sospesa alla parte orizzontale, che scivola senza sosta da un argine all’altro. Uau!

La sera, stanchi morti, a letto presto.

La mattina seguente breve giro per la città, ma, soprattutto, facciamo conoscenza con il personaggio più carismatico di tutto il viaggio: Urtxi (pronuncia: Urci).
Lo conosciamo entrando in quello che da fuori sembra uno dei tantii negozi di compagni baschi che tanto ci piacciono. Subito notiamo però una bandiera mai vista, una sorta di bandiera della pace con un triangolo bianco e una stella verde in mezzo, che un po’ ricorda quella di cuba, con una scritta verde che recita, severa ed enigmatica, Euskaldunia.
Il negozio e il suo barbuto proprietario sembrano nutrire particolare interesse sulle centocinquanta diverse nazionalità europee.
"Di dove siete?" ci chiede. "Italiani", rispondiamo. "Vorrete dire lombardi...". Facciamo un po' di fatica a spiegargli che, viste le nostre origini terroniche, è un po' difficile definirci e sentirci tali.
Attacchiamo il solito bottone, e per la prima volta veniamo esplicitamente invitati a fare domande sulla situazione basca. "Chiudete la porta e sedetevi", ci dice. Iniziamo a chiacchierare. ci spiega orientamento e numero di voti di ciascuno dei cinquanta partiti politici baschi, sia in Hegoalde (il sud, parte spagnola) che in Iparralde (il nord, il lato francese).

Le sette province basche; in verde l'Iparralde e in giallo l'Hegoalde.


Per circa tre milioni di baschi, cinquanta partiti è proprio un bel numero, pensiamo. Iniziamo a intravedere in lui un che di insolito ed esuberante, ma non ci facciamo troppo caso. Scopriamo poi che lui stesso fa parte di un partito, Euskaldunia, appunto. Questo partito non è registrato ufficialmente perché lo statuto è scritto solo in euskera, mentre per legge dovrebbe esserlo anche in castigliano. Ma la cosa più esilarante è che il partito conta la bellezza di undici iscritti e sedici voti simbolici alle ultime elezioni regionali...
Ma il meglio deve ancora venire: alla nostra affermazione "Mah, la lingua basca non si sa ancora da dove arriva", lui risponde: "Non è vero". E ci mostra un libro da lui scritto (come tutti gli altri libri esposti), che contiene ben ventotto teorie sull'origine dell’euskera. Ma secondo Urtxi è una l'ipotesi più accreditata: il basco viene nientepopodimeno che dalla Costellazione di Orione. Ci guardiamo allibiti e decidiamo di congedarci.

Il pomeriggio lo passiamo al celeberrimo Museo Guggenheim (confidenzialmente detto Guggy), finché le guardie non ci cacciano via all'ora di chiusura.

La sera, cena nel casco viejo con Nahia, la sua gemella Nagore e alcuni amici, e poi festa al pueblo di Santurtzi, famoso perché terra natia del gruppo punk Eskorbuto, icona degli anni '80 iberici. Anche qua alto livello di militanza e di alcol. Le collinette di bicchieri di plastica e bottiglie vuote raggiungono dimesioni ragguardevoli. Si vede che siamo in periferia, anche il livello di zarraggine è alto... quasi quasi ci sentiamo a casa. E anche gli anarchici sono come non te li aspetteresti mai: dal loro stand viene pompata Shakira a tutto volume.



Alle cinque rincasiamo e dormiamo fino alle undici.
Ed eccoci ad oggi. Con la macchina di Nahia andiamo a Gernika (quella del bombardamento e del quadro di Picasso) e visitiamo l'interessante museo. Dopodiché andiamo a Elantxobe, pittoresco paesello di pescatori a picco sul mare. E cosi' arriviamo ad ora.

Domani lasceremo Bilbo alla volta di Gazteiz (Vitoria), la capitale amministrativa della comunità autonoma basca. Chissà quanti altri Urtxi incontreremo prima di tornare in Italia... anzi no, in Lombardia!

Agur (arrivederci in euskera) amici!




lunedì 12 gennaio 2015

Donostia



Usciti dall'internet cafè a Donostia ci mettiamo a girare per il centro storico e, seguendo le indicazioni forniteci dalla nostra Lonely Planet, ci imbattiamo in quella che è definita "la strada con la piu' alta concentrazione di bar frequentati da simpatizzanti dell'Eta", che, al di là dei toni allarmistici, si rivelano nient'altro che herriko tabernas. Stigmatizziamo prontamente la superficialità di questa frase infelice e dei luoghi comuni in generale.

Vista la canicola pomeridiana, ne approfittiamo per svaccarci in spiaggia e sguazzare allegramente nell'Oceano Atlantico, che tante gioie e dolori ha portato all'umanità e al continente europeo. Resuscitiamo dopo qualche ora per tornare a quella che abbiamo definito "la via dei compagni".

Con nostra grande sorpresa, troviamo una specie di "ufficio informazioni" militante, in cui entriamo con fare titubante. Con fare ancor più sospettoso, una ragazza ci osserva. Attacchiamo bottone nel nostro itagnolo per avere informazioni sull’attuale situazione politica di Euskal Herria, e ne ricaviamo un’ulteriore conferma della diffidenza che abbiamo già osservato altre volte, così che ce ne andiamo demoralizzati sotto il suo sguardo scocciato. Imprecando contro divinità varie, ci allontaniamo un po' tristi, ponendoci dubbi amletici sul perché di tanta freddezza. In fin dei conti l'insegna parlava chiaro: ufficio informazioni. È anche vero, però, che anni di sedicenti leggi anti-terrorismo e di repressione indiscriminata dei movimenti sociali sono qualcosa che lascia un segno profondo nelle coscienze e nelle abitudini degli/lle attivist*. Va bene, va bene, ma due scappati di casa come noi possono sembrare sbirri in borghese o infiltrati? Ne parliamo ancora per un po', senza arrivare ad alcuna conclusione.

Una risposta ci verrà fornita in seguito da Katerin e Amalia, ma andiamo con calma.

La serata comincia come da copione con cañas (birrette) e pintxos (fette di pane con qualunque cosa sopra, aperitivo tipico di questi lidi atlantici). Girovagando ci imbattiamo nella festa del porto. Anche qui gli ingredienti sono gli stessi: musica, balli, striscioni e slogan, il tutto innaffiato da litri di liquidi alcolici. Sul palco si esibisce un gruppo che fa canzoni popolari in euskera (la lingua basca), anche se gli arrangiangiamenti sono un po’ un pastone di blues, folk, rock, e, perché no, walzer alla Raul Casadei. È in questo frangente che conosciamo le due ragazze di cui sopra, le quali ci spiegano finalmente che la gente non parla volentieri perché il livello di conflitto con lo stato spagnolo è talmente alto che ci sono molti illegali in giro; inoltre è facile che ognuno abbia persone care in carcere, per non parlare poi del coinvolgimento emotivo dovuto alla lotta armata. È quindi comprensibile che la gente non parli facilmente dell'argomento, soprattutto con sconosciuti.

La serata si conclude all'alba, ci devono bastare poche ore di sonno perché alle undici dobbiamo lasciare la pensione. Ci trasferiamo nell'ostello della gioventù, non proprio in centro, ma sicuramente più economico. La giornata prosegue sulla falsariga della precedente: mare, passeggiate e birrette.

La svolta l'abbiamo in serata, quando in un bar che ribattezziamo "Zibibbo" (bar fighetto ma che fa il 2x1, bevi 2 e paghi 1, e che dalle 23.30 a mezzanotte ti fa tazzare aggratis) conosciamo Sarah ed Emma, statunitensi in vacanza studio a Santander, in trasferta a Donostia per il weekend. "Non ci piace la musica americana" ci dicono, "noi siamo contro Bush". Ormai la simpatia reciproca è scattata, e, vista la loro voglia di tradizioni, le portiamo alla festa del porto. Il tempo trascorre felice, ma, ahinoi, le dobbiamo accompagnare in albergo e salutare. Tra una balla e l’altra, le nostre fanciulle anglosassoni hanno accumulato un ritardo mostruoso rispetto al bedtime da che avevano, ed Emma, mentre passeggiamo tranquillamente verso l’albergo, inaspettatamente sbrocca, si fionda in mezzo alla strada, blocca un taxi e ci obbliga a percorrere l’ultimo chilometro sul quel veicolo troppo lussuoso per i nostri gusti.

A sto punto, dopo un doveroso scambio di indirizzi e-mail, anche noi andiamo a riposarci.



domenica 11 gennaio 2015

Sanfermines



È proprio vero che la saggezza popolare non mente mai. Infatti, se non è Maometto che va dalla montagna, è la montagna che va da Maometto: prima ancora di arrivare nell’Euskal Herria, conosciamo Nahia, venticinquenne di Bilbo (in castigliano nota come Bilbao) di ritorno dal suo Erasmus a Trento, felice e laureata in ingegneria delle telecomunicazioni, reduce da dieci mesi di bagordi e gite fuori porta. Discorrendo, incontriamo quella che poi si rivelerà una costante, per quanto riguarda l’Hegoalde (il sud del paese basco, cioè la parte spagnola): ossia la ritrosia a parlare della situazione politica basca, che come sapete è un argomento che ci sta particolarmente a cuore. 
Arrivati a Zaragoza, accettiamo di buon grado il passaggio per Iruña (Pamplona, la nostra prima meta) gentilmente offertoci dai suoi genitori, per nulla seccati dalla deviazione imprevista e dalla presenza di due estranei. Ma non finisce qui: ci invitano a passare qualche notte da loro quando saremo di passaggio a Bilbo. A noi, teorici dello scrocco, basta uno scambio di sguardi per decidere che onoreremo quest’inaspettata quanto gradira ospitalità basca.

Ecco che in un’oretta arriviamo a destinazione, e veniamo scaricati con armi e bagagli in pieno centro a Iruña. L'atmosfera di festa è qualcosa che percepiamo dopo pochi passi: tutti hanno vestiti bianchi (con numerose variazioni sul tema), e portano un foulard al collo e una sciarpa in vita, entrambi di un colore rosso acceso.

Lasciati gli zaini nel deposito bagagli della stazione, inauguriamo la serata in un’herriko taberna (baretto militante, letteralmente taverna del popolo), che poi scopriamo essere un ex sede di Batasuna, il partito indipendentista ritenuto il braccio politico di Eta e per questo messo fuori legge un paio d’anni fa. Scopriamo più tardi che, durante San Fermín, i vari collettivi e movimenti che caratterizzano l’effervescente società civile basca sono soliti affittare dei baretti/balere popolari per autofinanziarsi: nel centro storico troviamo infatti il bar delle femministe, quello dei giovani, quello degli internazionalisti, quello che sostiene i prigionieri politici, e via discorrendo. A più riprese, in posti diversi, si manifesta quella diffidenza a cui accennavamo prima: pur essendo locali di compagni, nessuno sembra avere troppa voglia di darci le delucidazioni che tanto ci interessano, sulla situazione poltica e sulle varie organizzazioni (che sono davvero un’infinità). Del resto come dar loro torto: il clima generale di festa poco di presta a questo genere di discorsi :)

La festa è bella impegnativa: immaginatevi Milano la sera della vittoria dei mondiali, ma cento volte più alcoolica. Ecco, questa e' una buona approssimazione di quello che appare ai nostri occhi meravigliati. Innanzi tutto l'odore: un indescrivibile misto di sudore, vomito, vino, birra e piscio sale dai vicoli del centro, un odore di cui difficilmente il festaiolo si libera nei giorni seguenti. Poi le bande musicali: una dozzina di bande itineranti, tipo banda di paese, ciascuna con una specie di divisa (di solito una maglietta o una camicia di un certo colore sul bianco e sul rosso di base) e con uno striscione d'apertura. Fanno ballare chiunque si trovi in strada. A questo aggiungono una funzione di relazioni pubbliche, dal momento che le scorribande si concludono immancabilmente all'esterno di un bar, dove, altrettanto immancabilmente, si va a tazzare in allegra compagnia.

Passiamo così da una bar all'altro ballando canzoni di lotta che ricordano la Banda Bassotti; riusciamo anche a sentire il finale di un concerto degli Ojos de Brujo che suonano gratis in Plaza del Castillo, la piazza centrale. Passate le sei, ci lasciamo andare, sfiniti, su una panchina lungo le mura, con annessa ventazza malefica che ci sveglia intirizziti dopo neanche due ore. Quest’inconveniente ci permette di vedere i residui della festa della notte e il finale del famoso encierro, la corsa dei tori (anche se non vediamo che quattro mucche marroncine che trottano scampanellando nell'indifferenza generale).

E ora, la risposta alla domanda che tutti vi starete facendo: come fa il comune di Iruña a fare piazza pulita di tutto il pattume che si accumula ai bordi delle strade dopo una notte del genere? La risposta è abbastanza inquietante: un irruento getto d'acqua aromatizzata alla Big Babol spazza via con la sua furia le montagnette di bottiglie e bicchieri vuoti, lasciando aleggiare per qualche minuto nell'aria quell'odore che tanto ci ricorda le scuole elementari.

Un altro aspetto inquietante: l'orologio biologico. Basta una notte di questo tipo per stravolgere le nostre abitudini: si dorme durante il giorno, in tre/quattro rate da una a due ore ciascuna, bivaccando nei numerosi parchi della città. Questa pratica è seguita anche da molte altre persone che, come noi, riempiono i parchi, facendo apparire le vie del centro tristemente desolate durante il giorno. A quanto pare, è un'usanza talmente consolidata che sui depliant del comune destinati ai turisti si invita a rispettare i parchi, le strade, gli alberi e... quelli che dormono in giro.

La seconda notte si svolge sulla falsariga della prima, se non fosse per un momento di defaillance, avvenuto in una specie grossa aiuola intorno alle due del mattino per via degli alcolici ingeriti :) La notte finisce peregrinando da un prato all'altro in attesa dell'apertura della stazione (per recuperare i bagagli) e del pullman che ci porta a Donostia (San Sebastián), fortunatamente in compagnia di Marie, una fanciulla francese conosciuta la sera prima, che prima di salutarci ci invita (anche lei!) a passare qualche giorno nella sua casa al mare, dalle parti di Miarritze (Biarritz). Ma chissà se e quando ci arriveremo - commentiamo sornioni.

Ora partiamo per un giro alla scoperta di Donostia, dopo aver lasciato i bagagli in una pensioncina dai troppi euri a notte (ma almeno stanotte/mattina dormiremo senza sbattimenti) e dopo una doccia assolutamente fondamentale dopo le nottate iruñesi.
 
¡Hasta la próxima!



lunedì 5 gennaio 2015

In principio furono i Cologno City Bloggers


Radio Baltica
The Clash - Clash City Rockers



Buon anno a tutt*.

Dopo molto postare, siamo giunti all'ultimo capitolo di quella che ho chiamato archeologia. Si tratta di tornare alla primissima esperienza da blogger di viaggio, sempre per la trasmissione estiva della già citata radio milanese. 

Siamo nel luglio del 2006, e insieme all'amico Davide, decidiamo di fare un viaggetto nei Paesi Baschi, un po' per toccare con mano un contesto politico-sociale che ci interessa, un po' per fare i cialtroni nella Penisola Iberica. Eravamo giovani, e all'epoca militavamo in "Vito e", una formazione di rock demenziale che ci entusiasmava ed assorbiva molte delle nostre energie (e di cui ho già parlato qui). Siccome la trasmissione esigeva la scelta di uno pseudonimo per pubblicare, scegliemmo quello di Cologno City Bloggers, eco autoironico del ben più pregnante "Clash City Rockers".

Anche in questo caso, mi prenderò la briga di una revisione stilistica del testo, nonché di tagliare le parti più idiote ed autoreferenziali. Per il resto, buona lettura :)


***
PRIMA DI PARTIRE: LA PRESENTAZIONE

Ciao bella gente!
 
Noi siamo Giò e Davide, rispettivamente bassista e batterista di “Vito e i cateti fluenti". Per riprenderci dalle fatiche della registrazione del nostro primo disco, nonché della maturità per Davide e della sessione estiva di esami per Giò, abbiamo deciso di partire per un viaggio di (d)istruzione in Euskal Herria, altrimenti noti in iTaglia come Paesi Baschi.

Partiamo oggi pomeriggio [12 luglio 2006, NdA] da Orio al Serio alla volta di Saragozza e da lì ci sposteremo sicuramente a Pamplona per gli ultimi giorni della festa di San Fermín (quella dei tori che corrono per strada, per intenderci) che finisce dopodomani.
Il programma per il resto non è definito, a parte la data del ritorno, nel tardo pomeriggio di sabato 22 luglio.

C’è da dire anche che il viaggio ha una finalità sentimentale: infatti Davide tre giorni dopo il nostro ritorno ripartirà alla volta di Cardiff (Galles) dove rimarrà sei mesi per fare uno Sve (Servizio di volontariato europeo). Con questo viaggio i due amici si saluteranno come si deve prima dell’addio: si sa che gli iberici in generale e i Baschi in particolare sono genti con una spiccata propensione alla festa e al divertimento, quindi quale scenario migliore per non rendere troppo malinconico l’addio di cui sopra?

Infine c’è anche una motivazione politica di fondo: abbiamo interesse a vedere come funzionano i baretti autogestiti dei circoli indipendentisti, per prendere spunti utili per le nostre esperienze di autogestione da hinterland.

Che dire quindi, se non che vi autorizziamo a pubblicare tutto quello che vi invieremo dagli internet point che troveremo per strada, e che il nostro pseudonimo è “Cologno City Bloggers” (anche se in realtà Davide è di Pioltello, ma non stiamo a sottilizzare)?

E dunque bella raga, a presto, ché i vostri blogger di periferia tra poche ore saranno già in viaggio!

PS: Nel bagaglio, rigorosamente zaino, poche cose essenziali e l’unica nostra compagna di viaggio di genere femminile (per ora, speriamo ;): la tenda a due posti che non tiene l’acqua. Speriamo che non piova.