mercoledì 4 novembre 2015

Da qua se ne vanno tutti

"Vai, vai" sembra dire Renzie. Del resto partito è anche il participio passato di partire


Radio Baltica
Caparezza - Goodbye Malinconia


"Da qua se ne vanno tutti". Oltre ad essere un pezzo di una canzone di Caparezza, era anche il sarcastico titolo dato all’ultima festa a cui ho partecipato a Pavia: gli otto festeggiati, infatti, festeggiavano la loro fuga dalla capitale della nebbia e delle zanzare. La quasi totalità di loro, infatti, passerà almeno il prossimo anno accademico in un altro paese europeo, dalla Danimarca alla Catalunya. Otto persone hanno molti amici, ma – nonostante l’aritmetica remasse contro – gli otto hanno comunque optato per organizzare la festa nell’appartamento di una di loro, in pieno centro. Com’è andata a finire?

Era il giorno successivo alla mia rocambolesca discussione di laurea. Sceso dal treno alle ventitré circa, mi dirigo a passo di giava verso la festa. Arrivato all’estremità di piazza Duomo, giro l’angolo, e con mio sommo sbigottimento sento distintamente la musica ed il chiacchiericcio che caratterizzano ogni festa. Peccato che l’edificio in questione disti ancora una cinquantina di metri. Non può essere. E invece sì: presi dall’entusiasmo giovanile, i nostri avevano pensato bene di mettere una cassa monumentale proprio sul davanzale di una finestra aperta, e di rivolgerla verso la strada. Nel frattempo, uno stuolo di altri giovani occupava il balcone adiacente, fumando e discorrendo nella calda nottata estiva. Attraverso il portone e salgo una rampa di scale, e da Pavia mi sento scagliato nello spazio-tempo verso quello che assomiglia ad uno squat di Kreuzberg o di Christiania. L’aria è calda, satura del fumo e del sudore di varie decine di persone che ballano. Saranno forse cinquanta, forse ottanta, non ricordo più bene. Ricordo solo che non ci si può quasi muovere. 

Tra un paio di birre e molte chiacchiere, scivola via un’ora, un’ora e mezza. Ma – lo sapevo! – non sarebbe durata a lungo. D’improvviso la musica si spegne, le facce s’incupiscono e la gente prende a bisbigliare. Mi basta un’occhiata oltre la finestra per capirne il motivo: due minacciose volanti della polizia sono parcheggiate là sotto. Un minuto dopo i tutori dell’ordine suonano alla porta, ma per fortuna sappiamo come muoverci: un muro di una dozzina di persone fa da tappo all’ingresso, mentre la padrona di casa esce sul pianerottolo a parlamentare. La faccenda è pesa, passa almeno mezz’ora prima che ricacci la testa dentro dicendoci che la messa è finita e andate in pace. Tutti escono in fila indiana, con gli occhi bassi come vitelli al macello. La festa – decisamente più mesta – si sposta sui gradini del Duomo, e comincia pure a piovere.

Nulla d’eccezionale, quindi, un finale nella media delle feste pavesi, ahinoi. È andata persino bene, dato che non ci sono cinquanta denunciati per disturbo della quiete pubblica (articolo del codice penale seicento e rotti). Come faceva la canzone? Ah sì: "Da qua se ne vanno tutti".



martedì 27 ottobre 2015

Non è una città per giovani



Radio Baltica
883 - Con un deca


Pensavo che mi è rimasto in sospeso un bestiario pavese: per raccontare – sebbene in forma caricaturale – glorie e miserie di questo pezzo di provincia lombarda attraverso i personaggi che la popolano. Cittadina verso cui non riesco ad avere un’opinione definita, né sentimenti univoci: non mi sembra un granché, ma nemmeno la bombarderei come fece la Nato con Belgrado nel 1999 [Così pensavo nel 2011, oggi ho un'opinione un po' diversa].

Quando anni fa gli inossidabili 883 cantavano "due discoteche e centosei farmacie", riassumevano in una frase alcune caratteristiche che saltano subito all’occhio di un osservatore attento. La prima, contundente, realtà di Pavia è l’invecchiamento demografico degli indigeni: non è una città per giovani. Prova ne è la scarsissima considerazione che la città nel suo complesso (dall’amministrazione comunale agli abitanti) ha verso questa categoria. Gli spazi di libera aggregazione e socialità si riducono anno dopo anno, al punto che oggi se ne contano solo due. Le politiche giovanili non sono all’altezza di una città che ama definirsi universitaria. I festival artistici creati dal basso sono tollerati solo se relegati ai margini dell’abitato. Dopo le ore ventitré zelanti vicini di casa non esitano ad appellarsi alle forze dell’ordine: occorre infatti mettere fine alle feste clandestine negli appartamenti in affitto, oppure ai capannelli di suonatori di chitarra e bevitori di birra che si radunano per strada nei mesi più caldi. 

Ciò che rende minimamente tollerati gli esemplari di giovani (in gran parte forestieri) che sciamano ogni anno nella cittadina padana è la loro funzione sociale di consumatori. Del resto, per quanto fastidiosi e rumorosi, per quanto dediti alla promiscuità sessuale e all’uso di sostanze psicotrope, per quanto lontani dai valori della solida e produttiva tradizione lombarda, questi insopportabili giovani affittano camere (spesso in nero) a caro prezzo, comprano libri e quaderni, fanno fotocopie, consumano focaccine e piadine, nonché birre e "bianchi sporchi" (bevanda alcolica locale a base di vino bianco e Campari). Insomma, spendono quei soldi che consentono a bottegai avidi e stolidi di continuare a campare in un posto che altrimenti sarebbe una specie di deserto dei tartari. 

Il fatto che queste due tendenze – l’avversione verso i giovani e il loro essere economicamente necessari – vadano in rotta di collisione sembra sfuggire a molti, moltissimi, a parte una serie di lodevoli eccezioni. Sfugge anche al fintogiovane sindaco del pidielle (anagraficamente giovane, ma vecchio per cultura e prassi politiche). Ma in fondo chissenefrega: gli studenti fuori sede non sono residenti e mica votano. Mentre i pochi giovani autoctoni che provano dire la loro, si sa, sono tendenzialmente una banda di giovani dei centri sociali, drogati, e magari pure froci.



giovedì 22 ottobre 2015

Il laureando





Radio Baltica


Sì, è vero: sono passati più di dieci giorni dal primo ed unico post finora scritto. Com’era prevedibile, il soggiorno in Galicia è stato breve ed intenso. Sono tornato l’altro ieri in nottata, dato che – se tutto va secondo i piani – domattina alle nove discuto la tesi. 

Ogni volta che torno da un viaggio m’assale una ben nota inquietudine. Penso sempre che il giorno prima ero in tal posto, mentre oggi sono tornato al brutto di sempre, tra afa (o freddo) e cemento. In effetti, il confronto tra il granito galego e l’Oceano Atlantico con la città dell’hinterland milanese dove abito, un certo istinto di fuga me lo risveglia. Ieri la Ría di Pontevedra, oggi la necropoli milanese. Ma tant'è.

Tornando al presente, il Giorno del Giudizio è ormai alle porte. E la situazione ha preso, in mia assenza, una piega tragicomica. In principio fu la mia decisione di partire. Nella mia beata ingenuità, pensavo che la scadenza della mattina del 4 luglio per consegnare la tesi fosse qualcosa di certo ed inamovibile, un po’ come la targa a Pinelli in piazza Fontana. E invece no: una settimana prima della fatidica data, la mia relatrice (che spero non stia leggendo queste righe) mi ha invitato a non darci troppo peso, a leggermi un altro paio di poderosi manuali e finire con calma il capitolo conclusivo. Cadendo dalle nuvole, le ho confessato che ce l’avrei messa tutta, ma che nel pomeriggio del 4 sarei partito per altri lidi e che avrei comunque consegnato il lavoro quel giorno. Io i libri li ho pure letti, ma alla fine le aggiunte al capitolo sono state minime. Dopodiché, circa una settimana dopo la partenza, la relatrice mi scrive un’e-mail al vetriolo dissociandosi dai non-ringraziamenti che ho inserito all’ultimo momento. Ho avuto infatti la geniale idea di esprimere qualche critica alla mia prestigiosa facoltà e all’altrettanto prestigiosa università. Le rispondo che mi spiace di averle creato disagio, ma che sulle mie opinioni non sono disposto a negoziare. La sua replica – laconica – è che quello che potrà avere disagi sono io. Dopodiché, il silenzio. 

Vedremo come andrà a finire. Io, nel dubbio, mi presenterò barbuto ed informalmente vestito. Nonché supportato da una nutrita claque di amiche ed amici, noti occupatori di facoltà ed immobili pavesi. E poi dicono che a Pavia ci si annoia.



martedì 20 ottobre 2015

A ridosso della partenza



Non fatevi ingannare dal titolo, è ancora archeologia blogghica. 

Rovistando nei meandri del disco duro del calcolatore personale, mi sono imbattuto in una manciata di post risalenti all'estate 2011. Li credevo ormai persi, invece li avevo conservati col solito zelo da archivista dilettante (talmente dilettante da non riuscire a ritrovarli - non so se mi spiego). In ogni caso, furono scritti sempre per la trasmissione estiva di una radio milanese, quella trasmissione in cui gli ascoltatori s'improvvisano blogger di viaggio. Chissà cosa avevo in mente, perché alla fin della fiera non ho parlato di viaggi, ma di cose strampalate che accaddero in quel luglio a Pavia, cittadina emblema della provinciale palude padana.
 
A Pavia ci ho passato alcuni anni della mia vita, dato che lì ho frequentato - nel bene e nel male - l'università. Guardando indietro, mi rendo conto che in quel luogo si sono consumati dei passaggi-chiave, che continuano a influenzarmi ancor oggi. La considero cordialmente un posto di merda, ci metto piede a intervalli irregolari che durano qualche mese, e la affronto ogni volta col piglio del reduce e del vecchiaccio inacidito (o del vecchio reduce inacidito, fate vobis). Sì, perché l'università non porta traccia dei fermenti che furono, Scienze politiche non è più quella di una volta e i giovini che affollano quei chiostri sono nati nella seconda metà degli anni '90, oltreché sfoggiare capigliature e abbigliamento per me incomprensibili.

Vabbé, volevo fare una breve introduzione e mi son messo a fare il vecchio che borbotta. Vogliatemi bene per ciò che sono, ché a 'sto mondo nessuno è perfetto.

*** * ***
Radio Baltica
Fuxan os ventos - Sementeira


E così, si ricomincia anche quest’anno.

Anche se, per quanto mi riguarda, quest'estate 2011 ha preso tutta un’altra piega rispetto alle precedenti. L’anno scorso, infatti, raccontavo del mio anno di Erasmus a Santiago de Compostela. L’anno prima, avevo raccontato del mio tirocinio nella bella Amsterdam. Quest’anno – udite udite – pare che mi laureo. L’anno accademico appena trascorso l’ho infatti passato – tra una cosa e l’altra – sulla tesi. E sono faticosamente arrivato alla fine. Ma questo son certo non vi interessi: quel che è importante è che, per festeggiare, per riprendermi, ho pensato bene di regalarmi un viaggetto pre-discussione. Dove? Nel luogo che più è rimasto inchiodato nella mia memoria di tesista-in-crisi: Compostela, città sacra/città profana.

Mi spiego: nelle lunghe ore passate sui manuali, oppure davanti allo schermo del piccì a mettere in fila le parole sulla pagina bianca, l’evasione possibile consisteva nel tornare, con la mente, a Compostela. Così, la memoria ha pian piano ricostruito una città immaginaria zeppa di suggestioni e di ricordi, che prende solo spunto da quella reale, che non potrà coincidervi mai. È la mia città, la mia Compostela immaginata, che ora cercherò di raggiungere, ben consapevole che nella realtà non esiste. Un’astrazione, una città invisibile.

Tornando alla polvere della vita di tutti i giorni, questo lunedì 4 luglio è stato una giornata campale. Alzatomi prestissimo, ho inforcato la bici e preso un treno in direzione Pavia, dove ha sede l’università che ho frequentato in questi anni. Obiettivo: portare la tesi – finita ieri, nell’ultimo giorno utile – a stampare. Dopodiché ho preso un treno che mi ha riportato a Milano. Ora sto facendo le ultime cose prima di partire: mando e-mail in giro, assemblo lo zaino, chiudo casa. Nel bagaglio, come al solito, poche cose; e un unico libro, sulla storia di Lotta Continua :). Non ho piani precisi per i prossimi dieci giorni in terra galaica: arrivo a Compostela in prima serata e so che ci resterò grosso modo fino al 7/8 luglio. Poi mi sposterò nell’altrettanto bella Pontevedra, una sessantina di chilometri più a sud.

Questo è quanto, per il momento. Ci aggiorniamo da Compostela!

*** * ***
Postilla.

In altre faccende affaccendato, non scrissi nemmeno una riga da Compostela. In compenso, il seguito del blog estivo fu strampalato. Ma ne riparleremo la prossima volta.


 

venerdì 2 ottobre 2015

Lettera di un dongiovanni timido 21



Cara amica,

senza quasi ce ne accorgessimo abbiamo passato un'intera stagione insieme. Ora l'estate è finita e l'autunno è entrato a piè pari nelle nostre giornate, col consueto corollario di temperature più fresche, vestiti pesanti, meno ore di luce e nuovi progetti.

In tutta sincerità: mi stupisco che tu non sia ancora scappata.
Battute a parte, son contento che non ti sia fermata alle apparenze, passando oltre i lati più ruvidi, meno accettabili del mio modo di essere e di fare, gettando il cuore (e forse anche lo stomaco) oltre l'ostacolo. Noto con grande stupore come tu abbia imparato a leggermi e persino anticiparmi, sintomo inequivocabile dell'esser diventato per te una specie di libro aperto.

Sai che faccio fatica a gestire le attestazioni di stima e non so mai bene cosa rispondere - ammesso e non concesso che ce ne sia bisogno. Abbi quindi pazienza se rimango muto ogni qualvolta confermi la tua volontà di non fuggire a gambe levate. È che ne sono molto contento. Non solo. Posso dirlo? Ne sono felice. Perché con te funziona così, ma credo sia piuttosto visibile (risata e faccia da triglia).

Tipo ieri sera, quando m'hai detto una cosa che aveva la forma d'un calembour di quelli che ribaltano una frase fatta (e aggiungerei logorata dall'uso). Ho apprezzato un sacco, e accanto alla forma il contenuto, che ho deciso custodirò nella memoria come rimedio contro i giorni del cavolo o future epoche di calamità.

E ora t'abbraccio, e ti auguro 'a presto'.


lunedì 28 settembre 2015

Una recensione più che altro



Il giorno in cui ho finito di leggere "La questione più che altro" di Ginevra Lamberti (Nottetempo, 2015) sono andato a trovare i raga, alcuni amici che gestiscono un negozio di riparazione e vendita di biciclette. Giunto sul posto, ho incontrato Baulone, che come si intuisce dal soprannome è grande e grosso. Baulone aveva un serpente al collo a mo' di sciarpa. Baulone, ti sei accorto di avere un serpente intorno al collo? - gli chiedo. Certo, è il mio pitone. Si chiama Alexander e lo sto portando a fare una passeggiata. Vuoi tenerlo sul collo per un po'?. Ehm, no grazie, sono di fretta. Fa' come se avessi accettato.

L'aneddoto di cui sopra non è affatto collegato al libro, ma la situazione surreale e il relativo dialogo avrebbero potuto tranquillamente essere presi dal testo.

Il libro di Ginevra infatti è così: surreale nelle situazioni, nei dialoghi, nei personaggi e nei loro soprannomi (la Genitrice, il gatto Puccio, la Piccola Lavatrice). Mi ha fatto pensare - in quanto appassionato dilettante di letteratura ispano-americana - a don Ramón María del Valle-Inclán e alla sua più celebre invenzione, l'esperpento (giusto per fare un titolo: "Luci della bohème"). Ché alla fin della fiera l'esperpento è tipo il teatro dell'assurdo ante litteram, dato che il Valle-Inclán passò a miglior vita nel 1936, appena una manciata di mesi prima dello scoppio della Guerra Civile Spagnola. Lui stesso era un personaggio che sembrava uscito da uno dei suoi testi, coi sui occhialini rotondi, la barba lunghissima e privo di un braccio - amputato per le complicazioni delle ferite dovute a una rissa da osteria, in cui la leggenda narra lo avessero infilzato con una forchetta. Il mio primo incontro con Valle-Inclán avvenne nel parco dell'Alameda di Santiago de Compostela, ove incappai in una statua che ti guarda beffarda da una panchina su cui appoggia le coltissime terga. Ma forse sto divagando.

Un'altra cosa che colpisce subito il lettore è lo stile che percorre tutto il libro. Aderente alla lingua parlata, immediato, intriso di un'ironia a tratti bonaria e a tratti tagliente. Azzardo una chiave di lettura, già che mi sto improvvisando critico letterario: lo stile della giovane autrice (classe 1985) si intuisce essersi forgiato nella palestra del suo blog (inbassoadestra.net), da cui si carpiscono sprazzi della sua biografia che, nel bene e nel male, la collocano nel malconcio e trito contenitore della generazione sballottata tra università, vita da expat, crisi e precarietà esistenziale oltre che lavorativa.

E qui veniamo ai contenuti del romanzo di Ginevra. Che sì, va bene, narra le disavventure di una precaria che viene dalla provincia profonda, che finisce pure lei a lavorare in un call center, che attraversa luoghi e non-luoghi e acchiappa un contratto decente per fare l'accalappia-turisti (parole sue) nella filiale veneziana di una catena americana. Ma fermarsi al dato della sfiga generazionale credo sia insufficiente, oltre che ingeneroso. Già, perché nel libro di Ginevra troviamo una serie di temi universali che compongono e/o lacerano il tessuto della vita di ogni essere umano: ricerca di senso, arrembaggio alla vita adulta, fobie, malattia, morte, elaborazione del lutto, amicizia, amore. E anche gatti. Con in più Venezia sullo sfondo, ma una Venezia che grazie al cielo se ne infischia delle cartoline.

Per concludere: a me La questione è piaciuto un sacco, mi ci sono immedesimato, mi ha suscitato un ampio ventaglio di emozioni che vanno dal polpo alla gola di zerocalcariana memoria al riso, dalla tristezza allo scazzo cosmico. Leggetelo, ché ne vale la pena. E se potete compratelo, meglio in qualche libreria indipendente.

venerdì 4 settembre 2015

Lettera di un dongiovanni timido 20



Cara amica,

è un sacco che non ti scrivo e me ne dolgo. Ma, come ben sai, quest'estate è venuta fuori bella indaffarata, e va bene così. Del resto, se scrivessi ogni giorno, cesserebbe d'essere un piacevole passatempo e si trasformerebbe in un lavoro, per quanto non mi spiacerebbe farlo, questo lavoro, specie se retribuito.

Chiedo scusa, sai che tendo a divagare.

Invece adesso che è settembre di tempo libero ne ho, e ho ripreso quel mio altro passatempo che sono i giri fatti a piedi. Specie in luoghi dove - al contrario di Gotham - si possano vedere alberi, e tante altre cose verdi, e ascoltare il silenzio, e incontrare un numero ragionevolmente basso di altri esseri umani. Senza performance da documentare né record da battere, andare avanti quanto si può, si vuole e si riesce. Ci son giorni in cui accade quella specie di prodigio in cui la mente si svuota dai pensieri, ed esiste solo il momento presente, un piede segue l'altro e basta.

Oggi salivo su un sentiero che costeggia quel grosso lago a forma di Y rovesciata, non troppo lontano da Milano. Entravo e uscivo da chiazze di bosco, e a volte il sentiero s'allontanava dal pendio, perciò perdevo regolarmente di vista il blu della superficie liscia del lago. Salivo e sudavo, ché comunque il cielo era sgombro e il sole era alto. Finché son arrivato abbastanza in alto, e gli alberi parevano essersi fatti da parte per lasciarmi vedere: là dove, come due amanti, s'incontrano i rami del Lago di Como.

Non ho potuto non pensare a te, cara amica, al fatto che tu sia momentaneamente lontana e a come i rami del lago non si facciano problemi a superare distanze, valli, rocce e strapiombi, pur d'arrivare a incontrarsi.

T'abbraccio forte.




lunedì 22 giugno 2015

Lettera di un dongiovanni timido 19



Radio Baltica
Radiohead - Karma Police


Cara amica,
appena un paio d'ore dopo l'inizio astronomico dell'estate, eravamo già insieme. E non avrei immaginato un inizio migliore, per la nuova stagione.

M'hai dato appuntamento in una piazzetta del centro, davanti alla quale sarò passato un milione di volte senza mai fermarmi. Eri lì, insieme a una dozzina d'altri esploratori urbani, seduta sui gradini di marmo d'una chiesa. Al centro - dell'attenzione e della piazza - un trio acustico suonava Karma Police. Hai presente quella sensazione di essere al posto giusto nel momento giusto? Ecco, quella.

Senza dire una parola e ancora prima d'abbracciarci, m'hai accolto da lontano con uno dei tuoi grandi sorrisi. Siamo rimasti lì per un po', mentre il gruppo suonava versioni dei Nirvana, degli Afterhours e poi pezzi malinconici e profondi degni d'un Eddie Vedder padano. Niente era fuori posto, mentre la città ci cullava col suo lato migliore, per una volta lasciato allo scoperto e non nascosto in qualche anfratto per pochi iniziati.

Poi il concerto è finito, coi musicisti che si son congedati dal pubblico come amici di vecchia data. Ci siam mischiati alla folla d'una piazza più grande, un paio di birre e noi. E per qualche ora non è esistito nient'altro all'infuori di quel microcosmo, del raccontarci e del raccontare, dell'osservarsi da pochissimi centimetri e dello scoprirsi a vicenda, minuto dopo minuto, contatto dopo contatto, risata dopo risata. Eravamo soli in mezzo alla festa d'una domenica notte d'inizio estate, un po' come i ragazzi di Prévert, ma senza passanti arcigni a puntarci contro il dito. E come loro, non c'eravamo per nessuno.





venerdì 12 giugno 2015

Lettera di un dongiovanni timido 18





Radio Baltica
I Camillas - La canzone del pane


Cara amica,

si parlava l'altro giorno della parola compagno, compagna. Che secondo noi è una parola bellissima. Cum panis, con pane: una parola che indica le persone con cui si condivide il pane. Con cui si sceglie di condividere il pane, l'alimento fondamentale, il nutrimento per antonomasia.

Scegliamo di condividere il pane con chi condivide le nostre idee e le nostre pratiche di solidarietà, di mutuo soccorso. Condividiamo il cibo con chi costruisce giorno per giorno il nostro comune. E il tessuto del vivere quotidiano è intrecciato col pane che consumiamo insieme.

Cambiando angolazione, poi, m'improvviso Neruda dei poveri e penso alle mie mani che toccano il tuo corpo chiaro, ed è come quando si lavora l'impasto: la stessa intensità, la stessa dedizione, lo stesso desiderio di arrivare fino in fondo. Tu sei pane e come tale necessaria, profumata, morbida dentro dopo aver affrontato la crosta...

E quindi questo è quanto, amica e compagna; spero di condividere altri cento di questi pani.



Titoli di coda
SONETO XIII

La luz que de tus pies sube a tu cabellera,
la turgencia que envuelve tu forma delicada,
no es de nácar marino, nunca de plata fría:
eres de pan, de pan amado por el fuego.

La harina levantó su granero contigo
y creció incrementada por la edad venturosa,
cuando los cereales duplicaron tu pecho
mi amor era el carbón trabajando en la tierra.

Oh, pan tu frente, pan tus piernas, pan tu boca,
pan que devoro y nace con la luz cada mañana,
bienamada, bandera de las panaderías,

una lección de sangre te dio el fuego,
de la harina aprendiste a ser sagrada,
y del pan el idioma y el aroma.

Pablo Neruda, Cien sonetos de amor




giovedì 11 giugno 2015

#MaiConSalvini – Cologno non ti vuole!


Riporto il testo del volantino diffuso a Cologno in occasione del comizio di Salvini a sostegno del candidato sindaco leghista.
Unici stranieri: i leghisti nei quartieri!


***
Anche  a  Cologno  tocca  subire  una  comparsata  del  politico  più  amato dalle  tivù  e  dalle  riviste italiane, Matteo Salvini. Come il prezzemolo, è comparso a sostenere il suo candidato sindaco.

Lo  diciamo  subito:  a  noi  non  interessa  per  niente  fare  campagna elettorale,  sostenere  l'uno  o l'altro candidato al ballottaggio.

Siamo qui per dire che Salvini non ci piace nemmeno un po'. Prima di tutto, ci sembra offensivo che venga proprio in una città come Cologno: la stragrande maggioranza degli abitanti è nata o ha origini nel sud Italia. Stiamo infatti parlando di un politico di professione che fino a pochi anni fa cantava cori contro i “terroni terremotati che col sapone non si sono mai lavati” (a Pontida nel 2009). Oppure nel 2012, sulla sua pagina ufficiale di Facebook, affermava che se al Sud le cose vanno male è anche colpa della mentalità opportunista e menefreghista di “buona parte della popolazione” che “non fa una mazza dalla mattina alla sera”. E quindi siamo noi stessi o i nostri familiari che, solo pochi anni fa, dovevamo “tornarcene al nostro paese”, perché noi dalla Puglia, Sicilia, Calabria, Sardegna, Campania, Basilicata, Abruzzo o Molise
eravamo qui a “rubare il lavoro agli onesti cittadini del nord”. Chi cambia discorsi in poco tempo e per convenienza elettorale è – come si dice in milanese – un barlafüs, cioè uno sciocco. E pure un furbacchione in malafede. A lui interessa solo acchiappare i nostri voti per restare in politica, dato che non ha mai fatto altro nella vita: non facciamoci prendere in giro da uno così! Cosa volete che gli importi dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati e degli esodati? Vogliamo davvero che Salvini e i leghisti governino le nostre vite?

Salvini oggi è nel centro della nostra città a regalare le sue solite sparate. Sparate che alimentano la guerra  tra  poveri.  Certo,  perché  uscirsene  con  cose  tipo  le  “bombe  sui  barconi”  o  le  “ruspe  sui campi rom” sono solo frasi a effetto, che puntano alla pancia delle persone e che confondono la loro testa. Già, perché se il lavoro va male, c'è la crisi, la disoccupazione e si fa fatica ad arrivare a fine mese, prendersela con chi è più sfigato di noi è facile e ci distrae per un po' dalle nostre, di sfighe. Ma  soprattutto,  distrae  dai  veri responsabili  dei  nostri  problemi,  cioè  chi  comanda  nelle  aziende  e nelle istituzioni, e li lascia in pace a farsi i loro interessi.

Infatti Salvini parla tanto anche per farci dimenticare che il suo partito, la Lega Nord, ha governato l'Italia insieme a Berlusconi per anni, prima di vedersi travolto da grossi  scandali finanziari: altro che  "Roma  ladrona",  erano  i  ladroni  ad  essersi  piazzati  a  Roma.  Ci  ricordiamo benissimo  che  l'ex segretario Umberto Bossi e l'ex tesoriere Francesco Belsito, per esempio, a febbraio 2015 sono stati  rinviati  a  giudizio  per  truffa  sui  rimborsi  elettorali:  non  parliamo  di  noccioline,  ma  di  circa  40 milioni  di  euro,  usati  per  le  spese  private  della  famiglia  del  Senatur,  Trota  compreso,  e  per comprare diamanti, lingotti d'oro e auto di lusso. Attualmente Belsito  è accusato di appropriazione indebita aggravata di 5,7 milioni di euro. Cose da gente normale, insomma. A livello locale, poi, la Lega sforna sindaci­-sceriffi che si dimenticano del bene comune, presi come sono dal rendere la vita impossibile ai migranti e a chi non la pensa come loro. Così son capaci tutti, forti coi deboli... e deboli coi forti.

E quindi lo diciamo anche in milanes, così magari lo capisce meglio: uè Matteo, va a ciapà i ratt! Te capì? Culogn te vœur no!



mercoledì 3 giugno 2015

Lettera di un dongiovanni timido 17



Cara amica,

ricordo d'aver parlato con te varie volte degli innamoramenti-lampo: quelli che a volte ci assalgono per strada o sui mezzi pubblici. Innamoramenti fulminei, di quelli che durano lo spazio di pochi sguardi, o una manciata di fermate. Ci lasciamo catturare da una serie di particolari, che ad occhi distratti passano spesso inosservati. Il titolo di un libro aperto, un taccuino e una penna, gesti talmente semplici da sembrare banali - tipo accendere una sigaretta o indossare con disinvoltura una maglietta, una spilla, un tatuaggio.
Che vuoi farci, noi inguaribili romantici (ahahah - risate registrate da sitcom americana) siamo così: basta poco per scatenare la nostra fervida immaginazione.

Pensa anche a un'altra cosa: maggio è il mese più bello da passare a Milano. La necropoli riprende almeno un po' di vita, i vivi morenti che la popolano si riscoprono - almeno in parte - umani, quasi socievoli. E poi girare in bici diventa quanto mai piacevole - al netto del traffico snervante e degli automobilisti snervati - con la brezza che scompiglia i capelli e i profumi della fioritura che solleticano le narici. E compaiono come d'incanto tutte le belle cicliste.

L'altro giorno pedalavo non-curante per andare da un punto A a un punto B.
D'improvviso, in lontananza, appare la visione d'una fanciulla in bicicletta, dal portamento elegante.
M'avvicino, pur restando ancora un po' a distanza. Lunghi capelli rossi al vento, occhiali da sole, pedalata sciolta, abbigliamento sobrio, sorriso rassicurante di chi è a posto con se stesso e con gli altri.
Oddio - penso - adesso m'innamoro-lampo.
Semaforo rosso, lei frena, io m'accosto e la osservo (sfoggiando probabilmente il consueto sguardo da triglia). Nella testa ho come un turbinio di pensieri confusi che s'accavallano: capelli rossi, frangetta, lentiggini, Venere di Botticelli, statua greca, Silvio Muccino, Come te nessuno mai, ciao fei belliffima...
E poi, implacabile come il suono della sveglia nel bel mezzo d'un sogno, scatta il miserabile verde. Resto ancora lì scombussolato, mentre lei con uno scatto disinvolto riparte e - senza che possa in alcun modo reagire - svolta in una via laterale, scomparendo in uno svolazzo di riflessi color del tramonto.

Addio, bella ciclista dai capelli di rame! - grido tra me e me. E poi riparto verso la meta, definitivamente destato dagli sberleffi dei clacson.





venerdì 29 maggio 2015

Lettera di un dongiovanni timido 16

Titoli di testa:


Cara amica,
perdonami per la sbrodolata autoreferenziale di cui sopra: immagino tu ci abbia capito poco. Sai quanto sia affettivamente legato alla terra di Galicia - l'angolo in alto a sinistra della Penisola Iberica - e quindi alla sua cultura e alla sua lingua. Quella qui sopra è una delle poesie più famose di Rosalía de Castro, letterata simbolo di quelle lande. S'intitola Unha vez tiven un cravo (Una volta avevo un chiodo), contenuta nella raccolta Follas novas (Foglie nuove).

M'è venuta in mente perché racconta un stato in cui mi riconosco, e tanto, tante volte.
Il chiodo è la metafora di qualcosa che rode dentro, che tiene svegli a rimuginare, che occupa la testa già appena svegli. Un malessere latente che ci si porta appresso e che diventa, malgrado tutto, un compagno di strada.

E qui viene il bello, anzi no, il brutto, anzi no, diciamo il paradosso. Quando si riesce ad estirpare il chiodo - nel nostro caso l'io narrante chiede aiuto a dio, noialtri magari a cose più a portata di mano - dicevo, quando il chiodo si strappa e il malessere cessa, beh, succede l'insospettato. Subentra un senso di vuoto, la nostalgia della presenza costante di quel qualcosa che rode dall'interno. Chi capirà mai questo "fango mortale", quest'accozzaglia di contraddizioni che è l'essere umano? - conclude agrodolce Rosalía de Castro.

Ecco, mi ci ritrovo, in questo paradosso. Cara amica, lo ammetto, dato che negli affetti la sincerità è rivoluzionaria: questo pessimismo moderato su cui ti tedio lettera dopo lettera, in fondo mi piace. Trovo che sia uno stato estremamente creativo, mi dà in continuazione spunti e voglia di scrivere e di scriverti. Lo dico spesso che da vicino nessuno è normale, e mentirei se pensassi di costituire un'eccezione.
E quindi reiterare situazioni che alimentano il mio chiodo personale non è un atto privo di senso, anzi: aiuta a restare coerente col personaggio fatto di parole che pian piano mi son costruito attorno.

Vabbé, per oggi è tutto.
Baci e avambracci, a presto.



sabato 23 maggio 2015

Expo sì, Expo no, Expo un caz!



Articolo apparso su precaria.org il 22 maggio 2015.
Alla faccia delle 'grandi opportunità' strombazzate dalla propaganda degli expoentusiasti, il circo dell'Expo 2015 ci regala debito, cemento e precarietà.

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Expo sì, Expo no, Expo un caz! – per parafrasare una vecchia canzone di Ricky Gianco. Nel mio caso è andata proprio così: assunto da Coop Lombardia a tempo determinato, sono stato licenziato ancora prima di metterci piede, a Expo. Avrei dovuto lavorare nel rutilante “Supermercato del Futuro”, avevo già completato un periodo di formazione teorica e di addestramento pratico in un Ipercoop, e mi avevano anche già dato le uniformi – stilosissime come solo noi italiani sappiamo fare, casual senza rinunciare all’eleganza.

Il giorno prima dell’inaugurazione del mega evento, però, vengo convocato nella sede centrale. Ci spiace signor K. – afferma contrito il signore dell’ufficio personale – il nostro rapporto di lavoro termina qui. Il motivo? – chiedo. La Questura di Milano non le ha rilasciato il pass per accedere all’area Expo – risponde. E aggiunge: Non ne sappiamo le ragioni. Capisce che se non può entrare in Expo e noi l’abbiamo assunta per lavorare ad Expo, da parte nostra il contratto decade. Arrivederci.

Potete immaginare la mia faccia da triglia dopo questa metaforica pedata nel sedere. Cosa mai avrò fatto di male, essendo un giovanotto incensurato? Penso a mia madre che mi dice di tagliarmi le basette una buona volta, al fatto di preferire il nero per il mio abbigliamento (è che sono negato con l’abbinamento dei colori), al fatto di ostinarmi ad andare ai cortei e a frequentare gli spazi sociali. Qualunque sia la ragione, forse sono troppo brutto per rappresentare l’eccellenza italica oppure qualche funzionario zelante pensa che sia potenzialmente pericoloso per Expo, peraltro su basi inesistenti. Quel che è certo è che non ricevo nulla di scritto, né dall’azienda né dalla Questura. Meno male che “La Coop sei tu”.

Così ora mi ritrovo senza un lavoro e con un licenziamento non ben motivato. Alla faccia degli slogan su occupazione, opportunità e rilancio, nella Milano di Expo succede anche questo. Non sapevo a che santo votarmi, poi per fortuna m’è apparso San Precario.


lunedì 18 maggio 2015

Lettera di un dongiovanni timido 15



Radio Baltica
Ruxe Ruxe - Máis a modo


Cara amica,

ti ho mai confessato che, nelle giornate di primavera/estate, la mia parte preferita è l'ora che precede il crepuscolo?
Tutto finalmente rallenta, l'aria si rinfresca; il corpo chiede birra, qualcosa da sgranocchiare, e poi chiacchiere a briglia sciolta. L'ora in cui anche qui, nella metropoli diffusa, ci riscopriamo umani e abbiamo voglia di uscire dai nostri gusci, metaforici o letterali.

È anche l'ora in cui pregusto la discesa della notte, con il suo carico di aspettative o di silenzi pensierosi. Generalmente questa è l'ora in cui scrivo le mie lettere, già che le parole mi sembrano venir fuori da sole. Annuso l'aria che entra dalla finestra, ascolto i suoni - finalmente attutiti - che vengono da fuori. Il mondo tira il fiato.

Accadono serate in cui mi preparo a uscire, per incontrare amici, amiche, fratelli e sorelle, compagne e partigiani. Uscire per il solo gusto di farlo, il gusto di alimentare il nostro comune con leggerezza; o con l'intento di distrarci dalle fatiche di ogni giorno, o dagli strappi che talvolta lacerano il tessuto delle nostre r-esistenze. Uscire con la voglia di tirar tardi e bere tanto, sudare ai concerti o ballare nei nostri posti occupati/autogestiti.

Ecco, in quelle serate non mi va di rimanere malinconico e arrovellarmi. Voglio vivere fino in fondo le situazioni, come quando corri tanto da sentirti bruciare i polmoni. Lo diceva Keynes: "Nel lungo periodo saremo tutti morti". Lo dice anche la mia colonna sonora mentale: "Più a modo, più a modo, e farai un bellissimo cadavere".

Allora ciao, io esco. E viva l'adolescenza lunga ;-)



sabato 16 maggio 2015

Lettera di un dongiovanni timido 14

Radio Baltica
Extremoduro - Quemando tus recuerdos



Cara amica,

son tre giorni che non riesco a smettere di pensare al fatto che vai a convivere. Non fraintendermi: che tra noi ogni cosa sia finita (e da un pezzo) penso di averlo metabolizzato. Ci mancherebbe, dopo tutto questo tempo. E poi, a dirla tutta, me l'aspettavo, ché si sa che queste sono cose che succedono.

Son contento per te, e molto. Fidati che lo dico senza retorica né per senso del dovere.
Solo, la cosa mi sta facendo un pochino male, ma non tanto eh: come - che so - quando all'indomani d'uno sforzo inconsueto ti viene l'acido lattico. M'hai ricordato che lì dietro l'angolo c'è (o ci dovrebbe essere) quella cosa che la gente chiama 'vita adulta', secondo cui grosso modo una persona si assesta sentimentalmente, va a convivere e magari fa pure dei figli. La verità è che, con il passare degli anni, il sottoscritto si sente sempre meno conforme con questo schema. A suo tempo, anni fa, ero sinceramente convinto che con te sarei potuto arrivare almeno alla prima tappa (solo la prima, eh, perché i figli ommioddìo che ansia). Invece oggi son sempre più scettico, non credo che riuscirei a stabilizzare una qualsivoglia relazione, e soprattutto non ne ho granché voglia.

Il giorno in cui m'hai fatto uscire dalla tua vita di tutti i giorni, pensavo si stesse chiudendo un capitolo. Sai che tendo ad essere drammatico, e quindi oggi mi sento come alla fine di un libro, di quelli che ti lasciano l'amaro in bocca. Ora che vai a convivere, come farò se mi vien voglia di venire a trovarti? Non potrò più stare da te, anche se solo sul divano, né prepararti la colazione - ché senza caffè tu appena sveglia stermineresti il genere umano. Dovrò invece prenotarti per qualche ora, per chiacchierare sul dehors di un baretto, con la fretta di dover dirti tutto perché poi il tempo a mia disposizione scade. Non potrò più sbirciare i ripiani della tua libreria e scoprire le nuove letture, né svuotarti i posacenere ricolmi solo per il gusto di far qualcosa di gratuito e carino. Cara amica, ho la sensazione di trasformarmi progressivamente in un estraneo e ciò mi ricorda una pantegana che rosicchia qualcosa dentro.

E nulla, basta far drammi. Ora, come suggerisce la canzone della colonna sonora mentale, "vado a impregnarmi di benzina un'altra volta, vado a sfregarmi in giro, vediamo se m'accendo; percorrerò da un estremo all'altro la città, bruciando i nostri brutti sogni". Ma prima t'abbraccio. Alla prossima.



domenica 3 maggio 2015

Lettera di un dongiovanni timido 13



Cara amica, 
l'altro giorno m'hai preso metaforicamente a schiaffi e, col senno di poi, hai fatto solo bene. "Piantala di vivere nel passato!" - hai sbottato - "Ti rendi conto che, ogniqualvolta sei giù di morale, ti torna la nostalgia dell'Erasmus? Son passati cinque anni, ora basta".

Come darti torto, del resto: è una forma di autodifesa che tiro fuori contro periodiche ondate di disincanto, tristezza, scazzo cosmico. Accidenti a me. Rievocare i ricordi potenti di un periodo intensissimo, in cui le preoccupazioni dell'oggi si tenevano a debita distanza, in cui tenevo a bada il pessimismo moderato che m'affligge, in cui al contrario mi lasciavo travolgere dalle circostanze. Nonostante sfiorassi già il primo quarto di secolo, c'era ancora l'adolescenza lunga, mi ci trovavo in pieno, e non ci pensavo. Che fesso, madonna.

Ma ancora più fesso mi sento adesso, già che m'hai fatto notare che non posso restare in sindrome da ritorno permanente. A volte mi scopro a immaginare di camminare per strade e luoghi familiari, aver voglia di entrare in questo o quel bar, essere in un altrove che ormai esiste solo nella mia testa - nel senso che si tratta dell'immagine cristallizzata della mia città antica, scollegata dalla sua realtà presente e dal mio presente di tutti i giorni.

E vabbé, basta, che sennò m'intristisco e non esco più da quest'umore paludoso.
Mi congedo con un'ultima istantanea: ero su un autobus, con un peso allucinante sullo stomaco e una grossa valigia con dentro un anno di vita, tipo. C'era da attraversare un lungo ponte su un grosso fiume, guardavo fuori dal finestrino senza realmente vedere il paesaggio. Ascoltavo questa canzone, che piazzo anche qui a mo' di titoli di coda.

 



sabato 25 aprile 2015

Lettera di un dongiovanni timido 12



Cara amica,
e se fossi stata partigiana?

D'accordo, capisco che di primo acchito la domanda sembri una boutade. Ma sai meglio di me che nelle nostre idee e nel nostro vissuto risuonano gli echi della Resistenza. Una Resistenza che è terra fertile per far crescere esistenze e resistenze oggi. E se la Resistenza è fertile, da essa son sbocciati e sbocceranno cento e cento fiori. Anche dopo settanta, cento, duecento, mille anni.

Ma non volevo dilungarmi su questo, per quanto importante sia per noi.

Ti stavo solo immaginando partigiana, bella solo come la giovinezza sa essere, purché libera e ribelle, finalmente. Ti immagino come quella celebre foto della miliziana sorridente, durante la Guerra Civile di Spagna, sullo sfondo una Barcellona prima delle macerie e della barbarie fascista, in cui tutto sembrava possibile.

Se fossi stata partigiana, amica mia, quale sarebbe stato il tuo nome di battaglia? E se fossi partigiana oggi, non ti incontrerei nelle milizie kurde di autodifesa delle donne? E prima non ti avrei incontrato nei cortei dei nostri intensi anni Settanta, al G8 di Genova, sui sentieri in Val Susa? O in ogni luogo in cui ci fosse stato bisogno di combattere l'oppressione e costruire il comune che viene?

Di una cosa sono certo, amica partigiana: che ovunque fossi stata, in qualunque modo avessi declinato la tua r-esistenza, saresti stata capace di non perdere la tenerezza, di restare umana.

Buon 25 aprile.



domenica 19 aprile 2015

Lettera di un dongiovanni timido 11


Radio Baltica
Le luci della centrale elettrica - I Sonic Youth


Cara amica,
è un sacco che non ti vedo. E, a dirla tutta, l'ultima volta che ci siam visti non fa neanche testo, ché tu eri accompagnata e io accusavo parecchi assaggi di ottimi vini. Ma tant'è.

Anche se le nostre strade si sono incrociate solo per qualche settimana, mi capita abbastanza spesso di ripensare a te. M'affascinavano i tuoi racconti sull'adolescenza grunge del delta del Po, le feste de l'Unità, la voglia di andartene e la monotonia della pigra vita di paese. Mi piacevano molto - in ordine sparso - il tuo accento musicale, la tua pelle liscissima e pallida, i capelli a spaghetto e quell'aria da ragazza acqua e sapone - nonostante Milano e nonostante quel tuo lavoro in mezzo ai maledetti creativi (che da queste parti scorrazzano indisturbati).

Era appena iniziato giugno, e una volta liberati dalla fastidiosa barriera dei nostri abiti, tu dissi una cosa che m'è rimasta impressa: "Caro amico, hai una faccia e dei gesti come un bambino che ha appena scoperto le bambine". E c'hai ragione: chiamala goffaggine, chiamala timidezza, sta di fatto che ogni volta mi sento come la prima, le gambe che mi tremano e le farfalle nello stomaco. Mannaggia a me, mannaggia.



venerdì 17 aprile 2015

Lettera di un dongiovanni timido 10





Cara amica,
l'altro giorno ti raccontavo fatti miei e a una certa son scoppiato a piangere come un cretino.

Intendiamoci: in generale non amo esprimere così esplicitamente quel che provo, ché mi sembra di fare pornografia sentimentale.
Però la questione è che di te mi fido, con te mi sento a mio agio e non ho problemi a mostrarmi come effettivamente sono (o come credo di essere - ma questa è un'altra storia).
Forse te l'ho già detto qualche volta, mal che vada mi ripeto: la sincerità è rivoluzionaria. Sento che con te non ho bisogno di indossare la mia consueta maschera di malmostoso serio e distaccato, né di occultare gli sciami sismici dei miei terremoti emotivi, né le scosse di assestamento o le tensioni che s'accumulano sottotraccia. Sicché l'altro giorno m'hai visto aprire senza ritegno i rubinetti, far zampillare le mie cascate del Niagara personali.

Che dire quindi? Ricordami così, come un punk rocker dal cuore di panna.



sabato 11 aprile 2015

Lettera di un dongiovanni timido 9


Cara amica,
quando mi guardi con quello sguardo lì, mica capisco che cosa vuol dire. Anche perché spesso sorridi, e mi sembri più enigmatica della Gioconda.

Vorrei fosse uno sguardo d'intesa, di quelli che poi non c'è bisogno d'aprir bocca ché ci si capisce al volo, tu ed io.
Vorrei fosse uno sguardo di rassicurazione, anche, come per dire che "non temere, per quanto goffo e impacciato, amico, per me resti un punto fermo".
Vorrei  fosse uno sguardo d'invito, se me lo concedi, ché ci son volte che vorrei chiudermi in una stanza con te e non uscire per ore, parlare per ore e fare per ore ginnastica d'amore - non necessariamente in quest'ordine - e uscire solo quando si ha fame e si ha sete.

Ma non è solo questo. Ci ho un sacco di ambizioni, sai? Tipo che vorrei andare alle mostre con te, scoprire i lati nascosti della necropoli, bere tisane d'inverno e centrifugati d'estate. Vorrei star lì, fianco a fianco, a far letture in parallelo, tu col tuo libro e io col mio, che so, io con Izzo e tu con Galeano, io con Foscolo e tu con Dostoevskij, io Enrico Brizzi e tu Beppe Fenoglio. Vorrei passare questi pomeriggi di primavera su una coperta in un parco, ma un parco vero eh, di quelli abbastanza grandi da non sentirci il rumore del traffico. Naturalmente senza imporre nulla, sia chiaro, solo se ci hai tempo e ci hai voglia.

Vorrei scoprissimo la nostra città invisibile, anzi meglio: vorrei la costruissimo insieme. Con passaggi segreti, vecchie porte e cimiteri monumentali. Giri in bicicletta a tracciare le nostre mappe mentali, e osterie come nostri porti franchi (tu vino rosso e io gin tonic). I piccoli templi dei nostri concerti, le piccole burrasche dei nostri sconcerti e dei malumori che a volte sono in agguato dietro agli angoli. Anche perché la nostra città non teme la malinconia dei ricordi spezzati, né la tristezza delle notti di nebbia a novembre. Così come non rimuove i conflitti, da quelli del quotidiano a quelli più grandi, o non rimuove le nostre mille contraddizioni.

Boh, amica, alla fine non so più se volevo parlarti di legami o di riti psicogeografici. Ma va bene lo stesso.

Quando mi guardi con quello sguardo lì, invece, a me viene lo sguardo da triglia. E mi vien da farfugliare: "Amica, fei belliffima!".



sabato 4 aprile 2015

Lettera di un dongovanni timido 8


Radio Baltica
Afterhours - Bye bye Bombay


Cara amica,
sarà un anno che non ci vediamo di persona. Paradossalmente, ci son volte che ti percepisco come una presenza, per quanto assente. O, se preferisci, come un'assenza presente; vedi un po' tu, per me è uguale.

Giusto stamani ripensavo per l'ennesima volta alla mia partenza, che allora percepivo come uno sradicamento: le mie radici nude esposte all'aria, un'operazione a cuore aperto, un fascio di legami recisi che sanguinano.

Nella tua lingua, la nostra lingua comune, c'è la parola destierro, che secondo me rende bene l'idea: quando ti strappano dalla terra di cui ti senti parte. Mai in precedenza m'era capitato d'associare alle persone care la terra - fertile - in cui il nostro vissuto comune aveva attecchito ed era cresciuto.

Abbi pazienza, ritorno alla metafora del giardinaggio, come all'inizio dei nostri incontri: le relazioni umane sono piante, e bisogna curarle, ciascuna a suo modo, e hanno bisogno di buona terra in cui mettere radici. Quando la nostra pianta si stava seccando, ammetto, per farmi forza mi sono spesso raccontato di essere un bravo giardiniere. Oggi non ne sono più tanto sicuro, sto ricominciando da zero, dalle piantine di basilico sul balcone al sesto piano.

Appena prima di salire su quel cavolo di aereo, amica, avevo un nodo gigante alla gola e inchiodato in testa il verso d'una canzone: io non tremo, è solo un po' di me che se ne va.



giovedì 2 aprile 2015

Lettera di un dongiovanni timido 7


Radio Baltica
Afterhours - Voglio una pelle splendida


Cara amica,
oggi volevo scriverti due righe senza troppe pretese, ché questo tiepido inizio di primavera mi sta lasciando imbambolato in maniera quasi imbarazzante.

Volevo dirti che mi è piaciuto un sacco quella specie di buco dello spazio-tempo in pausa pranzo, che ci ha regalato un pic-nic all'ombra di una magnolia secolare al centro di un giardino, il tutto senza muoverci da un centro congressi nel pieno centro di Gotham City.

Che poi... neanche mi sembrava tetra e inospitale, con il sole e la gente a frotte per strada e anche a frotte in bicicletta. Un'euforia leggera sembrava essersi impossessata di tutto.

E alla fine, mi è anche piaciuto stare lì in mezzo al baccano del traffico e della gente trafelata, lì davanti alla stazione in centro, e chiacchierare e sorridere come se non ci fosse nulla là intorno. Stare lì e parlare di quegli scrittori che ci riempiono la testa, e dello scrivere che ci riempie la vita, ogni tanto, laggiù nel tempo libero.

E basta, voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida, immaginarti con le margherite tra i capelli in una domenica di maggio, sdraiati sopra l'erba, sotto al sole, un pomeriggio al Parco Lambro; o forse meglio al Parco-Limbo.



sabato 28 marzo 2015

Lettera di un dongiovanni timido 6

 
Radio Baltica
Le luci della centrale elettrica - Punk sentimentale


Cara amica,
se c'è una cosa che abbiamo i comune, tra le altre, è che ci piacciono Le luci della centrale elettrica. Ti ricordi quella serata in cui, chiacchierando per ore, cercavamo di sviscerare razionalmente il perché e il percome di questo?
- "Riflettono lo spirito dei tempi!"
- "Parole e musica che rendono bene l'idea di una precarietà che, oltre il piano lavorativo, invade l'intero spazio dell'esistenziale".
Eccetera.
Tutto bello, tutto vero. Ma sono e restano delle spiegazioni a metà, come tirare un lenzuolo singolo da un lato all'altro di un letto a una piazza e mezzo. Perché qui entriamo nell'intricato campo delle sensazioni di pancia. E quindi c'è poco da razionalizzare. "È perché in fondo siamo dei presi male", decretasti dopo la quarta birra media. "Parole sante" aggiungevo a mia volta, mentre sedevamo sul marciapiede fuori da una nota birreria. Quella serata terminò cantando a squarciagola le loro canzoni, che come cani randagi correvano per le strade deserte della notte fredda di Milano.

Qualche giorno dopo mi telefonavi, proponendo di andare al loro concerto, l'ultima tappa di un tour chiamato Costellazioni, al circolo Magnolia, un venerdì sera di fine marzo. Grazie, amica, perché se non fosse stato per te non mi sarei posto il problema se non all'ultimo momento, e mi sarei fatalmente trovato senza biglietto, dato che il concerto registrò il tutto esaurito nel tempo di un viaggio Ferrara-Bologna in treno regionale.

E poi... e poi il concerto è stato bellissimo. Lo spirito punk delle canzoni riarrangiate per la classica formazione chitarra-basso-batteria, un mucchio di accordi distorti, ritmi pestati, ma senza perdere l'introspezione e la delicatezza delle canzone più lente, sofferte e profonde come fondali oceanici.

Durante certe canzoni abbiamo urlato, ballato come pazzi e sudato fuori le schifezze della vita frenetica e a tratti disumana della metropoli diffusa; come un rito liberatorio, avevo l'impressione che il corpo collettivo dei presenti esorcizzasse così le sue paure, il timore di perdere l'umanità a volte tragica, a volte euforica che si esprime nelle canzoni de Le luci. Oppure eravamo lì a prendere la vita come in un dopoguerra, felici da fare schifo per il semplice fatto di essere lì, in quel momento, perché quel qui e ora era (è) la nostra festa, la celebrazione dello stare insieme e far parte tutto sommato di un qualcosa, nonostante tutto; noi lì a maneggiare con sana incoscienza materiali fragili e preziosi senza sapere come si fa.

Durante certe altre canzoni ci siamo cullati nelle parole e nella carne viva delle metafore che ci avvolgevano da ogni lato, sicuri che l'amore ha un meccanismo simile a quello del mare, che ogni strada di provincia può diventare la Via Lattea, che anche tu - cara amica - sei ancora più bella, quando sei stanchissima.

Ci siamo abbracciati quando dal palco Vasco Brondi ha annunciato una cover di una vecchia canzone degli Afterhours, e poi anche sul vialetto all'uscita; sai che sotto sotto ho un animo da punk sentimentale, e mi ricorderò per un pezzo le occhiate che ci lanciavamo nei passaggi significativi delle nostre canzoni preferite, e di come la tua pelle era elettrica quando le nostre braccia si sfioravano. Ed era tutto perfetto.

E poi, alla fine, che cara catastrofe riaccompagnarti a casa e salutarti sul portone, e poi tornare da solo. Madonna che silenzio che c'è stasera.



Titoli di coda

[A parte Le Luci e il concerto, ogni riferimento a cose o persone reali è puramente casuale].


mercoledì 18 marzo 2015

Lettera di un dongiovanni timido 5



Cara amica,
ti ricordi quelle convulse giornate di marzo 2003? Furono ore segnate dallo sgomento e dalla rabbia, un pezzo ineliminabile della nostra educazione sentimentale.

Da svariate settimane la tensione intorno all'Iraq era alta; c'era ancora Saddam, c'era George W. Bush che scalpitava per esportare la democrazia a suon di bombe, c'era la pantomima degli inviati dell'Onu nel paese mediorientale, alla ricerca delle fantomatiche 'armi di distruzione di massa'. Sapevamo che la guerra sarebbe scoppiata in ogni caso, era solo questione di ore.

Noi si era all'inizio del nostro attivismo politico, nell'arruffato sottobosco dei centri sociali. Solo pochi mesi prima avevamo fondato un collettivo a scuola, e per la prima volta nei nostri quindici, sedici anni avevamo la sensazione di fare qualcosa di importante, di essere parte di un movimento più grande e che stava innegabilmente dalla parte del giusto. Erano sensazioni nuove, di un'intensità che non avremmo mai più provato dopo.
Un'immagine su tutte riassume quello spirito: l'enorme manifestazione contro la guerra e il rapace espansionismo americano, quel 15 febbraio 2003, a Roma. Tre milioni di persone in piazza, in contemporanea con migliaia di cortei in tutto il mondo.

Quel maledetto 16 marzo, invece, era domenica. La mattina dopo, all'ora di colazione, la notizia al notiziario delle 7,30 di Radio Popolare: tre fascisti hanno ucciso un compagno dell'O.R.So. a coltellate, fuori da un bar del quartiere Ticinese. Si chiamava Dax. Dopo il primo pugno, un secondo: la polizia ha scatenato una violenta caccia all'uomo dentro l'ospedale San Paolo, massacrando di botte i compagni e le compagne accorsi dopo l'aggressione. La scusa della questura ha il sapore di una presa per il culo: "Volevano trafugare la salma, abbiamo dovuto fermarli". Ripenso al "malore attivo" del volo di Pinelli, ho di nuovo quel groppo in gola che avevo conosciuto con i fatti del G8 di Genova...

Il giorno dopo, la prima pagina di Liberazione titolava: "Le prime vittime della guerra". Sotto, una foto di Dax e una di Rachel Corrie, attivista statunitense, schiacciata da una ruspa israeliana nella Striscia di Gaza mentre difendeva dalla demolizione alcune case palestinesi. Quel giorno cadeva anche l'anniversario dell'assassinio fascista di Fasto e Iaio, il venticinquesimo.

I ricordi mi portano poi al sabato successivo, in Largo Cairoli, dove si incrociano e si fondono due cortei: il primo, partito dall'O.R.So., è per Dax. Il secondo è contro la guerra in Iraq, che aveva cominciato a intonare i suoi canti di morte il 20 marzo. È sabato e noi ci siamo mossi di corsa all'uscita da scuola, con l'ansia di arrivare in centro il più in fretta possibile. In Cairoli mi ricordo la testa del corteo per Dax, lo striscione rosso coi martelli incrociati, la scritta "Ucciso perché militante antifascista". Silenzio e facce tese, molte ancora tumefatte dai manganelli del San Paolo. Immenso smarrimento, immensa dignità. Un bar che va a fuoco, gli sbirri che oggi non si fanno vedere. Il secondo corteo, più eterogeneo ma ugualmente rispettoso del lutto recente, così come dei lutti a venire sotto le bombe di Bush. Nessuno ha voglia di ridere, nessuno.

Muore un partigiano ne nascono altri cento.
Quel giorno capii che questa frase non è, necessariamente, solo retorica.


Titoli di coda:




martedì 10 marzo 2015

Lettera di un dongiovanni timido 4

Radio Baltica
Skruigners - Come foglie



Cara amica,

m'hanno accusato da più parti d'essere un romantico - forse uno degli ultimi? - per via di queste missive e della propensione a mettere sotto la lente d'ingrandimento stati d'animo e relazioni. A me tale definizione fa strano, e va da sé che non son d'accordo.

Tu, invece, m'hai accusato più volte d'essere portatore d'un pessimismo radicale che ben pochi altri hanno, in quello stesso ambito delle relazioni tra esseri umani ed i loro umani sentimenti. Nemmeno qui son d'accordo. Non è vero che son radicale: se ci penso, mi auto-definisco pessimista moderato. Già che vedo estremamente difficile quel che il resto del mondo chiama "amore". Estremamente difficile capire a fondo l'altro, apprezzarne i difetti e non solo tollerarli, mettere da parte lo sbirro, il prete e il capitalista che abbiamo nel cervello. Non cedere all'egoismo nella vita d'ogni giorno, non far del male né essere feriti, saper negoziare, e quando serve saper cedere. Vedo difficile, difficile riuscirci, già che da vicino nessuno è normale, ognuno ha la sua quota - più o meno grande - di legittima stranezza; già che i nostri umanissimi limiti ci fanno confondere, o ci spingono a cercare con affanno conferme, o compensazioni, o cose simili; o più semplicemente gli umani cambiano - grazie al cielo - e se anche si compie il miracolo d'incontrarsi in una tappa, non è detto che poi si riesca/si possa/si voglia star insieme nel resto del cammino. Aggiungi il fatto che qui a Gotham City i ritmi di vita sono frenetici e il tempo per la vita sociale scarseggia sempre, tra lavori di merda, spostamenti da un luogo all'altro e passatempi più o meno costruttivi che servono a non cadere nell'alienazione del quotidiano.

- Ma vedi che sei radicale nel tuo pessimismo? - dirai tu - Allora a che serve tutto il nostro agitarci? Pensi che chi crede nell'amore perda il suo tempo, o si stia sbagliando?

- Non lo penso affatto, amica, ed è qui che mi ritengo moderato: nel loro affanno, nel loro esser tristi, disorientati e imperfetti, gli umani si cercano l'un l'altro. Ed è qui il riscatto: nel senso dell'incontro. Quando riesce, quando quel ponte fragile è lanciato e dura qualche istante, ecco, tutto quanto ha già un senso.
Quando poi si spezza, non importa, siam già pronti a ricominciare da capo.



[Ogni lettera è quasi totalmente inventata, se a qualcuno interessa]





giovedì 5 marzo 2015

Lettera di un dongiovanni timido 3

Radio Baltica
Maria Antonietta - Quanto eri bello

Lei è Valeria Disagio, voce dei Kalashnikov Collective (foto presa dal loro blog)


Cara amica,

so perfettamente quanto ti irritino i miei improbabili innamoramenti platonici. Se non altro, perché sono soliti palesarsi almeno una volta al mese, e a volte anche più spesso, secondo i picchi della mia sgangherata vita sociale.

Succede che ti dia sistematicamente ragione, già che nel novantanove virgola nove percento dei casi ti accorgi di quanto inconsistenti tali innamoramenti siano, o di quanto poco accuratamente io selezioni i bersagli di tali innamoramenti, oppure le due cose insieme. Insomma: delle cantonate colossali, per farla breve, dei buchi nell'acqua, dei non-hai-capito-un-tubo-amico.

Eppure umani siamo ed umani resteremo, e puntualmente ci ricasco, mannaggia a me. La cosa più ridicola, dici, è che ci sono degli schemi che si ripetono. Mi invaghisco sistematicamente di tipe abituate a stare al centro dell'attenzione altrui: cantanti, musiciste, attrici, attiviste politiche, intellettuali di sinistra. Aggiungi, maligna, che per stare su un palco e/o con un microfono in mano occorre una buona dose di egocentrismo ed un livello drammaticamente basso di autocritica. A te tutti 'sti personaggi, a prescindere dal genere, non piacciono granché.

Ma lo sai, amica, che mi entusiasmo facilmente. Che ci vuoi fare, sarà uno di quei retaggi adolescenziali che fanno fatica a passare. Mi entusiasmo facile e un mucchio di gente di primo acchito mi sembra interessante, fascinosa, piena di interessi e di progetti che uau. Sì, lo so che poi l'entusiasmo dura poco, che ci ritroviamo davanti a una birra e m'ascolti ripetere, come ogni volta precedente: "Certo, come sempre, alla fin fine, da vicino nessuno è normale".


[A parte Valeria Disagio e i Kalashnikov Collective, tutto il resto è finzione]



mercoledì 18 febbraio 2015

Lettera di un dongiovanni timido 2

Radio Baltica
Gorillaz - Crystalised



Cara amica,
interno notte. Finalmente un attimo di calma nella giornata. Mi ritengo una persona socievole, normalmente. Tuttavia, ci sono momenti in cui preferisco stare in solitudine e lasciar andare a ripetizione una di quelle canzoni tranquille che tanto piacciono anche a te (o almeno, sospetto che ti piacciano).

Seguo con i movimenti del pensiero quelli delle volute di fumo, altrettanto calme.

Ripenso all'altro giorno, quando passasti un momento di sconforto. L'avevo intuito da qualche mezza frase lasciata cadere, e ti venni in aiuto (o almeno, questo speravo e spero). Vedevo nelle tue parole tutta la tristezza del mondo, concentrata in un unico punto e in un unico istante. Cercavo di consolarti, di distrarti, di strapparti un sorriso. Volevo salvarti, anche se a posteriori questo proposito mi appare velleitario, ché a stento sarei capace di salvar me stesso, figurarsi qualcun altro - inutile farsi illusioni, il materiale umano è quello che è.

Qualcuno disse che l'inferno sono gli altri. Sono in parte d'accordo, ma d'altra parte capita a volte che si compia il miracolo della sintonia tra esseri umani. Allora mi viene l'idea che quell'inferno lì si possa momentaneamente dimenticare, che si possa congelare per un po', lasciandoci il sollievo di allentare le difese e stare a nostro agio, finalmente.

Avrei voluto che quello stato d'animo si cristallizzasse, che rimanessimo così, come onde con la stessa equazione - passami la similitudine, m'è uscita così, maledetto entusiasmo.

Ma poi, come in tutto, quello stato di grazia giunse alla fine, dissipato da tutto il resto che un po' ci assedia e un po' ci accompagna. Quella sintonia si dissolse come le volute di questo fumo, quando va a perdersi negli angoli in penombra di questa stanza. Non fu spiacevole, anzi, continuare a chiacchierare, ma era già un'altra cosa.

E poi venne il momento di chiudere la comunicazione e congedarsi in quel nostro modo un po' scanzonato: "Allora ciao, buonanotte, speriamo nevichi merda in testa ai fascisti"; sorriso-sorriso, bacio-bacio.

Quella notte dormii come un sasso, paradossalmente dopo essermi messo a letto leggero, più leggero del solito. O forse non c'è alcun paradosso.



[Anche questa lettera è frutto d'invenzione; ogni riferimento a cose o persone reali è puramente casuale].

martedì 10 febbraio 2015

Opinioni di un kalimero



Incollo di seguito un articolo/sfogo gentilmente pubblicato dai giovani ed agguerriti redattori di Torquemada, incendiario spazio virtuale di approfondimento e discussione.
Il titolo originale m'era uscito un po' apocalittico: 'La Grecia e l'ultima chance dell'Europa'. Ci ho pensato un po' su, e poi ho deciso di ridimensionare la cosa. Non me ne voglia il signor Heinrich Böll per la parafrasi :)


***
Cominciare un articolo con note autobiografiche - soprattutto se ha l'ambizione di dare qualche spunto di riflessione - non mi è mai sembrato un granché interessante.
Tuttavia mi viene da fare un'eccezione, nella speranza di spiegare meglio quel che mi passa per la testa.

Ho ventotto anni ed una laurea specialistica in 'economia, politica e istituzioni internazionali'; oggi sono un lavoratore precario, uno dei tanti che si arrabattano. Appartengo con orgoglio a quella che certi giornalisti etichettano come 'generazione Erasmus': sia nel corso degli studi che dopo, infatti, ho usufruito delle occasioni che l'Unione Europea mi ha offerto per accrescere le mie competenze e vivere in altri paesi membri. Ho svolto un tirocinio ad Amsterdam ed uno a Jerez de la Frontera (Andalusia); ho studiato all'università di Santiago de Compostela e lavorato in una biblioteca lituana con il Servizio di Volontariato Europeo (Sve). In tutti questi anni non ho mai dubitato che il mio futuro fosse saldamente radicato nell'Unione, e ho sempre sperato che l'Europa potesse in qualche modo aiutare l'Italia a superare le sue numerose anomalie (gerontocrazia, maschilismo, razzismo, clientelismo, corruzione, scollamento delle istituzioni dalle vite delle persone, ecc) e - perché no - anche aiutarla a sprovincializzarsi e diventare, finalmente, un paese più civile, più accogliente, più aperto e rispettoso delle differenze.
Intendiamoci, sono stato e resto molto critico sulle scelte alla base dei trattati fondativi e della maggior parte delle azioni dell'Unione: fondamenta di tipo monetario anziché politico e sociale; scarso peso del Parlamento (l'unico corpo democraticamente eletto dai cittadini); chiusura razzista verso migranti e rifugiati provenienti dal bacino del Mediterraneo; imposizione di politiche economiche neoliberiste che, dopo aver salvato chi ha contribuito a causare la crisi, rovinano la vita della maggior parte della popolazione. La lista e le argomentazioni sarebbero molte, ma immagino ci siamo capiti (e poi non è questa la sede in cui entrare in dettaglio).

È con questo spirito che, dal 22 al 26 gennaio scorsi, ho partecipato alla Brigata Kalimera, la delegazione italiana di appoggio a Syriza promossa dal gruppo di organizzazioni, partiti e pezzi di società civile che si sono riconosciuti nell'appello "Cambia la Grecia, cambia l'Europa". Giusto per far capire meglio chi sono, preciso di non aver mai avuto la tessera di alcun un partito e di essere sempre stato attivo nei movimenti sociali, prima della scuola, poi dell'università (contro i tagli ai finanziamenti pubblici e le riforme privatizzatici) e successivamente nel territorio in cui abito, all'interno del variegato mondo degli spazi autogestiti.
Ho deciso di andare ad Atene perché non ne posso più di avere la nausea ogni volta che leggo il giornale, di avere quasi trent'anni e l'unica certezza di vivere peggio della generazione dei miei genitori. Sono volato ad Atene perché la paura deve cambiare di lato: non più tra le fila di precari, esodati, disoccupati, pensionati, lavoratori, ma tra quelle di banchieri, speculatori, grossi e grassi imprenditori e i loro tristi referenti politici, che passo a passo stanno svuotando il senso della democrazia e trasformando l'Europa in una oligarchia economico-finanziaria.

E con questo vengo al dunque: oggi, di fronte all'oltranzismo ottuso con cui i vertici europei insistono nel rifiutare il negoziato con il governo greco di Syriza, la mia fiducia verso l'Europa si è incrinata tanto da essere sul punto di infrangersi.
Non penso di essere particolarmente originale: nella mia stessa condizione ci sono milioni di giovani in tutto il continente, stretti tra disoccupazione alle stelle, lavori di merda, assenza di prospettive, precarietà occupazionale e, a cascata, precarietà esistenziale. Ne ho incontrati tanti ad Atene in quei giorni, da vari angoli dell'Unione, così come ne incontro a decine nella vita di tutti i giorni che si snoda tra Milano e il suo hinterland nord-est. L'orgogliosa resistenza della Grecia ai memorandum della Troika e al dogma dell'austerità mi ha restituito una sferzata di speranza ed entusiasmo dopo anni di preoccupazione e di cupezza. La società greca ha risposto alla crisi umanitaria creata dalle politiche neoliberiste con l'autorganizzazione: una fitta rete di ambulatori e farmacie gratuiti, mense e punti di distribuzione di cibo, mercati a chilometro zero senza intermediari della grande distribuzione, comitati di opposizione agli sfratti, scuole di greco per migranti, centri culturali di quartiere ha fatto sì che il tessuto sociale non si lacerasse e che non si diffondesse la feroce e stupida ideologia della guerra tra poveri - la stessa che i nazisti di Alba Dorata e le destre identitarie del resto d'Europa stanno tentando di rendere egemone. La vittoria elettorale di Syriza non si può comprendere a fondo senza questa consapevolezza: il voto della maggioranza dei greci e delle greche è andato verso la forza politica percepita come l'unica in grado di farsi interprete ed incanalare in un cambio sistemico le istanze della società che resiste e risponde alla crisi con più democrazia (reale), più solidarietà, più partecipazione popolare. L'esatto opposto del progetto a "larghe intese" dei vari Juncker, Dijsselbloem, Draghi, Schultz, Renzi, Merkel, Hollande, Cameron, Rajoy e soci.

Oggi, per concludere, nei confronti della Grecia si gioca una partita che ha come posta in gioco l'ultima chance dell'Europa: l'ultima occasione di costruire un'Europa sociale che metta al primo posto le persone e non i profitti, il benessere e non i mercati. Sarà una partita lunga e dura, durissima, di cui la Grecia è solo il primo tempo, e da cui non possiamo restare fuori. Se vincerà il partito arcigno dell'austerità neoliberista non solo la Grecia, ma tutti gli altri paesi membri avranno perso, Italia in primis.

E a noi della 'generazione Erasmus', per non continuare a patire l'esclusione e la frustrazione sofferte fino ad oggi, probabilmente non rimarrà che la strada dell'esilio.



giovedì 15 gennaio 2015

Riportando tutto a casa

Lo slogan Preso eta iheslariak etxera significa "prigionieri ed esiliati a casa"; la lotta contro la dispersione dei prigionieri politici nelle carceri lontane dai Paesi Baschi è una battaglia che unisce una grossa fetta della società civile in Euskal Herria.


Il giorno seguente sveglia presto per lasciare il campeggio e tornare a Donostia. Prima però sostiamo e visitiamo Donibane Lohitzun (Saint-Jean-de-Luz) ed Hendaia (Hendaye), città carine ma sempre troppo turistiche per i nostri gusti.
Dopodiché arriviamo nel tardo pomeriggio a Donostia con il lento e ormai leggendario Eusko tren, detto El topo.
Ci parcheggiamo nella spiaggia dei surfisti fino alle otto.

Lasciamo gli zaini in stazione e ci abbandoniamo alla nostra ultima notte in giro. Facciamo la conoscenza di Aest, fanciulla lituana in giro per l'Europa, che ci accompagna tra taverne militanti, birrette, pintxos e una tappa d'obbligo allo "zibibbo" (vedi puntata precedente) per la rituale bevuta aggratis di mezzanotte. La serata prosegue con un concertone in spiaggia del gruppo Jamaica Jazz, che ci fanno ballare fino alle tre. La pulzella è però stanca e decide di abbandonarci per andare a dormire in spiaggia.

Noialtri proseguiamo nel nostro peregrinare di bar in bar, finché è tutto chiuso. Cazzeggiando incontriamo una simpatica quanto inusuale coppia di fanciulle in Erasmus: Maya dalla Finlandia e Marisa da Brescia. Ci aiutano a far passare piacevolmente un'oretta, ma ci abbandonano anche loro per dormire in spiaggia. Cominciamo a pensare che il Grand Hotel de la Plage debba essere pieno di comfort a noi sconosciuti!

Così tiriamo le sei, ritiriamo con la calma che ci contraddistingue gli zaini, alle sette prendiamo il pullman per Zaragoza, dove ci troviamo tutt'ora in attesa di prendere l'aereo che ci riporterà a Berghem, Lombardia.

È finita, ormai.

Anche parlando con la gente comune si ha sempre la sensazione che ci sia qualcosa di represso, un senso di appartenenza a un popolo che ne ha subite di ogni. Come ha detto Jorge, il padre di Nahia, "siamo un popolo senza stato". E lui non è certo un abertzale (nazionalista basco di sinistra) o un fiancheggiatore di chissà chi. Sta di fatto che il popolo basco esiste. È il popolo dell’euskera. E che oggi non vede riconosciuto il suo diritto all'autodeterminazione.

Questo è quanto.


Gero arte! (Arrivederci)



mercoledì 14 gennaio 2015

A spasso in Iparralde



L'ultima mezza giornata in quel di Bilbo trascorre tranquillamente in attesa del pullman per Miarritze (Biarritz), dove decidiamo di recarci al posto di Gazteiz (Vitoria). Fonti ben informate ci hanno infatti detto che la capitale amministrativa non è molto interessante da vedere, dal momento che è stata scelta fondamentalmente come ripiego: a causa della secolare e accesissima rivalità tra Donostia e Bilbo, quando nel 1979 venne istituita la comunità autonoma basca si è deciso di scegliere una terza città neutrale, per non incrementare gli scazzi. Ecco spiegato il perché di Gazteiz.

All'una salutiamo l'ineccepibile Nahia, che si dimostra ancora una volta gentilissima e premurosa nei nostri confronti, raccomandandoci di chiamarla in caso di problemi. Ovviamente la invitiamo a venire a trovarci nel nostro selvaggio hinterland milanese.

Come Nahia ci aveva detto, non senza un pizzico di fastidio, in Iparralde la cultura basca appare al visitatore distratto come puro e semplice folklore. La sensazione è che tutto sia più turistico rispetto all'Hegoalde. Inoltre, quasi ovunque spariscono i cartelli stradali bilingue: lo stato francese, diversamente da quello spagnolo, non riconosce l’euskera né alcuna forma di autonomia. Infatti, le tre province basche del nord fanno parte, amministrativamente parlando, del dipartimento dei Pirenei Atlantici, nella regione dell’Aquitania.

Troviamo faticosamente posto in un campeggio fuori Miarritze, e finalmente montiamo anche la tenda. Che ha il piccolo difetto di non essere impermeabile, quindi in caso di pioggia si trasforma in una specie di vasca da bagno. Per la Legge di Murphy, la prima sera si abbatte sul campeggio un temporale da diluvio universale. Fortunatamente, in 19-20 anni di vita abbiamo visto abbastanza puntate di MacGyver per permetterci di sopravvivere: ci siamo portati da casa un telo di cellophane da sei metri per quattro che ci permette di salvare la tenda dalla pioggia scrosciante.

Miarritze ci sembra una città tristemente turistica, senza una vita notturna minimamente paragonabile a quella delle città dell'Hegoalde, e anche con poche cose da vedere e fare, a parte le spiagge. Non c’è neanche l’ombra di un’herriko taberna! Che palle!

La mattina successiva sveglia alle otto, dovuta a quello stronzo del nostro vicino di tenda, che spara la peggio musica dal suo impianto stereo da campeggio (solo uno dei tanti giocattoli tecnologici con cui si gingilla, tra cui ricordiamo: computer portatile, bicicletta e skateboard bizzarramente messi in vendita, cuffie alla "hovintoqualcheccosa?" e poi sette/otto paia di scarpe, allineate con precisione maniacale fuori dalla tenda).

In giornata gita a Baiona (Bayonne), cittadina che si rivela una sorpresa: centro carino ma troppo turistico, che una volta abbandonato lascia spazio a vecchi quartieri dove incontriamo le herriko taverne più disponibili a parlarci della situazione basca e a sommergerci di materiale militante (perlopiù adesivi). Dopo questo pomeriggio il nostro "compagnometro" ha registrato un incremento significativo.



martedì 13 gennaio 2015

Bilbo

Radio Baltica

Torniamo bambini e giochiamo con l'Eusko Tren

Poche ore di sonno, colazione onesta in ostello, e via sull'Eusko Tren, chiamato affettuosamente El topo (la talpa) probabilmente per la sua esasperante lentezza: quasi tre ore per arrivare da Donostia a Bilbo, su un mezzo che più che un treno sembra l'incrocio tra un vagone dell'Atm e il trenino magico di Gardaland.

A Bilbo ci attende la nostra ineccepibile Nahia (vedi puntate precedenti). Con la gentilzza che la caratterizza, ci ospita da lei: casa in pieno centro, sottotetto tutto per noi.

Ci dirigiamo con il bel metrò di Bilbo verso Santzia, una spiaggia nei dintorni. Da qui Nahia prontamente soprannominata “la camminatrice” ci mostra - in quella che più che una passeggiata ricorda il Cammino di Santiago - le bellezze della costa della Bizkaia (la provincia di cui Bilbo è il capoluogo).
Quando ormai è sera arriviamo al celebre Puente colgante (ponte sospeso) di Portugalete, costruito nel 1888 e da pochi giorni dichiarato dall'Unesco patrimonio dell'umanità. In pratica è un’enorme impalcatura di ferro (due zampe verticali e un pezzo orizzontale) abbastanza alta da permettere il passaggio di una nave (siamo sull’estuario della Ría di Bilbo, ma fino a pochi decenni fa il porto era all’interno della baia su cui si affaccia la città, lungo il fiume, e non sul mare). Il passaggio di auto e pedoni è assicurato da una piattaforma sospesa alla parte orizzontale, che scivola senza sosta da un argine all’altro. Uau!

La sera, stanchi morti, a letto presto.

La mattina seguente breve giro per la città, ma, soprattutto, facciamo conoscenza con il personaggio più carismatico di tutto il viaggio: Urtxi (pronuncia: Urci).
Lo conosciamo entrando in quello che da fuori sembra uno dei tantii negozi di compagni baschi che tanto ci piacciono. Subito notiamo però una bandiera mai vista, una sorta di bandiera della pace con un triangolo bianco e una stella verde in mezzo, che un po’ ricorda quella di cuba, con una scritta verde che recita, severa ed enigmatica, Euskaldunia.
Il negozio e il suo barbuto proprietario sembrano nutrire particolare interesse sulle centocinquanta diverse nazionalità europee.
"Di dove siete?" ci chiede. "Italiani", rispondiamo. "Vorrete dire lombardi...". Facciamo un po' di fatica a spiegargli che, viste le nostre origini terroniche, è un po' difficile definirci e sentirci tali.
Attacchiamo il solito bottone, e per la prima volta veniamo esplicitamente invitati a fare domande sulla situazione basca. "Chiudete la porta e sedetevi", ci dice. Iniziamo a chiacchierare. ci spiega orientamento e numero di voti di ciascuno dei cinquanta partiti politici baschi, sia in Hegoalde (il sud, parte spagnola) che in Iparralde (il nord, il lato francese).

Le sette province basche; in verde l'Iparralde e in giallo l'Hegoalde.


Per circa tre milioni di baschi, cinquanta partiti è proprio un bel numero, pensiamo. Iniziamo a intravedere in lui un che di insolito ed esuberante, ma non ci facciamo troppo caso. Scopriamo poi che lui stesso fa parte di un partito, Euskaldunia, appunto. Questo partito non è registrato ufficialmente perché lo statuto è scritto solo in euskera, mentre per legge dovrebbe esserlo anche in castigliano. Ma la cosa più esilarante è che il partito conta la bellezza di undici iscritti e sedici voti simbolici alle ultime elezioni regionali...
Ma il meglio deve ancora venire: alla nostra affermazione "Mah, la lingua basca non si sa ancora da dove arriva", lui risponde: "Non è vero". E ci mostra un libro da lui scritto (come tutti gli altri libri esposti), che contiene ben ventotto teorie sull'origine dell’euskera. Ma secondo Urtxi è una l'ipotesi più accreditata: il basco viene nientepopodimeno che dalla Costellazione di Orione. Ci guardiamo allibiti e decidiamo di congedarci.

Il pomeriggio lo passiamo al celeberrimo Museo Guggenheim (confidenzialmente detto Guggy), finché le guardie non ci cacciano via all'ora di chiusura.

La sera, cena nel casco viejo con Nahia, la sua gemella Nagore e alcuni amici, e poi festa al pueblo di Santurtzi, famoso perché terra natia del gruppo punk Eskorbuto, icona degli anni '80 iberici. Anche qua alto livello di militanza e di alcol. Le collinette di bicchieri di plastica e bottiglie vuote raggiungono dimesioni ragguardevoli. Si vede che siamo in periferia, anche il livello di zarraggine è alto... quasi quasi ci sentiamo a casa. E anche gli anarchici sono come non te li aspetteresti mai: dal loro stand viene pompata Shakira a tutto volume.



Alle cinque rincasiamo e dormiamo fino alle undici.
Ed eccoci ad oggi. Con la macchina di Nahia andiamo a Gernika (quella del bombardamento e del quadro di Picasso) e visitiamo l'interessante museo. Dopodiché andiamo a Elantxobe, pittoresco paesello di pescatori a picco sul mare. E cosi' arriviamo ad ora.

Domani lasceremo Bilbo alla volta di Gazteiz (Vitoria), la capitale amministrativa della comunità autonoma basca. Chissà quanti altri Urtxi incontreremo prima di tornare in Italia... anzi no, in Lombardia!

Agur (arrivederci in euskera) amici!