giovedì 18 dicembre 2014

Pioggia e ribaltamenti di prospettiva

Ciclista con il tipico sacchetto azzurro della catena di supermercati Albert Heijn


Venerdì 10 luglio 2009 mi sveglio e il cielo è grigio ed espressivo come un blocco di ghisa. Pioggia e freddo: una settimana autunnale dopo una decina di giorni d’estate. Evabbé. Memore della doccia di un paio di giorni prima, mi viene in mente un’idea balzana: potrei andare all’Istituto a piedi, stamattina! Se in bici ci metto tra i venti e i venticinque minuti, a piedi ad occhio e croce ci dovrei mettere un’ora. Mi bardo per affrontare la pioggia ed esco, con la sacca sotto la giacca impermeabile per non farla bagnare. Ho smesso di usare ombrelli quasi quattro anni fa, e non mi pento. Voglio dire, il genere umano ha affrontato le intemperie per millenni prima di inventare l’ombrello, non vedo perché io debba sottopormi alla tortura di averne uno tra le mani, nell’era del Gore Tex.

Ormai le strade più o meno le conosco (quindi non mi preoccupo più di tanto del percorso) e mentre cammino ho molto più tempo per guadarmi in giro. Dopo una manciata di minuti, lasciato il mio tranquillo quartiere residenziale ed entrato nel cuore pulsante della città, mi accorgo che l’aver abbandonato la bici provoca una specie di ribaltamento di prospettiva: noto cose nuove, o cose già viste con intensità maggiore. La velocità relativamente superiore del velocipede e la più alta concentrazione che richiede assorbono molto di più l’attenzione, che è ora libera di girovagare e posarsi un po’ ovunque. Per prima cosa, non dovendo stare sulla pista ciclabile faccio molto più caso al traffico dei veicoli a motore: sebbene siano le otto e mezzo di un giorno feriale, le autoimmobili sono straordinariamente poche. Sarà che i mezzi pubblici funzionano, sarà per via delle biciclette, sarà perché TUTTI i parcheggi sono a pagamento, fatto sta che mi viene spontaneo il paragone con Milano, dove i viali simili a quelli che percorro a quest’ora sarebbero inesorabilmente intasati, col piacevole sottofondo di rombi di motori, di clacson e di grida di autoimmobilisti furiosi. In seconda battuta, ho l’occasione di osservare dall’esterno il popolo dei ciclisti: la consueta eterogeneità che caratterizza la categoria viene accentuata dalle – personalissime! – soluzioni adottate per ripararsi dalla pioggia. Il risultato è una baraonda a flusso continuo di forme e colori diversi (ma anche di suoni: l’aria che colpisce una giacca a vento produce un suono diverso da un poncho svolazzante, per non parlare degli spruzzi d’acqua sollevati dalle ruote). Così, si incrociano in tutte le direzioni ciclisti-equilibristi in giacca e cravatta che reggono ventiquattrore e ombrello; bici-porta-bimbi coi pargoli incapsulati (si veda il post precedente); copri-zaini da montagna dagli improbabili colori fluo; cappucci e cappelli di tutte le fogge; ciclisti fradici; ciclisti impermeabilizzati da capo a piedi; sacchetti della spesa (i più gettonati sono quelli azzurri e bianchi della catena Albert Heijn) e coprisella per le bici. Infine, ho più tempo per guardare la città. E anche sotto la pioggia, col cielo-ghisa, è bella come sempre. I colori non sembrano perdere la loro intensità, anzi risaltano di più sul grigio, e – abituata ad un clima non proprio ospitale – sembra non fare troppo caso alla pioggia, conservando la sua tranquillità e i suoi ritmi rilassati. Mentre penso a tutto questo, come previsto, arrivo in poco meno di un’ora a destinazione.

Decido anche che da domani non andrò più in giro senza macchina fotografica, ché ad ogni passo c’è sempre qualcosa di interessante che vale la pena di essere immortalato. Decido anche di andare di più in giro a piedi.


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