giovedì 4 dicembre 2014

Peregrinos



Radio Baltica
Corcobado - No puedo caminar


Più o meno tutti, pensando a Santiago, fanno immediatamente l’associazione mentale con il celebre Cammino. Di cui non parlerò, perché non l’ho fatto.

Quello di cui ho esperienza, invece, sono i pellegrini giunti alla meta. Per varie ragioni. Cercando casa, in settembre, alloggiai al gigantesco ostello dei pellegrini: essere economico, era economico; ma era anche un condensato di casi umani. Poi, la via dove ho abitato per dieci mesi era sul percorso verso Fisterra: tornando a casa alle prime luci dell’alba – dopo le varie scorribande notturne – capitava spesso d’incontrare queste figure quasi irreali camminare lentamente sul marciapiede. Infine, a causa dell’anno santo, la città vecchia di Compostela era letteralmente invasa di pellegrini.

Casi umani, si diceva. In effetti di pellegrini pittoreschi ce ne sono a manate. Le mandrie con la maglietta uguale, che emanano una certa aura da oratorio in gita. Gli spiritati, che con gli occhi sbarrati e il passo da bersagliere si affrettano verso la Praza do Obradoiro (quella della facciata principale della cattedrale). Gli svampiti, che per colpa dell’esaltazione mistica dell’arrivo non capiscono più un tubo e ti chiedono indicazioni strampalate per destinazioni che stanno dietro l’angolo (solitamente l’Obradoiro). Gli sportivi, con l’aria soddisfatta di chi sembra appena uscito dal bar sotto casa, invece di aver percorso centinaia di chilometri. Gli artisti vari – musicisti, pittori, poeti, saltimbanchi e giocolieri – che poggiano il culo sullo zaino e danno dimostrazioni a offerta libera della loro arte (dopo averla messa da parte durante il tragitto, immagino).

Ma la categoria che più temo sono i fricchettoni, che San Giacomo apostolo ce ne scampi! Capelli rasta, buffi vestiti colorati, cani allo sbaraglio, dubbia igiene personale trasformano l’Obradoiro in una succursale del Parco Sempione. Abituati a muoversi in gruppo, hanno la tendenza ad essere oltremodo socievoli e ad attaccare bottone coi chi capiti a portata di voce. Il malcapitato a cui tocca l’onere di ascoltare il pippone post-cammino sa già dove andrà a parare il discorso: su quanto questo viaggio abbia cambiato loro la vita, sulle decisioni fondamentali prese nelle lunghe ore di marcia, su nientepopodimeno che il Vero Senso della Vita e sulla Corruzione dell’Occidente Capitalistico. Con poche variazioni sul tema. Ora, discutendo con amiche e amici indigeni, sono giunto a una semplice, polemica ipotesi: la gente – se camminando per i fatti suoi alcune settimane, arriva a pensare queste cose – probabilmente è troppo poco abituata a starsene da sola con i propri pensieri.

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