domenica 28 dicembre 2014

Lettera di un dongiovanni timido



Cara amica,
ti confesso di stupirmi ancora quando, nell'affacciarmi alla finestra, noto che i sintomi delle stagioni ignorano il calendario. Cerco di spiegarmi: quest'anno, un certo albero nel giardino qui di fronte proprio non voleva saperne di perdere le foglie. Sembrava un deliberato atto di resistenza: le foglie gialle contro il grigio del tardo autunno là intorno. Foglie che son durate ben oltre il solstizio d'inverno, per poi disperdersi - come una folla in fuga dai lacrimogeni - appena prima di natale.

Immagino cosa starai pensando: "Dove cavolo vuole arrivare, questo?". Non posso darti torto, amica mia: tra i numerosi difetti che mi porto appresso c'è anche quello di perdermi e divagare. Non ho il dono della sintesi. Sarà che ho la sindrome del romanziere mancato: ogni qual volta inizio una lettera, il mio ego ipertrofico mi fa pensare all'incipit di un racconto. Che vuoi farci: da vicino nessuno è normale, e non posso certo illudermi di costituire un'eccezione.

Ecco, vedi: ho divagato di nuovo, con l'aggravante di guardarmi (metaforicamente, s'intende) l'ombelico.

Lo ammetto: in realtà mi riesce difficile venire al punto. Ma ci provo.

Tattica e strategia non sono mai state il mio forte. E quindi l'altra sera ho deciso di farmi da parte. Abbiam parlato, all'inizio, è vero. Mi sembrava di percepire nella vibrazione della tua voce e nell'intensità dei tuoi sguardi come un accento favorevole, una nota ricettiva, come piena di incognite e possibilità. Ci stavamo studiando a vicenda, mi parve.

Ma poi qualcosa s'è rotto, l'incanto è svanito come quando all'improvviso l'asfalto liscio sotto le ruote diventa sterrato, e la bici stride sui sassi e sobbalza. Mi mancava l'aria nella partita a biliardino in cui mi coinvolgesti, nell'entusiasmo agonistico che simulavo, nelle tue incitazioni a colpire più forte, più forte. Non è questo il mio modo - pensavo - e poi stasera vorrei ballare. "Tu balli?" - ti chiesi. "Più tardi" - rispondevi. E io che poi me ne andavo, vuoto come il bicchiere che avevo in mano.

E più tardi, al posto della danza promessa, il più classico epilogo del dongiovanni timido: un altro aveva colto l'attimo e preso il mio posto, e ben più audace e spigliato - quel pezzo di merda! - ti stringeva la vita e muoveva, invadente, la lingua contro la tua. Volevo gridare, avrei voluto metterti in guardia, amica, che per lui non eri che una nel mucchio, la personificazione della speranza - stasera - di non tornare da solo e di scambiare fluidi corporali, in maniera ben più intensa che sulla pista da ballo. Ma non potevo dar seguito a questi miei impulsi, ovviamente: le convenzioni sociali me l'hanno impedito. E così ho ingoiato il rospo, trascinato i piedi verso il bancone, e ordinato da bere. Ma si può sapere perché uno deve far di sé stesso imbonitore - come buffone da fiera - e sapersi vendere e competere come fanno le fiere, per le femmine da fecondare? Diobono, son mica uno scimmione, io! Mi chiamo fuori dalla triste competizione.

Così son rimasto lì al margine a vederti limonare, finché non sei andata via in compagnia dello stronzo, e ancora dopo, stavo lì a rimuginare. "Che fare? Sono io quello fatto male o là fuori son tutti pazzi?" La balera già vuota e solo i manifesti lì affissi a potermi consolare: "Ai poster l'ardua sentenza - conclusi - mo' vado a dormire".



PS: Questa lettera è finzione, frutto di invenzione; e quindi, come si suol dire: ogni riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.



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