martedì 9 dicembre 2014

Come sono finito ad Amsterdam



L’Erasmus Placement è più o meno il cugino sfigato del ben più noto Erasmus (Studium), quel programma di scambi internazionali che permette agli studenti universitari europei di passare un periodo variabile di tempo in un’altra università al di fuori dai patri confini. Come ho ricordato nell’introduzione, lo scopo del Placement è diverso: non si va a (fare finta di) studiare in un’altra università, ma ci si dedica ad uno stage, teoricamente coerente col proprio percorso di studi. Cugino sfigato perché il Placement non lo conosce nessuno, a differenza dello Studium su cui l’immaginario collettivo specula da qualche lustro e su cui ci hanno pure fatto dei film (tipo “L’appartamento spagnolo” di Cedric Klapier, che è anche carino, a dirla tutta). Ma vediamo come sono andate le cose.

Pavia, novembre 2008.
Anche in questa minuscola e provinciale cittadina del nord iTaglia L’Onda (Anomala) esplode e si fa sentire (ma anche questa è un’altra storia). Una mattina scopro che è uscito il bando del Placement, per la prima volta a scienze politiche. Così, esco dall’aula 6 occupata e vado a parlare col prof. responsabile degli scambi. Senza troppa convinzione faccio domanda. Dopo un paio di settimane c’è il colloquio. "Oddio che gli dico?" - penso tra me e me. I tre personaggi dall’altro lato della cattedra sanno a stento cos’è questo Erasmus Placement. Mi fanno delle domande talmente generiche che a tratti mi sento a “Chi vuol essere milionario?”. L’apice dell’improvvisazione viene toccato allorché uno dei commissari si desta dal suo torpore e mi fa: “Continui a dire quel che sta dicendo però in francese” (questo perché in un primo momento avevo indicato come destinazioni sul modulo Belgio e Paesi bassi). Ecco che subito mi metto a declamare le virtù di quella metropoli cosmopolita che è Bruxelles. Evabbé, nemmeno io mi sarei creduto ad ascoltarmi dall'esterno. Il punto critico della questione è che in quel momento – a differenza della gente più sgamata – non mi sono presentato al colloquio con un progetto in mano. Cioè, progetto è una parola un po’ grossa, ché in realtà significa che hai già contattato un ente/impresa disponibile ad impiegarti come manodopera gratuita (tanto c’è l’Unione Europea che sgancia la borsa). Insomma, dopo qualche giorno scopro di essere il primo delle riserve, e un nevermind the bollocks dopo vengo informato che una borsa è stata spostata da ingegneria a scienze politiche e quindi sono ufficialmente beneficiario. Ammetto che la primissima reazione istintiva è stata – pacatamente e serenamente – di quasi panico: “E mo’ dove lo recupero un ente/impresa?”. Inizia così un periodo che dura non so più se due o tre mesi (con intensità e convinzione a livelli discontinui nel tempo), in cui mi metto a mandare e-mail a desta e a manca, contattando ONG, enti di ricerca, riviste, ecc. per elemosinare un posto da stagista. Più vado avanti e più mi sembra di non combinare niente. Finché, all’improvviso, a fine marzo mi ricontattano dall’IISG dicendomi che potrei lavorare in appoggio ad un nuovo progetto di ricerca a cui stanno collaborando. In pratica si tratterebbe di essere il riferimento all’Istituto di due ricercatrici (una sta ad Helsinki e l’altra a Stoccolma) che stanno impostando una mega ricerca sulle cooperative di consumo worldwide dalle origini ad oggi. Dovrei fare delle ricerche introduttive su alcuni paesi in Asia, Africa e America Latina utilizzando biblioteca e archivio dell’IISG. Il tutto nei mesi di maggio, giugno e luglio. A quel punto la mia risposta è ovviamente positiva e mi trovo con circa un mese per organizzare il tutto. In fretta e furia saluto amic*, compagn*, fratelli, sorelle e partigian* e all’alba del 27 aprile 2009 salgo sull’aereo che mi porterà ad Amsterdam per restarci fino all’inizio di agosto.

Inutile dire che sulla decisione ha pesato anche la voglia di star per un po’ lontano da questo paese di Pulcinella, in cui le cose sembrano peggiorare ogni giorno di più. Mi ci arrovello sopra un sacco, su questo punto, arrivando alla conclusione che questo periodo di lontananza un po’ improvvisato sia tra le altre cose una specie di allenamento per un futuro da espatriato/esule/rifugiato politico. Tanto quest’iTaglia ingrata e gerontocratica, catodica e sempre più xenofoba non può riservare nulla di buono per la nostra generazione, solo precarietà e una società fondata sulla paura e sul controllo. Il rovescio positivo della medaglia è che starò per qualche mese in un paese decisamente più civile della terra dei cachi, con la speranza di capirci anche un po’ qualcosa, nel limite del possibile. Cioè, capire dove noi sbagliamo. Ma forse questa è un pretesa troppo ambiziosa, del resto tre mesi sono davvero pochi per afferrare il meccanismo di una città come Amsterdam, figuriamoci di un intero paese. Fai giusto in tempo ad arrivare e a guardarti un po’ intorno che subito devi portare il tuo culo da un’altra parte. Evabbé – mi dico – sempre meglio che una badilata di merda in un occhio...

Tornando alla cronaca, ad Amsterdam sono atteso dalla gentilissima Ale (una persona davvero solare!), conosciuta tramite una comune conoscente, che vive lì da quattro anni e mi ospiterà nel primo periodo, dandomi così modo di dedicarmi alla ricerca di un tetto. Ale sta a Diemen, un sobborgo giusto a ridosso della città in direzione sud-est. Come dire, dall’hinterland di Milano all’hinterland di Amsterdam senza passare dal via. Casa di Ale è molto accogliente e soprattutto giovane, nel senso che - insieme allo stile scanzonato e un po’ raffazzonato delle case tipiche dei giovani, tipo tre divani in soggiorno per far dormire gli ospiti - gli abitanti sono tutti giovani: oltre ad Ale ci sono Hussein e Taylan, turchi, ed Antonis, greco. Della serie, "una faza, una raza"...
Subito mi dicono che un loro amico sta cercando un/una coinquilin*, così quello stesso pomeriggio vado a vedere la casa, dove poi, dopo circa una settimana, andrò a stare. Ero anche andato a vedere un altro posto, ma era una stanza dentro uno studentato dell’Università Libera (cioè, paradossalmente, religiosa), del tipo stanze singole + cucina comune, ma mi ha fatto un’impressione da ghetto per studenti, perché il palazzo era collocato in mezzo al campus universitario (nella periferia meridionale). Una specie di villaggio dei puffi ma con dentro studenti. M’è salito un brivido lungo la schiena, ed ho optato per l’amico dei miei ospiti. Lui è Çagdaş (pronuncia Ciadasc, letteralmente “contemporaneo, moderno”), un ingegnere elettronico trentasettenne che vive ad Amsterdam da otto anni, originario di Izmir, Turchia. Un personaggio talmente peculiare da meritarsi un post ad hoc.


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