venerdì 19 dicembre 2014

Asilo politico



Nel corso della giornata piovosa del post precedente, mi viene un’altra idea: dopo il lavoro potrei andare finalmente a visitare la casa-museo di Anne Frank, che il venerdì è aperta fino alle 22; e poi, se ci arrivo entro le sei di pomeriggio, magari riesco ad evitare le code chilometriche che già una volta mi avevano fatto desistere dalla visita. Del resto, mi piace un sacco fare il turista (non a caso una delle prime cose che ho fatto arrivato qui è stata la tessera dei musei).

Inizialmente ero un po’ dubbioso circa la casa-museo, nel senso che mi sembrava un po’ un trappolone per turisti; poi – visto l’entusiasmo con cui la mia supervisor all’Istituto mi ha consigliato di andarci – ho deciso comunque di tentare. Inutile dire che la coda chilometrica c’è, eccome. Avranno tutti avuto la mia stessa idea? Così con un misto di rassegnazione e pazienza mi metto in fila. Mentre cerco di far passare il tempo fingendo di leggere un libro molto impegnato, sento subito dietro di me una coppia sulla quarantina che parla in itagliano. Dato che non porto addosso evidenti segni di itaglianità (marsupio, zaino invicta/seven, occhialoni da sole, mutande dolcegabbana in bella vista…) e che il mio libro è in spagnolo, riesco bene o male a mimetizzarmi e ad origliare senza pietà alcuna la loro conversazione. Oltre a una sequela di luoghi comuni sui vari posti che hanno visitato (e che vi risparmio), si arriva a quelli di catodica e gelminica ispirazione sulla scuola, sulla mancanza di “meritocrazia” e sul fatto che gli insegnati sono dei fannulloni nel senso brunettiano del termine. Non resisto: sospiro, chiudo il libro, mi giro ed entro a gamba tesa nella conversazione. Eh, che volete farci, quando sento delle cose che non mi piacciono mi viene sempre da mettermi in mezzo (una volta nel cortile dell’università sono quasi venuto alle mani con farabutto cinquantenne, per questa mia impulsività). Inutile dire che i due non sembravano molto contenti della cosa, non so se per le mie argomentazioni o per il fatto di aver realizzato che qualcuno aveva ascoltato e capito le cavolate che si stavano dicendo. In ogni caso, dopo una buona mezz’ora di coda riesco ad entrare. Grazie alla Carta Giovani della provincia di Milano (una delle poche cose buone fatte da quel cripto-leghista di Penati) riesco ad avere uno sconto che mi dimezza il salato prezzo del biglietto. In caso non ci fossi riuscito (ché alla casa di Anne Frank non accettano la tessera dei musei, disgraziati) ero già pronto a pagare 8 euri e mezzo in monetine di rame, va là.

All'interno è tutto molto interessante, peccato solo per la calca che raggiunge livelli a stento tollerabili, in certi punti. La cosa che mi ha colpito di più, però, non è tanto la casa in sé, quanto una presentazione interattiva alla fine del giro (talmente alla fine che quasi me la stavo perdendo). Il tema è quello delle libertà individuali e dei loro confini. Ci sono una serie di brevi filmati che si concludono con una domanda scomoda e difficile su cui gli spettatori devono esprimersi premendo un tasto. E' un grosso casino, perché in una manciata di secondi sei costretto a fare una scelta che avrebbe bisogno di una lunga riflessione. Qua e là la tensione viene smorzata da un personaggio animato che fa sostanzialmente il pirla: memorabile la scena in cui – in virtù della libertà d’espressione – si mette a speakerare di fronte a una folla perplessa sbraitando contro la polizia, salvo poi essere ammanettato in tempo zero da un sbirrazzo gigantesco con tanto di rayban a specchio. I temi che vengono toccati sono tutti super-scottanti: si va dalle manifestazioni dei nazi davanti alle sinagoghe, alla diatriba “simboli religiosi sì/simboli religiosi no” in luoghi e per incarichi pubblici; dalla video-sorveglianza onnipresente nelle nostre città (e conseguente violazione della privacy), ai vescovacci polacchi che predicano apertamente contro l’omossessualità; dalle leggi bushiste antiterrorismo, agli arresti di redattori di giornali indipendentisti baschi considerati dalla magistratura contigui all’ETA; dalle esternazioni sul confine dell’antisemitismo durante alcuni cortei pro-Palestina, al Mein Kampf best seller in Turchia. Insomma, un sacco di cose condensate in una dozzina di minuti di presentazione, abbastanza per passare giornate intere a pensarci.

Mi calo per un attimo nei panni del – come si diceva un tempo – “sincero democratico”. Ecco, questa semplice presentazione fa capire da un lato quanto sia radicata l’abitudine al dibattito e alla riflessione pubblica da queste parti, e dall’altro come a noi italioti questo esercizio democratico sia pressoché sconosciuto: nella terra dei cachi la complessità viene costantemente (salvo qualche eccezione) lasciata da parte a favore di biechi figuri che starnazzano nel salotto televisivo di turno. Gli argomenti, e prima ancora i semplici fatti, non vengono sviscerati con calma e attenzione: quel che conta è il parere di questo o quel politico prontamente intervistato per un troppo breve servizio del tiggì, in cui tizio del pidielle dice “nero!”, caio del pidì risponde “grigio!” e la faccenda finisce lì. Il risultato è che una persona “normale” difficilmente ci capisce qualcosa, e finisce col valutare eventi e questioni con il portafoglio, o peggio con la pancia. Ci credo che poi che l’ultimo e unico vero partito di massa sia la lega nord… Abbiamo inventato il fascismo, e con la democrazia non ci sappiamo ancora relazionare.

Mi sembra già abbastanza per chiedere l’asilo politico, no?
[Anche se poi le cose son più complesse di così: alle scorse europee il secondo partito nei Paesi Bassi è risultato il PVV (Partito per la Libertà, guarda un po') di Geert Wilders, anti-islamico, xenofobo e occidentalista integralista…].


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