martedì 11 novembre 2014

Novembre: di velleità ed altre questioni



Radio Baltica
I cani - Velleità


Car* tutt*,

in un momento di delirio di onnipotenza o forse di semplice sconforto novembrino, volevo scrivere una specie di lettera aperta. Perché ci ho un po' di cose che mi frullano in testa. Perché così sfogo il mio egocentrismo mai sopito. Perché ognuno diobono si gratifica come può.
Novembre nella metropoli diffusa è in genere freddino, piovoso e grigio. È il mese che associo ai calzettoni di lana per stare in casa, alle tisane bollenti e all'introspezione.


Le velleità
Da un anno abbondante scrivo su questo modesto blog con l'intento proclamato di tenere una specie di diario nell'epoca del web 2.0. Anche se faccio fatica ad ammetterlo a me stesso e agli altri, è perché ci ho delle velleità di pseudo-intellettuale: ritengo di saper scrivere e voglio farne sfoggio. Cioè una cosa che alla fin fine si chiama narcisismo. Oppure, se si guarda la cosa da un altro punto di vista, è un esercizio masturbatorio. Si parla di cose quotidiane, di impressioni, di riflessioni, di pensierini di un tizio con gli occhiali. Ma chi cazzo sei, ma che cazzo ce ne frega dei giri in bici o a piedi o dei concerti o delle nutrie della Martesana. O meglio: tutte cose che si possono raccontare agli amici e alle amiche a quattr'occhi, davanti a una birra, senza star lì a menarsela su un blog che si chiama bollettinobaltico tutto attaccato. Ma vaffanculo.
La cosa che mi fa sorridere, è che la cruda consapevolezza di cui sopra mi è sorta durante l'ascolto di una canzone, che trovate all'inizio del post, di un gruppo tutto sommato hipster. E diobono.


La politica (anche in senso lato)
Che poi, per dedicarmi all'introspezione e ripigliarmi per la fine della fase precedente della mia vita, ho sottratto tempo alla politica. Intesa non come fare il soldatino di piombo di questa o quella formazione, bensì come progettualità collettiva volta a migliorare l'esistente. O almeno provarci. Vabbè, insomma, ci siamo capiti.
La faccenda è che stiamo vivendo un periodo di merda, non c'è naturalmente alcun bisogno che ve lo dica. Ma anche se le cose vanno male, resto convinto che nessuno si salvi da solo, che l'organizzarsi e l'azione collettiva siano il solo modo di rovesciare lo status quo a nostro vantaggio (nostro di noi che siamo quelli costretti a vendere la propria forza lavoro in cambio di salario e a cui estraggono plusvalore, tanto per intenderci). Detto in altro modo, come dicono in Valsusa, si parte e si torna insieme.
Questo insieme, questa cosa collettiva (che non è un blob informe e manipolato, è una collettività fatta di tante belle singolarità pensanti che si mettono in relazione), dicevo, l'insieme esiste già - anche se ultimamente non se la passa troppo bene. Per me questo insieme si concretizza nell'arruffata umanità degli spazi sociali. Spazi sociali mon amour. Che ci avranno anche tanti limiti, uno su tutti fare fatica a comunicare al di fuori del proprio ambiente di riferimento. Ma che indubbiamente hanno accumulato un ricchissimo patrimonio di relazioni, di saperi, di pratiche, di valori che continuo a considerare importante e necessario.


I socialcosi
Passando di palo in frasca, butto lì anche due cose sulle reti sociali che si sono espanse e hanno occupato un pezzo delle mie (nostre) relazioni interpersonali. Che due palle. Che due palle il flusso costante di informazioni, la presenza costante sul piano virtuale, che poi sta lì bello bello e parallelo alla realtà. Che due palle il demone della reperibilità. Che due palle il tempo e le energie spese dietro al socialcoso delle facce, a quello dei cinguettii, a quello delle foto e a tutti gli altri, ai messaggini istantanei e alle 'vecchie' e-mail trapiantate sul furbòfono. Che. Due. Palle. Che ce ne facciamo della visibilità costante se poi diobono si fa fatica a muovere e far muovere il culo per uscire di casa e - per esempio - partecipare ad un'iniziativa e incontrare persone? E poi che due palle veder svuotata di significato una delle parole più belle del mondo, condividere. Si condividono il tempo, gli sbattimenti, le esperienze, le delusioni, le idee, i sogni, un pasto, un tozzo di pane e la borraccia con l'acqua, il tetto e persino i fluidi corporei; cazzo c'entrano tutte queste belle cose con la condivisione compulsiva da rete sociale, tutto sommato vacua, decaffeinata, insipida?
Vabbuò, la pianto qui ché le cose importanti e i problemi della vita sono ben altri.


Conclusione?
Penso che mi dovrei prendere una pausa di riflessione da questa attività di blogger a tempo perso. Che quindi è anche una specie di pausa di riflessione da me stesso. Sintomo che sei sulla buona strada per la dissociazione, bravo pirla.
Battute grottesche e iperboli a parte, c'è ben altro sotto. Tornare alle cose concrete e pregnanti, lasciar perdere gli sfoghi e le seghe mentali sull'etere. Vivere, cercando di farlo bene e di essere una persona migliore di quella che si era il giorno prima. Condividere con le persone che per me contano. Fare con le mani, con la testa e col cuore. Prendere delle decisioni, imparare, domandare, capire, aiutare. E tante altre cose che sicuramente sto tralasciando.


Vi abbraccio tutt*,
g.

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