martedì 18 novembre 2014

Eu quero o galego (1)





Radio Baltica
Siniestro Total - Pueblos del mundo, extinguíos



Per affrontare il complicato tema della lingua, parto da due considerazioni semplici semplici. La prima è che mi piace pensare a una lingua come a un qualcosa di vivo, fluido, in costante evoluzione. È infatti uno strumento di comunicazione tra esseri umani, e – dato che questi ultimi per loro natura cambiano in continuazione – la lingua non può che adattarsi alle mutevoli esigenze di chi ne fa uso. Ignorando le leggi che artificialmente tentano di affossarla o di confinarla in ambiti ristretti. La seconda considerazione è che – come diceva qualcuno – non c’è niente di peggio che fare parti uguali tra diseguali. Quindi, invocare il “bilinguismo armonico” o il “diritto al castigliano” come fa la destra mi sembra, citando Fantozzi, una cagata pazzesca (e piuttosto ideologica). Soprattutto dopo decenni di repressione del galego durante la dittatura e in una situazione attuale in cui solo una minoranza degli abitanti della regione lo impiega come lingua di uso quotidiano.

Detto questo, la situazione è un cazzo di casino. Perché in teoria, in quanto lingua co-ufficiale, il galego avrebbe tutta un serie di riconoscimenti che però nella realtà non si vedono. Ad esempio in università, dove il singolo docente sceglie la lingua in cui impartire le sue lezioni, i corsi in galego sono un’esigua minoranza. E penso che questo contribuisca a perpetrare il pregiudizio negativo sul galego come lingua incolta, da campagnoli.

Poi, nell’ultimo anno [2010, NdR], il governo regionale (la Xunta de Galicia) ha cagato fuori una serie di progetti di legge che puntano a ridurre la presenza del galego nell’istruzione primaria e secondaria, oltre a tagliare i fondi a programmi – già avviati – di rafforzamento all’uso della lingua. Com’era prevedibile, la reazione è stata forte, con la nascita di una piattaforma sorprendentemente ampia per la difesa del galego e alcune manifestazioni di massa in Compostela. Tutto questo mi rende un po’ perplesso, perché la causa della lingua – nobilissima, per carità – distoglie l’attenzione da problemi di natura – diciamo così – più globale. Si ricordi, giusto per intendersi, che in tutto lo stato spagnolo i contraccolpi della crisi del capitale finanziario hanno fatto scoppiare una bolla immobiliaria che durava da quindici anni, lasciando sul terreno un’economia bloccata e un tasso di disoccupazione del 20%. E che il governo di Zapatero (che in itaGlia sembra a un sacco di gente un tipo superprogressista) per uscire dalla crisi punta a smantellare definitivamente le ultime vestigia del welfare state, seguendo i dogmi della Troika.

[continua]

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