venerdì 28 novembre 2014

O carallo vintenove

La pietra fallica situata al numero 29 della Rúa Travesa




Radio Baltica
Aerolíneas federales - Mi vídeo no tiene mando a distancia



Carallo è un intercalare decisamente frequente nelle conversazioni galaiche. Corrisponde più o meno alla parola castigliana carajo, che – per i non ispanofoni – è una denominazione volgare dell’organo riproduttore maschile (cioè cazzo, se si può usare il turpiloquio in radio :).

Intendiamoci, la parola carallo in sé non ha nulla di interessante. Ciò che la rende un fattore portante della cultura locale è il suo uso in divertenti espressioni che punteggiano la vita di tutti giorni. Ad esempio, è impossibile non assistere ad una conversazione senza udire un «Manda carallo!» o «Arre carallo!», esclamazione assai versatile che potremmo in qualche modo  paragonare al «Ghe sboro!» veneziano, utile ad esprimere un ventaglio di stati d’animo che vanno dalla sorpresa alla delusione, dallo scoramento all’entusiasmo più travolgente. Oppure, per indicare una marcata lontananza geografica e/o spirituale, si dice che un luogo è situato «No quinto carallo», letteralmente «nel quinto cazzo», grosso modo corrispondente al nostrano «In culo al mondo».

Ma l’espressione che più mi piace è – come suggerisce il titolo di questo post – «O carallo vintenove» (vintenove come il numero 29), che indica una sorta di incredulità/scetticismo mischiato alla convinzione che l’interlocutore stia dicendo una castroneria di proporzioni ragguardevoli. Ad esempio: - "Ieri sera mi sono bevuto sette bicchieri di licor café!". -"Seee, o carallo vintenove!". Purtroppo non ho ancora trovato una corrispondenza convincente con modi di dire itaGliani o del gergo giovanile dell’hinterland milanese.

Come molte altre invenzioni della cultura popolare, la sua origine è incerta. Va tuttavia segnalata una leggenda metropolitana che riguarda Santiago. Al numero 29 della Rúa Travesa, infatti, in piena città vecchia, si trova una pietra di granito dalla forma vagamente fallica. Giustificazione a posteriori, o indizio della secolare propensione galaica all’ironia? Manda carallo!

giovedì 27 novembre 2014

Horteras de corazón


Radio Baltica
Ilegales - Soy un macarra


In un posto come Santiago – con tutti i suoi studenti e con tutti i suoi Erasmus – è ovvio che ci siano delle feste. Ma non voglio parlarvi né delle orribili feste Erasmus (in cui alcol e mediocrità scorrono a fiumi) né delle feste indigene in generale (anche se qualcuna che varrebbe la pena di raccontare ci sarebbe; ad esempio il toga party in cui, grazie alla tenda da doccia da me usata impropriamente come toga, mi sono salvato dall’imboscata degli irrigatori automatici che nel cuore della notte sono spuntati dal prato dove ci trovavamo…).

C’è una festa in particolare che mi rimarrà impressa nella memoria per lungo tempo a venire: la Fiesta Hortera! Organizzata dalla storica radio degli squatter compostelani (sgomberati per il Xacobeo) e ubicata in una sala per teatro/concerti alternativa, è un appuntamento che – letteralmente – mobilita le masse giovanili e critiche. Il motivo? Fondamentalmente perché permette di ballare i classici dei fulgidi anni ’80 spagnoli e – soprattutto – di vestirsi in una maniera che sarebbe improponibile nella vita di tutti i giorni. Il concetto di horterismo – infatti – lo possiamo tradurre con kitsch, mentre un o una hortera è un essere umano che nella sua apparenza esteriore (e forse anche nel suo stile di vita) ne mette in pratica i dettami. E così, il giorno della festa, la via della sala si è riempita di tessuti leopardati, di strati di trucco in eccesso, di parrucche sgargianti, di accessori bizzarri. E di travestimenti a tema: due papa boy, un Tonino Carotone, un manipolo di drag queen, cow boy gay, una Madonna dei tempi d’oro, un Toni Manera dei poveri, e chi più ne ha più ne metta.

Per farvi capire la portata dell’evento, i biglietti erano già stati tutti venduti via internet nei giorni precedenti, e moltissimi horteras sono rimasti fuori dalla capienza limitata della sala. Superato un iniziale attimo di delusione e fatta una rapida assemblea, con gli amici del disagio abbiamo deciso che non ci fregava niente e avremmo invaso la notte santiaghese con tutto il nostro entusiasmo giovanile. Perché noi, l’horterismo, ce lo portiamo dentro. Mica ci abbiamo bisogno di una festa a tema per divertirci! Perché noialtri… siamo horteras de corazón!

mercoledì 26 novembre 2014

A tutta birra?





Radio Baltica
The Clash - Brand new Cadillac



Se c’è una cosa della Galicia che mi ricorda il paese di pulcinella, è la faccenda dei treni ad alta velocità, qui chiamati con l’acronimo AVE.

In questo angolo di penisola iberica, infatti, le comunicazioni assicurate dal trasporto pubblico lasciano abbastanza a desiderare. I treni dell’equivalente ispagnolo delle effe esse non sono malaccio, però stanno praticamente solo sull’asse della costa atlantica, da Coruña a Vigo. Per il resto, non si può che dipendere dalle svariate compagnie di pullman, caratterizzate da orari scomodi e da prezzi non esattamente popolari. In pratica, o hai la macchina o ti fotti, per dirla in maniera un po’ grezza, anche se efficace.

Al di là del miope modello basato sul trasporto a petrolio individuale, in Galicia – come in Ispagna in generale – ultimamente c’è una insana passione per i treni ad alta velocità. Tutto cominciò nel lontano 1992, con la linea AVE Barcellona-Siviglia, generosamente finanziata dall’Unione Europea, caduta come ciliegina sulla torta dell’euforia da Olimpiadi ed Expo (ci ricorda qualcosa?). Da allora, l’AVE imperversa in quasi ogni angolo dello stato spagnolo, e non poteva che toccare – pochi anni fa – anche la dimenticata terra galaica. L’impatto sul territorio lo conosciamo tutti: viadotti faraonici e montagne traforate (perché il supertreno non sopporta pendenze troppo elevate), in un contesto geologico caratterizzato da un’intensa radioattività naturale. Capirne gli effettivi vantaggi, in un freddo calcolo costi/benefici, a me personalmente sembra un po’ difficile, sarà che io sono uno di quei retrogradi nemici del progresso, vai un po’ a sapere. Comunque, nella mia angusta ottica di utente del trasporto pubblico, mi sembra una cagata di un certo calibro costruire l’AVE Santiago-Ourense (che sarà pronto solo tra qualche anno), quando la linea normale non ha nemmeno il doppio binario, e ci sono tipo quattro/cinque corse al giorno, tra la capitale e un capoluogo di provincia…

In Galicia, del resto, per andare a tutta birra non c’è bisogno di un supertreno. Basta entrare in uno dei mille bar, e bersi una Estrella Galicia, orgoglio dell’arte birraia locale. L’unico modo intelligente di andare a tutta birra, in queste contrade.

martedì 25 novembre 2014

Isto non é España?



Per hobby e anche un po’ per studi, mi interesso di movimenti sociali autorganizzati. Sì, insomma, quelli a cui piacerebbe cambiare le cose dal basso (poi, che ci riescano, è un altro discorso). C’è da dire che, su questo versante, Santiago e la Galicia non mi hanno certo deluso, semmai m’hanno un po’ confuso. Com’è prevedibile, il carburante dell’arruffato panorama socio-politico galego è il nazionalismo. Ma andiamo con calma.

Come mi è capitato di accennare altre volte, la convinzione e l’orgoglio di custodire un’identità propria e peculiare accompagna la quasi totalità degli autoctoni con cui mi sono relazionato, senza che questi si autodefiniscano necessariamente nazionalisti. Ciò alimenta un’effervescente società civile che si sforza di non perdere usi, costumi e tradizioni: dai giochi di squadra ai balli, dagli strumenti musicali alle specie di cavalli nativi (vi giuro che esiste un’associazione per la conservazione del cavallo di… boh, del quinto carallo - espressione traducibile grosso modo con "in culo ai lupi" :). Questo livello – che potremmo definire un po’ semplicisticamente “culturale” – arriva solo a sfiorare la politica, che fino a quando si suonano il pandeiro (tamburo) e la gaita (cornamusa), rimane più o meno sullo sfondo.

Già quando si comincia a parlare della lingua, del galego, la situazione si complica (ma la faccenda è già stata ampiamente trattata in alcuni post precedenti).

Il vero vespaio comincia con i vari collettivi, gruppi, piattaforme, assemblee, partiti extraistituzionali esplicitamente nazionalisti e/o indipendentisti. Ciascuno di essi produce i suoi giornali, riviste, fogli di agitazione, volantini, adesivi. E poi ancora hanno i loro siti, i blog, le mailing list, i forum, per non parlare delle manifestazioni, dei presidi, delle conferenze che organizzano. Tutte queste realtà appartengono ai vari rami della complessa famiglia del marxismo, salvo qualche anarchico qua e là. Mi viene da fare un paragone cinematografico. Chi ha visto “Brian di Nazareth” dei Monty Python sicuramente ricorderà le grandi chiacchiere e la conseguente inattività dei vari Fronte popolare giudaico, Fronte giudaico di liberazione, Unione del popolo giudaico… (anche se, dopo tutto, abituato come sono a muovermi tra centri sociali e collettivi universitari, non avrei poi tanto da ridere al riguardo).

Resta da considerare il fatto che la Galicia, nonostante la gran quantità di attivismo nazionalista, è dalla fine della dittatura uno dei feudi elettorali della destra reazionaria e clientelare del Partido Popular. E poi, a dirla tutta, Paquito Franco 'el caudillo' era gallego di Ferrol…


lunedì 24 novembre 2014

Dell'illegalità diffusa

Una batea

Radio Baltica
Ilegales - Destruye


Come tutte le terre di frontiera e i porti di mare, anche la Galicia si contraddistingue per la sua buona dose d’illegalità diffusa.

Tradizionalmente, data l’esiguità dei redditi di chi si dedicava all’agricoltura o alla pesca, una forma facile e illecita di reagire alla povertà era il contrabbando (l’alternativa difficile e lecita, invece, era l’emigrazione). Contrabbando soprattutto di sigarette, ma anche delle merci più disparate, sia attraverso il fiume Miño (frontiera naturale con il vicino Portogallo), sia scaricando abusivamente le cose dalle navi di ritorno dalle Americhe. Le preziose casse, poi, venivano nascoste sulle bateas, le piattaforme galleggianti che, nella parte meridionale della costa atlantica (le Rías Baixas), servono ancora oggi ad allevare le cozze. Mi dicevano che il contrabbando di sigarette era roba di qualche decennio fa, tipo dei tempi del franchismo, però un bel giorno una delle prostitute del mio quartiere mi ha fermato con fare circospetto per offrirmi la sua stecca di Winston pirata (sì, il mio era un po’ il quartiere a luci rosse – low cost – di Santiago, con lavoratrici del sesso dai sessant’anni in su; curiosamente era un bel quartiere residenziale a cinque minuti di cammino dalla cattedrale).

Ma già da tempo il contrabbando è stato scalzato dal ben più redditizio traffico di droga. Gran parte della cocaina sudamericana (in gergo farlopa) destinata al mercato europeo, infatti, entra dalle coste galaiche, scarsamente popolate e meno controllate rispetto a quelle andaluse o catalane. Per quanto riguarda hashish e marijuana, invece, è sufficiente la produzione locale: un sacco di gggiovani hanno almeno un conoscente o un amico di amici che – per controcultura, mica per altro – commercia in queste sostanze. Diffusa è anche l’autoproduzione casalinga. Per esempio l’inquilino del piano di sotto, una volta che ero sceso a chiedergli qualcosa, dopo mezz’ora di chiacchiere di (fanta)politica sull’indipendentismo, ha sfoggiato una faccia da faina e mi ha mostrato orgoglioso un’intera stanza stipata di piantine, di luci e altre diavolerie agricole.

Certe pratiche hanno davvero un certo radicamento sociale. Ricordo infatti un medico quarantenne che, discutendo del tema, mi disse: “Sì, zio, la gente della costa sono dei veri pirati. Qualsiasi cosa di cui tu abbia bisogno, te la procurano: scarpe e vestiti firmati, sigarette, molluschi. A proposito, ti interessa un cassa di navajas (un costoso mollusco locale)? No perché conosco un vecchio pescatore che me le procura a metà prezzo. Sì, d’accordo, non hanno fatto i controlli sanitari obbligatori per legge, ma vuoi mettere che affare?”.

domenica 23 novembre 2014

Del villaggio cosmopolita

Radio Baltica
Las Vulpes - Me gusta ser una zorra


A dispetto del suo ruolo amministrativo di capitale e dei significati simbolici che la avviluppano come un mantello, Santiago de Compostela somiglia più a un villaggio che a una città vera e propria. Non mi riferisco solo al relativamente basso numero di abitanti (circa novantamila) e alla sua limitata superficie, quanto a una sensazione che ti accompagna fin dalle prime settimane e che non è poi così semplice da spiegare. Ma che rende la permanenza in questo luogo rilassata e piacevole, altro che la necropoli milanese. La città vecchia è un fazzoletto, di cui si imparano presto a conoscere vicoli, bar e luoghi – diciamo così – strategici. Ma anche nei quartieri residenziali – alcuni belli e nuovi, altri “franchistamente” brutti – che si espandono sulle alture circostanti, si respira la stessa aria. Giusto per fare un esempio, il mio quartiere finiva praticamente in aperta campagna, con stradine a una corsia che costeggiavano prati e boschi. E dalla vicina facoltà di fisica, dando le spalle al tessuto urbano, si ha l’impressione di stare no medio do monte, avendo di fronte le colline verdi d’estate e coperte di nebbia d’inverno. Con le paesane che raccattano le uova delle galline la mattina presto, alla prima ora di lezione.

Allo stesso tempo, Compostela è ben lungi dall’essere provinciale: è un villaggio cosmopolita. Un po’ per l’evidente presenza di stuoli di stranieri provenienti dai quattro angoli del globo (universitari, pellegrini e turisti), che la rendono – nel bene e nel male – una babele in miniatura. Un po’ per l’alto numero di studenti (circa ventottomila) che la popolano e la vivacizzano in varie maniere. Un po’ perché, essendo capitale, diventa un baricentro – periferico e regionale – per iniziative politiche, culturali, controculturali, sperimentali, religiose, ludiche e aggregative. Dalle rassegne di cortometraggi di giovani registi alle manifestazioni nazionaliste. Per non parlare di una delle cose più improbabili che mi è capitato di vedere: un gigantesco raduno di frikis (nerd) di Guerre Stellari, che con costumi e spade laser hanno invaso la città vecchia per un intero pomeriggio.


venerdì 21 novembre 2014

Outras minucias


Radio Baltica
Luar na lubre - Chove en Santiago


Mi sembra una grave mancanza non aver ancora parlato della protagonista della maggior parte dei giorni e delle notti compostelani: la pioggia. Intendiamoci: la Galicia soffre l’ingiusto luogo comune di essere una terra di pioggia incessante, con pochissimi giorni di sole all’anno. Il che è un po’ una cagata – perché dipende da ciascun anno, perché in estate non piove molto, ecc – ma sicuramente dietro questo topico c’è del vero. In particolare se parliamo di Santiago, che presenta un microclima proprio che la rende particolarmente piovosa. Inutile dire che la pioggia e gli stati d’animo che questa provoca hanno ispirato ed ispirano romanzi, poesie e canzoni. In effetti, l’onnipresente granito della città vecchia di Compostela (come di qualsiasi città o paese galaici), acquista un aspetto tutto diverso, bagnato dalla pioggia e sotto il cielo di piombo. E di notte, poi, si aggiungono i mille riflessi delle luci dei lampioni. L’atmosfera surreale che avvolge questa città non sarebbe la stessa, senza pioggia.

Il granito, si diceva. Abbonda in questa terra geologicamente anziana, dove millenni su millenni di erosione fanno emergere la roccia in superficie. E la rendono materiale da costruzione onnipresente, ubiquo, praticamente eterno. Non solo per case e monumenti, ma anche per recintare i campi, per sostenere i tralci di vite, per segnalare i crocicchi con i cruceiros, colonne sormontate da una croce scolpita. Inutile dire che in passato i canteiros (gli artigiani scultori) erano una categoria sociale rispettata e potente, in virtù dei loro compiti di custodire e tramandare il loro indispensabile sapere. Circolano anche storie secondo cui – per vendicarsi di pagamenti inferiori alle somme pattuite, o per pestare i piedi all’autorità ecclesiastica – i canteiros riempirono chiese ed edifici sacri di immagini oscene o appartenenti alla mitologia pagana. Il tipico humor gallego deve avere radici antiche.

Per finire una nota a margine. Proprio a causa della presenza del granito, in Galicia si registra un livello di radioattività naturale tra i più alti al mondo. E forse questo dato spiega alcune delle peculiarità di questa terra peculiare ;)

Minucias



Radio Baltica
Aerolíneas federales - No me beses en los labios


In generale, la densità degli abitanti in Galicia è bassa. Il che, tradotto in pratica, significa che ci sono un’infinità di villaggi sparpagliati ad una certa distanza uno dall’altro. Probabilmente questo dato socio-demografico è una delle variabili che spiegano la persistenza di una certa illegalità diffusa. Anche in cose minute. Come la gente che distilla gli alcolici in casa nonostante non sarebbe teoricamente permesso. O come chi continua la tradizione ancestrale della matanza do porco (uccisione del maiale), in barba alle norme che richiederebbero la presenza di una persona dell’unità sanitaria locale. Un rito che si ripete ogni anno il giorno di San Martiño (11 novembre) e che riunisce tutte le generazioni viventi della famiglia allargata. E che, quindi, anche i giovani continuano a praticare, per la gioia dei loro coinquilini degli appartamenti di studenti, che possono così gustare gli innumerevoli doni che un porquiño allevato in casa con tanto amore può offrire.

Un’altra minuzia, che in parte si collega alle credenze nel soprannaturale, è il rito collettivo della queimada. In sé, non è altro che un miscuglio di augardente (grappa), zucchero e grani di caffè a cui si dà fuoco in una specie di catino di terracotta e che si beve in tazze dello stesso materiale, il tutto rigorosamente in gruppo. Però, le impressionanti fiammate bluastre della queimada sono accompagnate dalla recitazione di una formula di scongiuri contro i malefici di meigas e di altre creature maligne e/o ripugnanti, per poi terminare con un augurio alla salute dei cari lontani… e di quelli passati a miglior vita, che grazie a questo cerimoniale sono riuniti nella stanza insieme ai presenti, senza che questi se ne accorgano. Da far tremare le vene e i polsi!

Last but not least, è doveroso parlare di lui, del protagonista delle serate santiaghesi: il licor café. Anche in questo caso, apparentemente si tratta di qualcosa di semplice: un liquore (quello buono è fatto in casa)a base di augardente, caffè e zucchero. A dispetto della semplicità degli ingredienti, la ricetta è custodita gelosamente dagli iniziati, e ognuno ha i suoi trucchi, un po’ come la pasta al forno delle nostre nonne. Molti dei mille bar di Compostela vantano la propria autoproduzione di licor café, che è certamente una della bevande alcoliche più consumate in terra galaica. Il licor café, elisir dalla molte virtù e un solo vizio. Se infatti esagerare è facile, la superbia viene punita il giorno successivo con postumi infernali, la temuta – ma anche un po’ cercata – resaca.

mercoledì 19 novembre 2014

Isole atlantiche

L'acqua cristallina delle Islas Cies


Radio Baltica
Siniestro total - Matar hippies en las Cies


La Galicia – l’angolino in alto a sinistra della Penisola Iberica – ha la forma approssimativamente di un quadrato. Due lati dei suoi lati – il superiore e il sinistro – sono bagnati dalle fredde acque dell’Oceano Atlantico. La costa del lato sinistro è un sacco frastagliata, e più si scende verso sud più le insenature si fanno profonde e le coste arzigogolate: sono le Rías Baixas, nelle province di Pontevedra e di Vigo. Di fronte a questa costa frastagliata c’è una manciata di isolette, appartenenti al parco naturale delle Isole Atlantiche. Alcune sono raggiunte da un battello passeggeri, e andarci merita proprio una gita, se siete da quelle parti. Sono le isole Cies, nella ría di Vigo, e la isola di Ons, in quella di Pontevedra. In comune hanno l’appartenenza al parco naturale, il che significa che non si può girare con mezzi a motore, accendere fuochi a babbo, introdurre cani e il pattume che produci te lo devi riportare a casa (buono). Il battello costa un sacco, tipo sedici euri, per mezz’ora di tragitto all’andata e mezz’ora al ritorno, e quando compri il biglietto devi già decidere a che ora rientrare (meno buono). Ma le similitudini tra le due isole si fermano qui.

Ons è di gran lunga quella che mi è piaciuta di più. Una striscia di terra lunga sei chilometri e larga ottocento metri. Una manciata di case, una ventina di coraggiosi che ci vivono tutto l’anno, un faro, pochi turisti, gruppetti di fricchettoni (qui chiamati hippies come una volta) che fanno lavori socialmente utili invece di fumarsi gli spinelli e suonare il bongo tutto il giorno come al Parco Sempione. Il lato dell’isola rivolto all’Oceano è battuto in continuazione da venti atlantici, che erodono le rocce e permettono la sopravvivenza solo di bassi arbusti spinosi. Qui i gabbiani sembrano aver dichiarato guerra agli umani, e tutto acquista una certa drammaticità da sturm und drang.

Cies non è che non sia bella, anzi. L’acqua è cristallina e la sabbia è bianca che sembra di stare ai Caraibi. Però è troppo vicina a Vigo, che – con i suoi trecentomila e rotti abitanti – è la più grande città galaica. Il che d’estate trasforma Cies in una specie di Rimini, fatte le debite proporzioni. L’umanità straripante straripa dappertutto, sulle spiagge, nei tre bar tre dell’isola, nel campeggio high cost, nel traghetto. E fa un casino della madonna. Insomma, roba da rimpiangere la pace di Ons. E pensare che alla fine degli anni ’70 e per tutti gli ’80 ci venivano soltanto i fricchettoni nordeuropei e nativi, a Cies. Roba che quasi quasi si rimpiange il Parco Sempione.

martedì 18 novembre 2014

Eu quero o galego (3)

Radio Baltica
Lendakaris muertos - ETA, deja alguna discoteca

Un’altra cosa degna di nota – parlando sempre dell’arruffato tema della lingua – è la divisione suscitata dalla normativa linguistica. Il galego – a differenza ad esempio del catalano – fino al 1982 non ha avuto una normativa ufficiale, che però viene contestata da una parte della società civile che rivendica un’ortografia, un lessico e una grammatica più vicini al portoghese. Questa rivendicazione si chiama reintegrazionismo, e si associa facilmente a posizioni politiche indipendentiste, in virtù di una malcelata antipatia verso la “Spagna”. In poche parole, i reintegrazionisti sostengono che il galego non è una lingua autonoma, ma è una delle tante varianti del sistema linguistico galego-luso-africano-brasileiro. Una variante del portoghese, insomma. E accusano la normativa ufficiale di contaminare il galego con il castellano. Posto che il reintegrazionismo ha alla base degli studi filologici, appare evidente una cosa: si tratta di un esercizio intellettuale, patrimonio di una minoranza fortemente ideologizzata e totalmente scollegato dalla pratica linguistica quotidiana dei galegofalantes. L’idea alla base del reintegrazionismo è – praticamente – far finta che i secoli non siano passati rispetto a quando, nel medioevo, galego e portoghese erano la stessa lingua. Come se una lingua non fosse qualcosa che si evolve e si contamina anche – perché negarlo – in seguito a secoli di dominio politico. Cioè, per dire: ma vi immaginate il mio professore di 'Teorie alternative di sviluppo economico' che parla in reintegrato con una vecchietta di un villaggio sperduto nella Terra Chá (zona scarsamente popolata nell’interno della provincia di Lugo)? Nella Galicia profonda lo prenderebbero per portoghese, e probabilmente lo inseguirebbero col forcone. Battute a parte, è anche divertente vedere come normativisti e reintegrazionisti si punzecchiano a vicenda. I primi chiamano i secondi lusistas, i secondi contrattaccano chiamando i primi isolacionistas. E poi dicono che Isto non é España (in normativo; in reintegrato invece si scrive: Isto nom é Espanha)!

Tuttavia, anche la normativa suscita un sacco di dibattiti. Fondamentalmente, nel 1982 una serie di professoroni della Real Academia Galega e dell’Instituto da Lingua Galega si sedettero attorno ad un tavolo e – mescolando le differenti varianti del galego – cucinarono una normativa-frankenstein, con cui la gente nata e cresciuta col proprio galego locale non aveva nessuna familiarità. Oggi, grazie all’insegnamento nelle scuole e alla televisione, il galego normativo è diffuso, ma – per chi l’ha imparato in strada e non tra i banchi – è e resterà un galego “decaffeinato”. Per non parlare poi delle periodiche modifiche della normativa, che secondo alcuni allontana la lingua parlata dal xunteiro, ossia la lingua della Xunta, intendendo con questo termine l’establishment politico-culturale.


Eu quero o galego (2)

Radio Baltica
Lendakaris muertos - El problema vasco


Faccio, in questo secondo post sulla complicata questione della lingua, una precisazione. Nella prima parte, infatti, ho detto che solo una minoranza degli abitanti della regione impiega il galego come lingua di uso quotidiano. Il che non è del tutto esatto.
A fronte di una popolazione di 2.784.169 abitanti (al 1 gennaio 2008, fonte Instituto Nacional de Estadística), solo il 3,13% non sa parlare per niente il galego (dato 2008, fonte Instituto Galego de Estatística; della stessa fonte sono i dati riportati in seguito). Quindi, praticamente tutti sanno esprimersi almeno un po’ in galego, sia perché l’hanno imparato in casa, sia a scuola, sia nelle interazioni della vita quotidiana (televisione, strada, sul lavoro, ecc).
Però, le cose già cambiano se si va a vedere il suo uso esclusivo: il dato aggregato per tutta le regione, ci dice che un terzo (29,96%) parla sempre e solo in galego (a fronte di un quinto che parla sempre e solo in castellano).
Tuttavia, il dato più interessante ce lo forniscono i dati disaggregati per dimensione del comune di residenza. Nei comuni piccoli (meno di 10 mila abitanti) ben il 54,54% parla sempre e solo in galego, mentre solo il 6,04% usa sempre il castellano. Nei comuni grandi (più di 50 mila abitanti), la situazione si ribalta: solo l’11,18% parla sempre in galego, a fronte del 34,28% che utilizza sempre il castellano.
Riassumendo, l’uso o meno della lingua è praticamente solo una questione di scelta individuale, su cui pare influire in maniera determinante il contesto urbano o rurale in cui si vive: è facile immaginare che nei villaggi più o meno sperduti no medio do monte la gente parli più galego che castellano, che però appare decisamente la lingua delle città.
Ovviamente, ci sono molte altre variabili che entrano in gioco e che per ragioni di spazio non ho considerato.

[continua]

Eu quero o galego (1)





Radio Baltica
Siniestro Total - Pueblos del mundo, extinguíos



Per affrontare il complicato tema della lingua, parto da due considerazioni semplici semplici. La prima è che mi piace pensare a una lingua come a un qualcosa di vivo, fluido, in costante evoluzione. È infatti uno strumento di comunicazione tra esseri umani, e – dato che questi ultimi per loro natura cambiano in continuazione – la lingua non può che adattarsi alle mutevoli esigenze di chi ne fa uso. Ignorando le leggi che artificialmente tentano di affossarla o di confinarla in ambiti ristretti. La seconda considerazione è che – come diceva qualcuno – non c’è niente di peggio che fare parti uguali tra diseguali. Quindi, invocare il “bilinguismo armonico” o il “diritto al castigliano” come fa la destra mi sembra, citando Fantozzi, una cagata pazzesca (e piuttosto ideologica). Soprattutto dopo decenni di repressione del galego durante la dittatura e in una situazione attuale in cui solo una minoranza degli abitanti della regione lo impiega come lingua di uso quotidiano.

Detto questo, la situazione è un cazzo di casino. Perché in teoria, in quanto lingua co-ufficiale, il galego avrebbe tutta un serie di riconoscimenti che però nella realtà non si vedono. Ad esempio in università, dove il singolo docente sceglie la lingua in cui impartire le sue lezioni, i corsi in galego sono un’esigua minoranza. E penso che questo contribuisca a perpetrare il pregiudizio negativo sul galego come lingua incolta, da campagnoli.

Poi, nell’ultimo anno [2010, NdR], il governo regionale (la Xunta de Galicia) ha cagato fuori una serie di progetti di legge che puntano a ridurre la presenza del galego nell’istruzione primaria e secondaria, oltre a tagliare i fondi a programmi – già avviati – di rafforzamento all’uso della lingua. Com’era prevedibile, la reazione è stata forte, con la nascita di una piattaforma sorprendentemente ampia per la difesa del galego e alcune manifestazioni di massa in Compostela. Tutto questo mi rende un po’ perplesso, perché la causa della lingua – nobilissima, per carità – distoglie l’attenzione da problemi di natura – diciamo così – più globale. Si ricordi, giusto per intendersi, che in tutto lo stato spagnolo i contraccolpi della crisi del capitale finanziario hanno fatto scoppiare una bolla immobiliaria che durava da quindici anni, lasciando sul terreno un’economia bloccata e un tasso di disoccupazione del 20%. E che il governo di Zapatero (che in itaGlia sembra a un sacco di gente un tipo superprogressista) per uscire dalla crisi punta a smantellare definitivamente le ultime vestigia del welfare state, seguendo i dogmi della Troika.

[continua]

lunedì 17 novembre 2014

In medias res

Approfitto della pausa di riflessione che mi sto prendendo dal bloggarmi addosso per mettermi definitivamente in pari con l'archeologia del bollettino baltico. In altri termini, ricopio qui i post scritti in passato per altri blog, principalmente per quello - più volte citato - della trasmissione estiva di una radioemittente milanese.

Di seguito incollo il primissimo post che inviai da Compostela, quasi alla fine del mio periodo Erasmus passato laggiù.



Dieci mesi fa era settembre duemilanove, e l’ultimo post scritto per la trasmissione parlava di zaini da fare e di aspettative per l’anno d’Erasmus che – ignoto misterioso e attraente – mi stava di fronte.
Ora è luglio duemiladieci e sono a Santiago de Compostela, ma la mia permanenza è già quasi agli sgoccioli: tornerò infatti nella fetida metropoli a fine luglio. Nel mezzo – tra settembre e oggi – molte cose sono successe, molte sono le persone incontrate, milioni le parole dette e scritte.
Non è importante raccontare tutto con tutti i dettagli, non ne ho voglia io e annoierei voi. A differenza dell’anno passato, poi, non ho un ufficio e un computer davanti al naso per otto lunghe ore: più che raccontare cose – quest’anno – mi interessa farle. Sarà che invecchio e divento impaziente?
E la non-conclusione di questo incipit è presto tirata: nient’altro che un blog stanziale ed alcune istantanee da una strana città in una strana terra, la Galicia.

Xaco veo Xaco quiero

Radio Baltica
La polla records - Salve

BBVA è una delle principali banche iberiche; della serie "quando la fede va a braccetto con gli affari"...


L’anno del signore duemiladieci pare che è santo. Ossia, è uno di quegli anni in cui – secondo i capricci del calendario – il 25 di luglio, giorno di Santiago apostolo, cade di domenica. Gente di chiesa con un certo spirito imprenditoriale ha deciso che gli anni così sono santi, e si chiamano Xacobeo (Jacobeo in castigliano, da Jacobo, altro nome dell'apostolo san Giacomo il maggiore). Succede che il signor vescovo della superdiocesi di Santiago, il primo di gennaio del Xacobeo, prende a martellate la Porta Santa della cattedrale per far crollare il muro che normalmente la blocca. Se un pio pellegrino ci passa attraverso, alla Porta Santa, tipo che gli vengono perdonati tutti i peccati in un colpo solo. Inutile dire che a partire dal primo gennaio c’è una coda degna delle attrazioni di Gardaland, fuori dalla porta in questione. E oltre ai pellegrini che hanno fatto il Cammino, ci sono mandrie di simpatici vecchietti scaricati dai torpedoni della Romana Opera Pellegrinaggi e delle parrocchie di tutta Europa.
Succede però che la coincidenza tra domenica e giorno dell’apostolo capita a intervalli irregolari: dopo sei, dopo quattro, dopo dieci o undici anni (non necessariamente in quest’ordine, ma l’idea è questa) rispetto all’anno santo precedente. Bene, risulta che il prossimo sarà nel 2021. Dato che il Xacobeo attira un mucchio di turisti e di pellegrini (e so’ soldi!), e dato che ci sarà da aspettare undici lunghi anni prima del prossimo, il Xacobeo 2010 è stato pubblicizzato in maniera massiccia in tutto il paese (Ispagna, dico). Giusto per fare un esempio, sulle lattine delle bevande della Coca Cola Corp. c’è stampigliato il logo del Xacobeo…
E poi ci sono ottomila maderos (agenti della polizia nazionale, altrimenti noti come pitufos, i puffi) aggiuntivi, mandati appositamente a garantire la sicurezza urbana.

PS: Il titolo vuole essere un simpatico gioco di parole. In castigliano, il detto culo veo culo quiero (letteralmente: culo vedo e culo voglio) indica quelle situazioni in cui l’essere umano si trasforma in pecora, seguendo acriticamente il gregge. E Xaco veo si pronuncia esattamente come Xacobeo.

martedì 11 novembre 2014

Novembre: di velleità ed altre questioni



Radio Baltica
I cani - Velleità


Car* tutt*,

in un momento di delirio di onnipotenza o forse di semplice sconforto novembrino, volevo scrivere una specie di lettera aperta. Perché ci ho un po' di cose che mi frullano in testa. Perché così sfogo il mio egocentrismo mai sopito. Perché ognuno diobono si gratifica come può.
Novembre nella metropoli diffusa è in genere freddino, piovoso e grigio. È il mese che associo ai calzettoni di lana per stare in casa, alle tisane bollenti e all'introspezione.


Le velleità
Da un anno abbondante scrivo su questo modesto blog con l'intento proclamato di tenere una specie di diario nell'epoca del web 2.0. Anche se faccio fatica ad ammetterlo a me stesso e agli altri, è perché ci ho delle velleità di pseudo-intellettuale: ritengo di saper scrivere e voglio farne sfoggio. Cioè una cosa che alla fin fine si chiama narcisismo. Oppure, se si guarda la cosa da un altro punto di vista, è un esercizio masturbatorio. Si parla di cose quotidiane, di impressioni, di riflessioni, di pensierini di un tizio con gli occhiali. Ma chi cazzo sei, ma che cazzo ce ne frega dei giri in bici o a piedi o dei concerti o delle nutrie della Martesana. O meglio: tutte cose che si possono raccontare agli amici e alle amiche a quattr'occhi, davanti a una birra, senza star lì a menarsela su un blog che si chiama bollettinobaltico tutto attaccato. Ma vaffanculo.
La cosa che mi fa sorridere, è che la cruda consapevolezza di cui sopra mi è sorta durante l'ascolto di una canzone, che trovate all'inizio del post, di un gruppo tutto sommato hipster. E diobono.


La politica (anche in senso lato)
Che poi, per dedicarmi all'introspezione e ripigliarmi per la fine della fase precedente della mia vita, ho sottratto tempo alla politica. Intesa non come fare il soldatino di piombo di questa o quella formazione, bensì come progettualità collettiva volta a migliorare l'esistente. O almeno provarci. Vabbè, insomma, ci siamo capiti.
La faccenda è che stiamo vivendo un periodo di merda, non c'è naturalmente alcun bisogno che ve lo dica. Ma anche se le cose vanno male, resto convinto che nessuno si salvi da solo, che l'organizzarsi e l'azione collettiva siano il solo modo di rovesciare lo status quo a nostro vantaggio (nostro di noi che siamo quelli costretti a vendere la propria forza lavoro in cambio di salario e a cui estraggono plusvalore, tanto per intenderci). Detto in altro modo, come dicono in Valsusa, si parte e si torna insieme.
Questo insieme, questa cosa collettiva (che non è un blob informe e manipolato, è una collettività fatta di tante belle singolarità pensanti che si mettono in relazione), dicevo, l'insieme esiste già - anche se ultimamente non se la passa troppo bene. Per me questo insieme si concretizza nell'arruffata umanità degli spazi sociali. Spazi sociali mon amour. Che ci avranno anche tanti limiti, uno su tutti fare fatica a comunicare al di fuori del proprio ambiente di riferimento. Ma che indubbiamente hanno accumulato un ricchissimo patrimonio di relazioni, di saperi, di pratiche, di valori che continuo a considerare importante e necessario.


I socialcosi
Passando di palo in frasca, butto lì anche due cose sulle reti sociali che si sono espanse e hanno occupato un pezzo delle mie (nostre) relazioni interpersonali. Che due palle. Che due palle il flusso costante di informazioni, la presenza costante sul piano virtuale, che poi sta lì bello bello e parallelo alla realtà. Che due palle il demone della reperibilità. Che due palle il tempo e le energie spese dietro al socialcoso delle facce, a quello dei cinguettii, a quello delle foto e a tutti gli altri, ai messaggini istantanei e alle 'vecchie' e-mail trapiantate sul furbòfono. Che. Due. Palle. Che ce ne facciamo della visibilità costante se poi diobono si fa fatica a muovere e far muovere il culo per uscire di casa e - per esempio - partecipare ad un'iniziativa e incontrare persone? E poi che due palle veder svuotata di significato una delle parole più belle del mondo, condividere. Si condividono il tempo, gli sbattimenti, le esperienze, le delusioni, le idee, i sogni, un pasto, un tozzo di pane e la borraccia con l'acqua, il tetto e persino i fluidi corporei; cazzo c'entrano tutte queste belle cose con la condivisione compulsiva da rete sociale, tutto sommato vacua, decaffeinata, insipida?
Vabbuò, la pianto qui ché le cose importanti e i problemi della vita sono ben altri.


Conclusione?
Penso che mi dovrei prendere una pausa di riflessione da questa attività di blogger a tempo perso. Che quindi è anche una specie di pausa di riflessione da me stesso. Sintomo che sei sulla buona strada per la dissociazione, bravo pirla.
Battute grottesche e iperboli a parte, c'è ben altro sotto. Tornare alle cose concrete e pregnanti, lasciar perdere gli sfoghi e le seghe mentali sull'etere. Vivere, cercando di farlo bene e di essere una persona migliore di quella che si era il giorno prima. Condividere con le persone che per me contano. Fare con le mani, con la testa e col cuore. Prendere delle decisioni, imparare, domandare, capire, aiutare. E tante altre cose che sicuramente sto tralasciando.


Vi abbraccio tutt*,
g.