giovedì 4 settembre 2014

Appunti sparsi sull'andare a piedi



Un personaggio di un bel libro di Enrico Brizzi afferma che (cito a memoria): "camminando, i pensieri spigolosi si smussano con l'attrito della strada".

Per una ragione del genere, quest'estate, ho sentito il bisogno di fare un viaggio a piedi ed in solitudine: speravo che il silenzio propiziasse la riflessione, e la solitudine mi permettesse di far rotolare le idee sui sentieri fino a levigarle con cura. Sono fatto così: penso (molto, forse troppo) prima di agire. E ogni viaggio è un processo fatto di un'idea più o meno improvvisa che viene ruminata per intere settimane, e poi vagliata in ogni sua implicazione pratica, e poi avvicinata alla sfera della realtà con la lettura di racconti di chi ha già intrapreso quel percorso, o ne ha fatto di simili. Ad un certo punto, però, nasce da sottopelle quell'urgenza di partire e di mettere finalmente il culo in strada - passatemi il francesismo. Ho fissato il giorno della partenza, e da lì è stato tutto un susseguirsi frenetico di preparativi: lista del materiale da portare, recuperare quel che manca, radunarlo sul ripiano della scrivania e sul letto, togliere qualcosa, aggiungere qualcos'altro, assemblare uno zaino di prova, pesarlo, svuotarlo, eliminare ancora qualcosa, riassemblarlo, ripesarlo, eccetera eccetera. Non sono mancanti gli allenamenti sul versante fisico, né il test sul campo dei materiali. Ma fino a quando non mi sono trovato fuori dalla stazione di Certosa di Pavia, all'inizio del viaggio, tutto aveva ancora la consistenza fumosa di un sogno.

Sbattere il muso contro la realtà, ovviamente, finisce spesso per sovvertire le aspettative e riportare bruscamente a terra i voli pindarici di un'immaginazione a volte troppo romantica. Ad agosto in pianura fa caldo. Camminando si suda. I tafani pungono. I moscerini rompono le scatole quando ti sciamano intorno. I cani abbaiano come dei pazzi e se va male magari ti mordono le chiappe per difendere la sacrosanta proprietà privata dei loro padroni. I maledetti spallacci
dello zaino ti segano le spalle, segnandoti a mo' di stimmate. Il sole ti scotta se ti ricordi troppo tardi di metterti la crema solare. Già alla fine della prima giornata di cammino, infatti, sfoggiavo una ridicola abbronzatura a settori: color terracotta il viso, il collo, gli avambracci e i polpacci; bianco padano il resto del corpo coperto dai vestiti sintetici e traspiranti da escursionista. Ma dove la gravità mi spinge con più forza verso terra, dove le mie rosee aspettative si infrangono lasciando sul terreno i cocci più minuti e difficili da incollare, è proprio sulle aspettative di Grandi Riflessioni Definitive. La fatica è una stronza
e mi occupa la testa se cammino sotto il sole a picco e/o in salita; se ho fame o sete e ho finito le provviste, la loro mancanza, paradossalmente, diventa un presenza insistente; se piove a dirotto e il sentiero si trasforma alternativamente in un ruscelletto e in una grossa pozzanghera fangosa, sono troppo impegnato a decidere dove appoggiare i piedi per aggredire i pendii dei Grandi Interrogativi
Irrisolti che mi porto dietro, lì dentro, nello zaino della testa.

Ma non voglio dire che fare un viaggio a piedi sia solo fatica e scomodità, anzi. Alzarsi prestissimo per smontare la tenda regala lo spettacolo primordiale dell'alba tra le montagne. I boschi di faggi dell'Appenino sono il luogo più piacevole della Terra: ombra, acqua, silenzio; ripagano abbondantemente ogni singolo sforzo messo in atto per raggiungerli. Ci si rimette in asse, camminando: ci si ricorda che le cose essenziali per la nostra vita non sono poi così tante, soprattutto se devi portartele a spasso sulle spalle; che in ogni dove si è ospiti, quindi conviene non comportarsi da padroni e ridurre al minimo i segni del proprio passaggio; che sulla strada si è in balia di cose che sfuggono al nostro controllo: piogge improvvise, sentieri che spariscono tra i rovi, bivi imprevisti che confondono, personaggi che si incontrano, chiacchiere che si scambiano, porte che si aprono e altre che ci vengono chiuse in faccia.


Bibliografia
Enrico Brizzi, Nessuno lo saprà. Viaggio a piedi dall'Argentario al Conero, Milano, Mondadori, 2005.

Nessun commento:

Posta un commento