domenica 27 luglio 2014

Ciò che non deve accadere accade

Radio Baltica
CSI - A tratti


"Alba la presero in duemila il dieci ottobre e la persero in duecento il due novembre dell'anno millenovecentoquarantaquattro".

L'incipit di un celebre racconto lungo di Fenoglio, e anche di una canzone.
Quella canzone e, per estensione, quel gruppo mi è capitato di ascoltarli dal vivo una manciata di sere fa. Mi piace l'estate di Milano: è la stagione in cui Gotham City rispolvera il suo lato più umano, in cui si passa più tempo all'aperto e la gente si mette a socializzare un po' di più. Poco importa che questa estate sia più simile all'autunno

Il concerto, dicevo. Degli ex CSI.

Per chi si fosse perso le puntante precedenti, i CSI sono il gruppo che, in qualche modo, raccolse l'eredità (e alcuni dei membri più famosi) dei CCCP. Mentre questi ultimi seppero adattare lo spirito punk al loro contesto di appartenenza (l'Emilia 'rossa' della retorica del socialismo reale e dell'establishment fondato su cooperative ed amministrazioni del fu Partito Comunista), i CSI rappresentano secondo me una tappa più matura, più consapevole, più meditata. Se mentalmente associo i CCCP alla mia adolescenza pseudo-punk, i CSI mi ricordano gli autunni padani e nebbiosi dei miei primi anni di università a Pavia.

Dopo una serie di album a mio avviso splendidi, i CSI si sciolsero ed i superstiti diedero vita ad un altri gruppo, i PGR, che ebbe vita breve. Dopodiché, il carismatico cantante Giovanni Lindo Ferretti si addentrò clamorosamente verso le paludi dell'integralismo cattolico, e i vari membri dei CSI-PGR intrapresero carriere soliste. Insomma, come dice la saggezza popolare: "ognun per sé e dio per tutti".

Però da un annetto a questa parte, dopo una quindicina d'anni i CSI sono tornati a suonare. O meglio, gli ex CSI, come si fanno chiamare. Della formazione originale rimangono il bassista Gianni Maroccolo, il tastierista Francesco Magnelli, i chitarristi Giorgio Canali e Massimo Zamboni. Alla voce è approdata la bravissima Angela Baraldi, che non fa sentire affatto la mancanza del papista Ferretti.

Per concludere, come spesso faccio ultimamente, riporto alcune annotazioni a caldo sul concerto.


Pensa ad una sera al Carroponte. 
Pensa ad un cielo che, nonostante abbia buttato giù pioggia per buona parte del giorno, finalmente dà un po' di tregua. 
Pensa che sul palco stanno per salire i superstiti di una delle band che hanno accompagnato gli anni delle superiori e, perché no, hanno formato un pezzo del mio modo di vedere le cose. 
La cantante è nuova, ma è  bravissima e non fa rimpiangere per nulla i tempi che furono, anzi. Il vecchio cantante parve impazzire di colpo, qualche anno fa, rinnegando tutto quel che aveva professato fino a quel momento. 
Ma poco importa: le canzoni restano lì a segnare la strada come pietre miliari, poco importa se chi le ha scritte ha deciso di voltare pagina. 
È stata una serata che non dimenticherò facilmente. 
"Occorre essere attenti, per essere padroni di se stessi". 




martedì 8 luglio 2014

Requiem per Malviviendo

Sono anni che vado dicendo che la tivù è l'oppio dei popoli, che seguire le serie televisive m'annoia, che preferisco leggere un buon libro, eccetera eccetera.

In realtà, non è vero che sono del tutto allergico alle serie: ce n'è una che seguo con costanza. O meglio, che seguivo fino a ieri (sette luglio duemilaquattordici), dato che proprio ieri, alle 12.00 ora di Siviglia, è stato caricata sul Tubo l'ultima puntata della terza ed ultima stagione.

S'intitola Malviviendo, ed è una serie a basso costo trasmessa solo sul web. Nel 2009, un gruppetto di giovani andalusi si ritrovarono disoccupati dopo aver terminato i loro studi di cinema. Decisero allora di tentare la sorte con una serie ambientata in un fittizio quartiere disagiato della periferia di Siviglia - Los Banderilleros - raccontando le disavventure di uno strampalato gruppi di amici. Il Zurdo, impacciato spacciatore del quartiere; il Postilla, cleptomane e narcolettico; il Kaki, fanatico ex miliare in sedia a rotelle; il Rata, che vive di espedienti surreali ed ha un passato da attore di telenovelas messicane; infine il Negro, il protagonista, che dalle Canarie si spostò a Siviglia per studiare e finì per intraprendere una promettente carriera di parcheggiatore abusivo.

Secondo la leggenda, la puntata pilota fu girata con un budget di soli quaranta euro. La trama, lungo le tre stagioni, si è andata via via complicando, aggiungendo personaggi e situazioni una più assurda dell'altra. Ma la filosofia di fondo resta sempre la stessa: rappresentare la vita, a tratti grama e a tratti divertente, di un barrio conflictivo, con i suoi piccoli traffici, le canne sempre accese, i tossici storici che non muoiono mai, il bordello clandestino di Papito il cubano, Robledo lo sbirro fancazzista e fanfarone, ecc.

Senza dubbio, la serie ha parecchi limiti. Molte situazioni e tipi umani sono stereotipati, dai tamarri impasticcati con le auto truccate ai gitanos che rubacchiano, cantano flamenco e sono pieni di monili d'oro; non c'è traccia di rivendicazioni politiche o anche di una semplice denuncia sociale; nelle battute e nella rappresentazione dei personaggi femminili (sempre secondari) pesa come un macigno un greve sessismo.

Tuttavia, devo ammettere che Malviviendo è una serie che ho seguito con un certo affetto e una grande curiosità, perché mi sono riconosciuto nelle peripezie dei raga della periferia violenta di Siviglia. E anche perché, nel mondo reale, i quattro amici che hanno dato vita alla serie si sono inventati da zero un lavoro, nel funesto panorama della disoccupazione, giovanile e non, che affligge la Spagna.

Da oggi, dunque, il marcato accento andaluso del Negro, Zurdo, Kaki, Postilla, Rata e di tutti gli altri ordinari eroi dell'orgullo banderillero un po' mi mancherà, lo ammetto.

***
Sitografia




sabato 5 luglio 2014

Me cago en el Mundial

Radio Baltica
Lendakaris muertos - Gora España
 
Venerdì sera di inizio luglio, zona navigli, cielo nuvoloso ma tempo stabile. Passeggio pensando ai fatti miei e con la mente rivolta alla mia destinazione. All'improvviso, un rumoroso assembramento di persone sedute fuori da un locale attira la mia attenzione. Noto che il colore predominante della piccola folla è il giallo. Capto qualche parola dall'inconfondibile cadenza esotica. Alzo lo sguardo e sopra la porta e le vetrine del bar campeggiano grandi bandiere del Brasile. Ordem e progresso, recita la fascia bianca che taglia trasversalmente la stilizzata volta celeste al centro del vessillo. Sarà. 
È che ci sono ancora 'sti cavolo di Mondiali - mi viene in mente - Che due palle, giusto per restare in tema. Meno male che a 'sto giro l'iTaglia è stata sbattuta fuori presto e quindi mi sto risparmiando la paccottiglia pseudo-patriottica che nella nostra repubblica bananera suole accompagnare questo genere di mega eventi sportivi.
È questione di pochi secondi, e ripenso a quando, durante il precedente Mondiale, mi trovavo a Compostela e mi toccò assistere, mio malgrado, alla vittoria della selección spagnola. Flashback.

***

Certi giorni mi stupisco degli scherzi della mia memoria selettiva.

Giocare a pallone non mi è mai piaciuto, e ancora meno guardare le partite in tivù. La prima (e quasi unica) volta fu nell’anno del signore 1991 e nel Milan giocava (mi sembra) la triade olandese di Gullit, Rijkaard e Van Basten. Allora ero piuttosto piccolo, ma mi ricordo come fosse ieri la sofferenza nel resistere per tutti i novanta minuti della partita Milan vs Real Madrid.

Partendo da questo, con il tempo si è aggiunta l’insofferenza verso la tendenza, tipica dei tifosi, a lasciarsi ottenebrare il cervello dal calcio e da tutto il circo che ci sta attorno. Del resto è così da millenni: panem et circenses. Però, citando il gruppo iberico Def Con Dos: “poco pane e pessimo circo”.

Durante i mondiali – inevitabilmente – l’insofferenza raggiunge il grado massimo. Parlando dell’iTaglia, trovo demenziale che gente che ingoia quotidianamente un sacco di schifezze abbia voglia di scendere in strada solo quando la nazionale vince una partita. E mi dà fastidio vedere esibizioni di pseudo-patriottismo calcistico farcito di bandiere trikolori come se piovesse.

Passando a Santiago, si osservano uno pseudo-patriottismo e un'imbecillità di strada del tutto analoghi a quelli del Paese di Pulcinella. Con un tocco surreale: in Galicia c’è la questione aperta e controversa del nazionalismo galego, con tutte le polemiche sull’uso della lingua galega e la rivendicazione di un’identità altra rispetto alla Spagna. Improvvisamente, però, spuntano come funghi bandiere spagnole e magliette rosse della selección, si sente gridare ¡Viva España! ¡Yo soy español, español, español! dai capannelli che guardano i maxischermi in piazza o dentro gli innumerevoli bar di Santiago.
Sarà che ha ragione l'irriverente gruppo punk dei Lehendakaris Muertos quando canta: “io sono più basco dell’Albero di Guernica, ma quando gioca la nazionale grido Gora (viva) España”.

PS: Ieri sera, mentre tutto il paese era come congelato per la finale e successivamente in delirio espagnolista per la vittoria dei mondiali, mi sono chiuso in casa per protesta a guardare "Il gabinetto del Dottor Caligari" e "Alien" :)