sabato 7 giugno 2014

Finisterra

Radio Baltica
CSI - Occidente


Arrivai a Capo Finisterra sotto il sole arrogante di un pomeriggio di luglio. L'aria era appena offuscata dalla calura, e l'oceano della Costa da Morte - noto per la sua rabbia affamata di barche, affamata di vite - era perfettamente calmo. Il faro se ne stava lì immobile con la solennità d'una piramide maya, indifferente alle manciate di umani, pellegrini e gitanti, ridotti al rango d'insetti molesti.
Ricordo una luce brutale, le rocce che degradavano verso lo strapiombo, il verde scuro delle macchie di toxo. Ma soprattutto ricordo il silenzio denso del luogo - la fine del mondo, la fine del cammino per i pellegrini che dopo Santiago intraprendevano altri tre giorni di viaggio. Al di là delle rocce della fine del mondo c'è solo l'oceano, che in quell'ora in lontananza si confondeva col cielo, quasi a sancire l'inutilità della linea dell'orizzonte, e con essa l'inutilità di ogni frontiera. Eravamo arrivati in tre, ma non parlavamo. Davanti alla forza del luogo, ognuno stava chiuso nei propri pensieri. Non ricordo cosa stessi pensando, ricordo solo di aver provato, in un arco di tempo relativamente breve, un irriferibile ventaglio di sensazioni e di umori contrastanti.


Riporto di seguito il resoconto che scrissi per la trasmissione di viaggi di un'emittente radiofonica milanese, anno domini duemiladieci.

La fine del mondo sta in Galicia. O, almeno, quella che tradizionalmente si considera la parte più occidentale della penisola iberica. I Romani, nonostante la loro furia conquistatrice, quando arrivarono a quel capo roccioso si resero conto che oltre non potevano andare. Intorno, solo l’oceano rabbioso e una costa inospitale e aspra. Chiamarono il luogo Finis Terrae, l’odierno Cabo Finisterra o Fisterra, nel mezzo della Costa da Morte.
Con un nome così, Fisterra non poteva non diventare una meta irrinunciabile per chi viaggia in Galicia. E alla fine del mondo arriva anche l’ultimo tratto del Cammino di Santiago, non si capisce bene per quale motivo, visto che la cattedrale e il santo e tutte quelle faccende lì si sono esaurite nella città santa, tre giornate di cammino prima. In ogni caso, la tradizione vuole che ciascun pellegrino, una volta giunto alla fine del mondo, bruci qualcosa che ha usato durante il cammino, sia indumento, calzatura o oggetto. Per questo, la fine del mondo puzza di bruciato. Tra le rocce del capo, rivolti al vasto mar oceano, si incontrano i resti anneriti dei falò dei pellegrini, dove si possono osservare i curiosi arabeschi disegnati dalla gomma fusa delle suole delle scarpe, o indovinare il colore dei costosi indumenti tecnici arsi dal fuoco del rinnovamento spirituale. Confesso che a me, sta cosa, m’ha un po’ fatto girar le balle, soprattutto al vedere un cellulare bruciato (fidanzato/a troppo apprensivo/a?) là in mezzo agli arbusti… Fortunatamente, ci sono anche pellegrini a impatto ambientale ridotto, che si limitano ad abbandonare a mo’ di monnezza un qualcosa che li ha accompagnati nel loro cammino. E giuro sulla barba di Marx che ho visto un mucchio di calzini e magliette sudate.
A completare il quadro, il leggendario faro di Fisterra ospita una mostra di artigianato locale, inevitabilmente preda dei voraci lampi dei flash dei turisti. E fuori, bancarelle tanga-guiris (cioè spenna-turisti) che vendono a prezzi esorbitanti artefatti più o meno kitsch e totalmente estranei al contesto… decisamente la fine del mondo!



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