mercoledì 21 maggio 2014

Goin' underground

Ovvero pensieri da metropolitana.


Giorni fa, è successo che la bici s'è guastata in maniera abbastanza seria, e l'ho dovuta lasciare dal meccanico. Fatto sta che per un po' mi son rimesso a girare per Gotham City in metropolitana, prassi che avevo deciso di abbandonare in una fredda giornata di gennaio dell'anno domini duemilaotto. Con sommo sbigottimento ed una buona dose d'inquietudine, mi son reso conto di come la stragrande maggioranza dei passeggeri passi il tragitto immersa in uno straniante solipsismo da smartphone. Anni fa, m'indignavo per l'enorme diffusione dei pessimi giornaletti gratuiti distribuiti fuori dalle fermate. Oggi non si vede quasi più carta, solo elettroni che si muovono e che illuminano schermi da taschino. Evabbé, è il progresso, baby - sbotterà qualcuno - fattene una ragione e non rompere i maroni. Ma che volete, sono un romantico, e mi piace ancora girare con un libro di carta nello zaino, per ingannare il tempo di viaggio sottoterra.

Tutto questo preambolo, era per dire che quando in metropolitana si vede qualcuno che scrive su un taccuino logorato dall'uso e dalla parole, beh, in quel momento riemerge da qualche angolo remoto una certa, seppur flebile e residua, fiducia nelle potenzialità del genere umano. E la mia immaginazione, abbandonato ogni pudore, si lancia in fantasiose supposizioni sul contenuto di quello scrivere fitto. Come in questo caso:


Mi piaceva immaginarci in simultanea, pensare che nello stesso momento ognuno di noi dispiegava le azioni necessarie ad incontrarci. Ricomporre una borsa ed il suo contenuto, recuperare una giacca, uscire da un edificio diretti alla più vicina stazione del metro o fermata del tram. Ingannare l'attesa ascoltando musica, leggendo, oppure osservando senza alcuna discrezione la variegata umanità che a quest'ora popola i mezzi pubblici; immaginare storie, fare congetture a partire da uno sguardo, un'espressione, un particolare di accessori o abbigliamento. Una volta in superficie, osservare il placido declinare del giorno nella vita primaverile della metropoli: i parchi verdi di fronde e la gente che si riprende le strade, le panchine e forse - ci spero sempre - anche pezzi delle proprie vite.
Mi piace immaginarci in simultanea ma adoro anche divagare, lo vedi, e sai come son fatto, che vado sempre a parare in quei discorsi lì.
Cerco di indovinare - chissà su quali basi, poi - i tuoi vestiti di oggi; chissà se sei stanca - suppongo di sì, hai una vita piuttosto affaccendata; chissà quali storie mi racconterai - riesci sempre a stupirmi coi tuoi 'racconti dal sottosuolo', con gli spaccati delle tribù urbane cui appartieni. Chissà come sarà oggi la chimica dell'incontro.
Ma in fin dei conti, tutte queste domande sono solo un passatempo, quasi un esercizio di stile che lascia il tempo che trova. La realtà, a dirla tutta, è che ti aspetto, sono impaziente di vederti e di parlarti. E questo basta. Son già quasi alla nostra fermata, la stazione Garibaldi.

lunedì 12 maggio 2014

Felicità a momenti e futuro incerto

Radio Baltica
Tonino Carotone - Me cago en el amor


A livello filosofico penso di essere diventato, direi per osmosi, un carotoniano. Carotoniano come Tonino Carotone, che non penso abbia bisogno di essere presentato, e in caso lo fosse c'è sempre la pagina di Wikipedia.

Correva l'anno duemila e mi trovavo esattamente a metà della mia attuale parabola vitale (e qui tocco ferro, ché spero di continuarla, la suddetta parabola). Detto in modo normale, nel duemila avevo la metà degli anni che ho oggi. E mizzega se ero giovane. Fatto sta che radio e tivù passavano in rotazione pesante un singolo di questo buffo soggetto che cantava in itañolo. Secondo me chi era adolescente all'epoca se lo ricorda benissimo. La canzone iniziava con alcuni versi recitati, che riascoltati a posteriori sono un condensato di quel senso di precarietà esistenziale che ormai ci assale da ogni lato: "È un mondo difficile | è vita intensa | felicità a momenti | e futuro incerto".

Oggi, mezza vita dopo, mi accorgo che leggo le cose che mi capitano con quel filtro: nel tumulto degli eventi, la felicità non è che un episodio, una parentesi tra un periodo di incertezza e un altro. Non ha senso stare a elucubrare tanto, ché è meglio prendere così come vengono quei rari momenti di serenità/soddisfazione/appagamento/gioia, ché son destinati ad appassire come certi fiori la cui vita si misura in giorni, se non in ore.

Lo so che ad essere pignoli il signor Carotone non s'è inventato nulla, che basta aver fatto svogliatamente una scuola superiore per sapere che il carpe diem, che quant'è bella giovinezza che si fugge tuttavia, che poi anche Guido Gozzano, eccetera eccetera. Ma le canzoni della nostra adolescenza ci rimangono appiccicate addosso come il profumo di quella/quel fanciulla/o dopo aver limonato duro.

E qui ricopio due righe annotate qualche giorno fa, quando la "felicità a momenti" batteva, nello spazio di una serata, il futuro incerto. E il resto non conta.

Capita a volte che la felicità prenda la forma di una serata di maggio, tiepida, con musica swing in sottofondo e un bicchiere di birra media finito da un pezzo. Il tempo si ferma, e per lo spazio di qualche ora non ci sono che chiacchiere-fiume, sorrisi, occhiate, che ci catapultano in una dimensione parallela. Là fuori tutto scorre nella solita maniera arruffata e indifferente di Milano. Ma non c'importa: noi, in questa sospensione, noi si sta bene.