martedì 31 dicembre 2013

Adiante! (con sentidiño)

Radio Baltica
CSI - Buon anno ragazzi


D'accordo, so che forse è una pratica trita e ritrita, ma m'è venuta voglia di scrivere due parole di augurio per il nuovo anno che è ormai alle porte.
L'anno del signore duemilatredici è stato un anno faticoso - parlo a titolo personale. Si sono alternati momenti difficili e momenti felici, ci sono stati cambi radicali, cambi di scenario, colpi di scena. Ma anche ritorni a situazioni familiari, fortunatamente osservate con gli occhi nuovi che le esperienze mi hanno regalato. E c'è stato il supporto di amic* vecchi e nuovi che non si tirano mai indietro al momento di echar un cable (lanciare una corda), come si dice in castigliano.
Vabbè, insomma, non vorrei farla troppo lunga e cominciare a dire cose da prete...
L'anno che viene si preannuncia, ancora una volta, irto di punti di domanda, di quella precarietà lavorativa ed esistenziale che in questi anni noi tutti abbiamo imparato a conoscere bene. "Nessuna garanzia per nessuno" - recita la canzone di oggi di Radio Baltica. Tanto per cambiare, non ho le idee chiare su cosa sarà di me nei prossimi mesi.
Ma voglio dare un messaggio positivo, una volta tanto. Andiamo avanti, porca miseria. Sarà un casino, ma qualcosa di buono salterà fuori.
Per questo, ho deciso di rispolverare l'ultimo pezzo del racconto del mio anno d'Erasmus: in quel momento c'era la gratitudine per un'esperienza molto bella che volgeva al termine; c'era anche una punta di tristezza, è vero. Ma c'era un sacco di voglia di andare avanti. Ne abbiamo tutt* un gran bisogno. Buon anno, ragazze e ragazzi.

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Eccoci arrivati alla fine. Come al solito, più che fare un intervento volevo condividere un pensiero. O meglio, più pensieri. Rigorosamente in ordine sparso.

Per prima cosa, tutto ciò che è stato scritto nei ventiquattro post precedenti è frutto – in qualche maniera – di un’elaborazione collettiva. Nel senso che la scelta degli argomenti, i particolari punti di vista, l’immancabile humor gallego sono sì il risultato della mia osservazione partecipante, ma, soprattutto, delle lunghe discussioni fatte con le persone amiche conosciute nel corso del soggiorno compostelano. Da solo non sarei riuscito a cogliere nemmeno la metà di quanto ho qui raccontato. Non si tratta di falsa modestia, è che mi considero semplicemente un ricompilatore di cronache, alla stregua di quelli medievali. Di mio non ci ho messo che un tentativo di sintesi (con risultati alterni, peraltro). Del resto, come si diceva un trentennio fa: la felicità è sovversiva solo quando si collettivizza.

In seconda battuta, la mia ambizione – all’inizio della trasmissione – era quella di incuriosirvi, parlando di una terra e di una gente che nella pianura padana si conosce poco e male. Nel corso dei mesi, però, e complice il ritorno a Milano/Pavia, mi sono reso conto che la narrazione è servita soprattutto a me. Per curare la morriña che ogni tanto mi morde le chiappe come un cane da guardia. Per ricordare i dieci mesi passati in Galicia. Per sedimentare l’esperienza. Per elaborarla. Sì, insomma, la faccio breve: volevo cambiare il mondo, e alla fine mi sono trovato cambiato io ;)

Per queste, e per molte altre ragioni, ringrazio tutt*, ma proprio tutt*: le belle persone di  Santiago, i conduttori della trasmissione, gli ascoltator*/lettor*, gli altr* bloggers, le persone di qui che si sono sciroppate i racconti di viaggio (poi serviti per costruire i post).

Ora si procede. Si va avanti, archiviata nella memoria l’esperienza dell’Erasmus. Da qui il titolo: adiante. Avanti, appunto. Con sentidiño, invece, vuole essere l’ultimo omaggio alla retranca (il sarcasmo) galega: è la tipica raccomandazione da mamma al varcare la soglia di casa, prima di una noite de marcha. Andiamo avanti, quindi, ma… mi raccomando, eh. Decidete poi da soli cosa vuol dire ;)

sabato 28 dicembre 2013

Mamma li turchi!

Sarà che durante le festività natalizie le persone che vivono fuori tornano a casa. Sarà che la fine dell'anno solare, come ho già detto, fa ripensare alle esperienze passate. Sarà che in Turchia è cominciata una nuova ondata di proteste della società progressista contro la corruzione del governo islamista. Saranno mille altre cose. Fatto sta che ho ripensato ai ragazzi turchi con cui ho condiviso l'appartamento durante il mio soggiorno ad Amsterdam - breve ma intenso - tra maggio e agosto 2009.
Anche questo post venne originariamente scritto per una trasmissione estiva di un'emittente radiofonica milanese, trasmissione basata sui racconti di viaggio degli ascoltatori. Ma basta premesse, andiamo al sodo!

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Husseiyn

Il computer da parete in cucina


Inizio subito col dire che, dal mio ultimo accenno all’argomento, il numero dei turchi in Casa Disagio è raddoppiato, passando da uno a due. Abbiamo infatti un ospite a tempo indeterminato, cioè il buon Husseiyn, amico di Çagdaş nonché uno dei ragazzi che mi avevano ospitato nei primi giorni ad Amsterdam. Aveva deciso di andarsene, ma tutta una serie di circostanze l’hanno riportato da queste parti, e non avendo più un tetto è venuto a stare da noi. Cosa che ho accolto più che positivamente, dato che il coinquilino originario sta attraversando un periodo di cavernicolismo spinto e qualcuno con cui interagire fa sempre piacere :)

Parliamo di Çagdaş. Trattasi di un soggetto antropologicamente interessante: ingegnere freelance, alfiere del software libero e di relazioni sociali non gerarchiche, praticante di una specie di anarco-individualismo, è allo stesso tempo seguace di una personale filosofia che potremmo definire tecno-darwinista. Mi spiego. Prima di tutto è rilevante segnalare che ci chiama, noialtri che ci occupiamo discipline sociali, social science mumbojumbo. Inoltre, una delle sue espressioni ricorrenti è: “the evolution bottleneck is coming”. Sintetizzando, il nostro ingegnere vuole dire che – dato che il nostro mondo si basa sulla tecnologia – solo chi la comprende e sa utilizzarla sarà in grado di sopravvivere ad un’imminente nuova forma di selezione non più naturale, bensì tecnologica, appunto. E tra quelli votati all’estinzione, guardacaso, ci sono proprio gli esponenti del social science mumbojumbo.
Çagdaş si considera anche una specie di sciamano: la tecnologia è un sapere esoterico che può essere padroneggiato solo dopo lunga ed intensa preparazione. E in effetti, sembra proprio uno stregone quando si mette alla sua “postazione di comando” (la sua disordinata scrivania) e monta i pezzi di una misteriosa macchina che sta costruendo. Come note di colore devo aggiungere che: (1) di fianco al cesso tiene un poderoso catalogo di una ditta di componenti elettronici; (2) ha fissato alla parete della cucina un computer portatile, che si rivela utile per cercare ricette su internet, ascoltare musica (è collegato a un impianto hi-fi) e i podcast della radio; (3) ha riempito il soggiorno di pezzi di aggeggi elettronici, cosicché si fa fatica a raggiungere il divano.

Sul buon Husseyin ho per il momento poche cose da dire: a parte rappresentare lo stereotipo del turco dalla carnagione olivastra e i baffoni :), è una persona solare e socievole, con cui mi dedico a lunghe session di cucina mediterranea. Il che è un gran cosa, dato che – se fosse per Çagdaş – in Casa Disagio si mangerebbe solo pizza surgelata (ed è felice come una pasqua quando gli si prepara qualcosa di appena più elaborato, tipo un piatto di pasta). Husseyin sa anche qualche parola di italiano, e mi fa ridere un sacco quando mi si rivolge dicendomi: “miiinghia… che cazo vuoi?”.

Del resto – per citare il film Mediterraneo: “italiani, turchi… una faza una raza!”


mercoledì 18 dicembre 2013

I mille bar di Compostela

Si avvicina la fine dell'anno solare e, si sa, è tempo di bilanci. Siccome fare bilanci mi mette spesso d'umore malinconico, ho pensato che fosse ora di riprendere un po' di archeologia. Buona lettura.

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Radio Baltica
Siniestro total - Vamos muy bien


Un elemento imprescindibile della vita sociale iberica – in qualsiasi parte dello stato spagnolo ci si trovi – sono i bar. Nei bar la gente s’incontra, amoreggia, si rilassa, s’incazza, balla, ride, scherza, rimorchia, mangia, beve, ma – soprattutto – chiacchiera chiacchiera chiacchiera. Prova dell’importanza dei bar è il fatto che, in qualunque telefilm di produzione spagnola, i protagonisti hanno un bar in cui si ritrovano, scenario di una parte non secondaria delle loro vicende personali e collettive.

Se a questo si aggiunge il fatto che Santiago de Compostela – tra le altre cose – è una città universitaria, si può facilmente capire perché questa città possegga un così alto numero di bar, pub, antri fumosi, discobar e similari.

Cercare di contarli tutti è un’impresa ardua, e tentare di visitarne la totalità è praticamente impossibile. Anche uscendo tutte le sere e andando in un bar per sera, ci vorrebbero anni per esaurire questo compito, senza contare il fatto che il loro ciclo vitale può essere rapido – con bar che nascono e muoiono nell’arco di alcuni mesi – e che i cambi di gestione generalmente apportano modifiche radicali a un locale, trasformandolo di fatto in un altro bar con un’identità distinta.

Ovviamente i bar non sono tutti uguali. Alcuni hanno la cucina, e fino a mezzanotte ti servono tapas per moderare l’effetto dell’alcool sullo stomaco vuoto. In altri si beve e basta, ma sono accoglienti e rilassati, e allora ci si va volentieri, magari dopo aver fatto tappa in almeno un paio di bar del primo tipo.
Tra i bar del secondo tipo, poi, alcuni hanno un’atmosfera tutta particolare. Per esempio – ed è solo uno degli innumerevoli esempi di cui potrei parlare – c’è un bar che si chiama Berberecho. Il berberecho è un mollusco che non saprei identificare, tipo una specie di grossa vongola, e francamente non so cosa c’entri con il bar. Si tratta del tipico antro in penombra, con una posizione commercialmente sfavorevole perché situato in un'oscura galleria nelle tristi vie della città nuova. Ciò che lo rende celebre – al punto da ambientarci un paio di cortometraggi – sono i bassi prezzi delle bevande, che attirano indistintamente orde di adolescenti in cerca di ubriachezza molesta e personaggi più o meno singolari. Oppure guiris (termine con tinta dispregiativa per indicare i forestieri un po' tonti) incoscienti, come è capitato a me e ad un altro paio di amici Erasmus durante il nostro primo mese a Compostela. Tra un sorso di pessimo calimocho e l’altro, però, scoprimmo l’attaccamento tutto iberico alle pipas, i semi di girasole. Il biondo Johannes ricordo che disse: “Ehi, queste cose in Germania non si trovano. Chiaro, molto lavoro per un piccolo risultato: non è efficiente”.

domenica 15 dicembre 2013

Saper perdere

Qualche settimana fa ero a Pavia, nella mia osteria letteraria preferita. Tarda mattinata, pochi avventori, eravamo seduti con alcune amiche al tavolino mentre fuori nevicava.

Arriva l'amico P., papà di due bimbe di (credo) tre e cinque anni. Svestita la prole, P. occupa il tavolino accanto al nostro e si mette a giocare con loro al gioco dell'oca. Dopo un po', la bimba più piccola inizia a frignare perché la sorella ha vinto la partita. A quel punto P. sfodera un sorriso sornione e ci regala una delle sue perle di paziente educatore libertario.

"Lo vedi quello lì?" e mi indica. "Ecco, lui è il mio amico Giò. Hai presente quel gioco che la mamma e il papà fanno ogni tanto, quello in cui metti la scheda colorata nello scatolone? Ecco: Giò, ogni volta che gioca a quel gioco, perde sempre. Non ne ha mai vinta una, di partita, MAI". A quel punto scoppiamo tutti a ridere. "Vedi come non se la prende anche se non vince mai? Sta ridendo! Perciò bisogna fare così, se si perde: non arrabbiarsi, ché non serve a niente".

Siamo poi tornati a quel che stavamo facendo, chi ai suoi giochi, chi alle sue conversazioni. Eppure m'è rimasto un po' d'amaro in bocca (e non mi riferisco al liquore). Ma che volete farci, nella vita c'è mettersi l'animo in pace. E bisogna saper perdere.