giovedì 28 novembre 2013

Una volta qui era tutta campagna

Dopo settimane di pioggia novembrina, son tipo tre giorni che le temperature si sono drasticamente abbassate e non c'è mezza nuvola in cielo.

Sono quelle giornate in cui si riescono a vedere le prealpi lombarde anche da qui, dal fondo della pianura. Frugo nella memoria delle gite col CAI fatte alle elementari e ripesco i nomi della Grigna, della Grignetta, del Resegone (Resegòn in Lombardo). Salta anche fuori qualche canzone di montagna.



Non so perché, ma in questi casi mi scatta l'associazione mentale con la Terra di Mezzo, il Signore degli anelli e le peregrinazioni di Frodo e compagni. In rapida successione, penso che un secolo fa o giù di lì quello delle prealpi non doveva essere uno spettacolo tanto inusuale. "Eh, già, una volta qui era tutta campagna", altro che smog, suv e palazzoni brutti e periferici. Per pochi attimi, ho il sentore di un mondo antico, passato, legato alla terra e ai suoi ritmi, al movimento ciclico delle stagioni. Rivedo i solchi dei campi arati per l'inverno, i mucchi di letame, la famigerata scighera (la nebbia, in milanese) e il ghiaccio del pianeggiante inverno lombardo. Per un attimo. Poi la visione mi scappa come una nutria nel naviglio e mi guardo intorno: son tornati i palazzoni, le file di auto, e la nebbia - questa sì - ma dei tubi di scappamento.


lunedì 4 novembre 2013

Aironi & nutrie

Radio Baltica
Elio e le storie tese - Zelig (la cunesiùn del pulpacc)


Accennavo tempo fa alla pista ciclabile che costeggia il naviglio della Martesana.

Per i non-milanesi: qua una volta, oltre che tutta campagna, era tutto naviglio. Nel senso che i navigli sono una rete di canali navigabili progettati nel sedicesimo secolo per velocizzare il trasporto di merci verso Milano, non da ultimo il marmo del rivestimento del Duomo. Fino agli anni trenta del novecento, dunque, Milano era solcata da numerosi navigli, che nel bel mezzo della città si aprivano per formare bacini in cui ormeggiare le barche (uno esiste ancora oggi, è la Darsena di Porta Ticinese). Però durante il ventennio fasssista si decise che andavano interrati perché insalubri e per non ostacolare il traffico, che allora cominciava ad essere gagliardamente motorizzato con il rombo di italianissime automobili...

Fatto sta che mi trovo a percorrere quotidianamente l'alzaia della Martesana. Nella cesura tra le ultime propaggini di Milano e l'inizio della prima fascia di hinterland, esiste una zona grigia periurbana in cui si potrebbe tranquillamente girare un film con ambientazione postatomica. In poco spazio, infatti, si trovano: il mefitico fiume Lambro, uno dei più inquinati d'iTaglia; l'inceneritore di Sesto San Giovanni; l'antennone di Mediaset a Cologno Monzese, che spara tutt'intorno chissà quanti tsumani elettromagnetici. Qua e là, mucchietti di pattume e detriti.

Eppure, nonostante il grigiume, quando passo di lì dopo il calar delle tenebre faccio un incontro frequente: un airone. Che se ne sta lì, a ravanare tra il fango della riva, e quando mi sente arrivare stende con calma le ali e vola via, con l'eleganza incurante di chi può fare sostanzialmente quel che gli pare.

La natura, dunque, resiste negli interstizi della metropoli diffusa, nonostante la metropoli diffusa.

All'eleganza dell'airone notturno e solitario, fa da contraltare una buffa istantanea che ho registrato qualche giorno fa, sempre pedalando sull'alzaia. Una sciura in età da pensione, che svuota un sacchetto di pane secco nel naviglio. "Starà dando da mangiare alle anatre", penso, "pratica diffusa tra i pensionati della zona". Butto un'occhiata, e per poco non mi cappotto: macché anatre, c'è una mandria di bestie pelose e grosse come un gatto obeso. "Oddio, le pantegane mutanti!". Respiro, mi ricompongo: "Che pirla, sono solo nutrie".