giovedì 3 ottobre 2013

Non-ringraziamenti

Sottotitolo: un'istantanea di una generazione truffata


In coda alla mia sofferta tesi di laurea specialistica, oltre ai classici ringraziamenti, decisi di scrivere dei non-ringraziamenti. Ammetto che fu un atto assolutamente gratuito e velleitario. Ma morivo dalla voglia di togliermi qualche sassolino dalle scarpe e di comunicare tutto il disprezzo che provavo verso l'istituzione accademica e certi personaggi che la popolano. La cosa fece imbestialire la mia relatrice, che smise di parlarmi. Peccato, perché apparteneva alla sparuta schiera dei docenti che avrei salvato. Chi avrei volentieri mandato a vendere ghiaccioli in Siberia, invece, era il correlatore. Il quale, durante la discussione si mise a blaterare di cattivi maestri e di anni '70. E mi accusò di non avere il senso della misura. Su questo, però, non credo avesse tutti i torti.

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Nei cinque anni e mezzo passati all'università di Pavia ci sono state circostanze e persone che mi hanno profondamente disgustato e che meritano, per quel che può valere, la mia piccola damnatio memoriae personale.

Innanzi tutto, ora che sono giunto alla fine, ho la netta sensazione di non aver imparato praticamente nulla durante il corso di laurea specialistica in Economia, politica ed istituzioni internazionali. Davvero. Le uniche cose che salvo sono le esperienze che ho potuto fare all'estero grazie alla facoltà di scienze politiche: un tirocinio all'«Istituto internazionale di storia sociale» di Amsterdam e il progetto Erasmus a Santiago de Compostela. Grazie ai quali ho potuto fare un confronto tra le misere prospettive che offre questa «serva Italia di dolore ostello» e l'estero: meglio emigrare.

In seconda battuta, non-ringrazio i baroni rossi di scienze politiche, che ci hanno sempre dato affettuose pacche sulle spalle. Dicendoci grosso modo che il loro dovere l'hanno già fatto ai tempi di Lotta Continua, e che oggi tocca a noi protestare e cambiare la baracca. Peccato però che nel frattempo – novelli Ponzio Pilato – non abbiano mosso un dito contro la ventennale demolizione dell'università pubblica italiana.

Non-ringrazio i vertici dell'Università di Pavia por come si sono comportati in questi ultimi tre anni di mobilitazioni universitarie. Non li ringrazio per averci sempre messo la digos alle calcagna, per aver tentato di soffocare le nostre voci critiche rispetto alle loro scelte politiche, per averci mandato contro la celere in qualche occasione. Come ho scritto concludendo il mio lavoro, una società (e in questo caso un’organizzazione complessa come un ateneo) incapace di misurarsi con i conflitti che maturano al proprio interno è inevitabilmente incapace di rinnovarsi.

Rettore, pro-rettori e baroni vari hanno sempre preferito a noi studenti gli accordi con la politica del palazzo (dal ministero in giù) e le opinioni dei consigli di amministrazione delle imprese. Invece di ascoltare quanto avevamo da dire, hanno preferito organizzare – ad esempio – scintillanti conferenze pro-nucleare con l'Enel e per tessere le lodi del progetto Expo 2015. Oppure invitare le imprese a mostrarci quanto saranno dorate le gabbie di precarietà in cui intendono chiuderci una volta laureati. Noi studenti siamo la maggioranza nell'università, eppure contiamo come il due di picche, o forse meno.

L'ultima beffa riguarda la commissione che ha steso il nuovo statuto dell‟ateneo pavese, imposto dalla riforma Gelmini: nella «commissione dei quindici» solo due studenti in un mare di docenti ordinari; e per giunta non eletti democraticamente, ma nominati a dito dal magnifico rettore. E poi: nessun referendum per ratificare lo statuto licenziato dalla commissione, ma solo una conferenza benevolmente concessa dall'alto, che nelle sue modalità ricorda gli stati generali del salone della pallacorda. Il terzo stato (studenti, dottorandi, ricercatori non strutturati, personale tecnico-amministrativo) ha come unica concessione quella di dire la propria, ma senza nessuna ricaduta concreta sullo statuto. Uno sfogatoio, insomma. Tanto valeva allestire una piscina con le palline di plastica come all'Ikea, per tenerci occupati mentre la «commissione dei quindici» scrive quello che gli pare. J’accuse!

Come dimenticare, poi, l'accanimento dimostrato dai vertici dell'università contro il progetto dello «Spazio di Mutuo Soccorso ex Mondino», che avrebbe ridato vita ad un suo stabile vuoto da sette anni? A fronte di un progetto autogestito di studentato, mensa, sala studio, spazi culturali e ricreativi, a fronte di un luogo di libera socialità e trasmissione dei saperi, il rettore e i suoi hanno preferito lo sgombero con la forza. Hanno scelto di lasciare la struttura vuota, quando non ci sono né soldi né progetti specifici per il suo recupero. Hanno preferito ignorare il problema sollevato dagli occupanti, poi drammaticamente esemplificato dai due coraggiosi studenti che si sono arrampicati sul tetto per due giorni ed una fredda notte di febbraio. È questa la migliore delle gestioni possibili? Personalmente, ho qualche dubbio: shame on you!

Sono però sicuro che un giorno sapremo riprenderci – come studenti e prima ancora come generazione truffata – la rivincita che ci spetta: le acque si sono ormai mosse...

Sono comunque consapevole del fatto che l'ancien régime dell'università italiana è solo un preludio di quello che mi aspetterà nel mercato del lavoro come neo-laureato: nella migliore delle ipotesi, offerte di stage non retribuiti, mansioni ben al di sotto della mia formazione e capacità, contrattucoli a termine per il mc-job di turno. Nella peggiore, la disoccupazione. Non ci si stupisca, dunque, se i giovani laureati di questo triste paese scelgono di espatriare, in luoghi in cui la loro formazione è valorizzata almeno un po'.

E qui mi fermo, per non scriver un altro centinaio di pagine.


Cologno Monzese/Pavia
inizio luglio 2011


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