mercoledì 2 ottobre 2013

Non, je ne regrette de rien

Radio Baltica
Edith Piaf - Non, je ne regrette rien


Spesso, con il passare del tempo, si guarda con occhio critico alle cose del passato. Si ridimensionano scelte, si rivalutano obiettivi, si criticano punti di vista. Non trovo nulla di male in tutto ciò, anzi. Chi non cambia mai o è morto o è cretino, mi piace ripetere.

Tempo fa, durante gli anni esaltati e frenetici dell'università, mi facevo chiamare con un certo soprannome, che sentivo talmente mio da essermelo cucito addosso tipo le toppe su certi giubbotti punk. Era il mio brand, per così dire. Si componeva di un nome, che altro non era che la versione anglicizzata del mio diminutivo di sempre, e di un cognome. Il cui significato era in qualche modo antitetico al mio vero (e bizzarro) cognome. Pronunciati insieme, producevano un'allitterazione facile facile da ricordare. Però così non rendo l'idea. Ogni volta che mi infilavo in quel soprannome, subivo una metamorfosi. Usciva la mia vena polemica, la parte di me militante dell'area autonoma, grezza e volgare quando serviva. Col senno di poi, avevo una sorta di sindrome da frontman da band adolescente; solo che - invece che gratificarla con la musica - usavo la militanza politica, soprattutto in università. Mi precipitavo dietro a ogni striscione o megafono che mi capitassero a tiro.

Poi, vabbé, a un certo punto ho fatto la mia brava autocritica e ci ho dato un taglio. Quell'eteronimo ingombrante e chiassoso è andato in soffitta, insieme all'esperienza universitaria, per l'avvicendarsi di un'altra fase della vita.

Ma questo non significa che abbia rinnegato quel periodo. Anzi.
Non mi pento di nulla.


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