mercoledì 30 ottobre 2013

Le stagioni in città

Ovvero, note di un Marcovaldo dei poveri.

Ieri ero in piazzale Loreto. Per i non-milanesi, piazzale Loreto è un luogo che secondo me è l'inferno del ciclista urbano. Una piazza gigante, qualche spartitraffico, erba malaticcia di colore grigiastro e traffico, traffico, traffico. Sempre traffico. Potete passare di lì alle quattro del mattino, e ci sarà sempre traffico. E rumore rombante di motori a scoppio. E aria puzzolente.
Ci passo tutte le volte che vado in centro, specie per il lavorodimmerda, che non so se l'ho già detto, ma si trova in piena cittàdeisoldi. Comunque, credetemi: se potessi, eviterei piazzale Loreto come evito le polentate della Lega.

Fatto sta che ieri ero in mezzo al piazzale, fermo al semaforo. Dovete sapere che i brutti palazzoni che circondano quella bolgia infernale hanno sulla sommità dei cartelli pubblicitari enormi. Una delle micro-distrazioni che mi concedo, stando fermo al semaforo, è quella di leggere i loro insulsi messaggi pubblicitari. Ieri, però, è successa una cosa diversa.

Alzo gli occhi, e il cielo color cemento è oscurato da tante piccole sagome nere. È uno stormo gigante di uccelli, che volano in sincrono come un enorme tappeto volante. Dall'altro sorvolano il piazzale, incuranti di noi poveri mortali inscatolati nelle automobili o a cavalcioni delle due ruote. Resto lì come un baccalà, a bocca spalancata. Non me l'aspettavo. Un po' di vita che si fa beffe della necropoli, che resiste con nonchalance e anzi con lo stile un po' distaccato di una compagnia di balletto.

Dura tutto una manciata di secondi, scatta il verde, riparto con il ripartire della colonna di veicoli. Però poi penso: "Eh già, siamo in autunno, gli uccelli migrano verso lidi più miti. Lasciando a noi poveri pisquani le intemperanze dell'inverno".

Lo scorrere delle stagioni si vede anche in città, basta saper osservare e coglierne i sintomi. Marcovaldo è vivo e lotta insieme a noi.


sabato 19 ottobre 2013

Vito e


Oggi tocca un post che più amarcord non si può. Della serie "come eravamo", "formidabili quegli anni", e via luogocomunizzando.

Dunque, anni fa si mise in piedi un gruppo demenziale. Eravamo giovani, eh già. Era la fine del 2004 e si era a stento maggiorenni. La maggior parte della formazione proveniva da un fallimentare esperimento di gruppo noia-folk sulla falsariga dei Modena City Ramblers. Un bel giorno, non mi ricordo più perché, a qualcuno venne in mente di fare un gruppo in cui, finalmente, divertirsi. Lanciammo a briglia sciolta la nostra irruenta creatività.

Fu così che nacque il gruppo di "Vito e". In realtà, il nome era più lungo, ma aveva come parte fissa solo "Vito e". Il resto, cambiava di volta in volta (ad esempio: "Vito e i piani inclinati", "Vito e la svolta di Salerno", "Vito e l'amore è quella cosa che mannaggialamiseria"). Vito era, chiaramente, il leader della band. Ma non era il front man, come di solito accade. Era l'elemento inutile, cioè quello che non faceva niente sul palco. Nelle intenzioni, doveva essere una critica libertaria al leaderismo radicato nella cultura pop. Nei fatti, era una simpatica buffonata. Sul genere musicale, poi, ci avevamo ricamato sopra un bel po': secondo noi facevamo "musica d'avanguardia postmodernista". Cosa significasse ce l'avevamo molto chiaro, tant'è che lo scrivemmo nero su bianco in un testo che accompagnava il nostro primo e unico disco. Oggi mica me lo ricordo, ma mi prometto di cercare dei meandri del disco duro quel manifesto. Certo che ne avevamo, di arroganza giovanile.

Il gruppo sopravvisse fino alla primavera del 2007, dopo un disco autoprodotto e una manciata di concerti. L'ultimo dei quali ebbe luogo il 5 maggio nel circolo Arci di Carugate (Mi), e venne aperto dalla lettura integrale del poema di Manzoni sulla morte di Napoleone ("Ei fu. Siccome immobile"). Giusto per dare un indizio della megalomania che affliggeva le nostre giovani menti.

Sono passati più di sei anni da allora. Ogni volta che penso all'arruffata parabola di "Vito e" non posso non sorridere. Obiettivo raggiunto, quindi. Ci siamo divertiti.

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Vito e il web 2.0
Ascolta il disco:
http://grooveshark.com/album/Vito+E+L+esordio+Finale/9295842

Vito e il libro delle facce:
https://www.facebook.com/pages/Vito-e/156544284362053?fref=ts

sabato 12 ottobre 2013

La vita è un ciclo

La vita è un ciclo nel senso di una bicicletta - per questa volta mi risparmio sbrodolate new age a buon mercato. La vita è un ciclo nel senso che la bicicletta - oltre ad essere il mio mezzo di trasporto preferito nella metropoli diffusa - è un punto fermo di quest'ultimo periodo.

Capita infatti che non mi fermi mai, spostandomi in lungo e in largo in sella alla bici. Vado da casa al lavorodimmerda, da casa al lavorobello e poi ritorno. Vado sulla pista ciclabile lungo il naviglio della Martesana. Mi districo con nonchalance tra il traffico caotico di Corso Buenos Aires. Pedalo impettito tra i suv della cittàdeisoldi, beffandomi tacitamente dei cumenda inscatolati e incolonnati in Corso Venezia. Pedalo con calma in Via Padova, scoprendo ogni giorno un kebabbaro nuovo, un minimarket cingalese, un negozio di elettronica cinese, un bar tamarro di ragazzi ecuadoriani, la discoteca rumena quasi in Piazzale Loreto. Fermo ai semafori rossi guardo di sottecchi le belle cicliste, e poi faccio il vago se se ne accorgono. Se esco la sera nei bar di Lambrate o di Bicocca ci vado in bici, ché poi al ritorno fa freschino e smaltisco per bene le birre. La mia vita a Milano non è fatta di mezzi pubblici e orari: è fatta di bici, di sudate quando calcolo male i tempi e mi tocca correre, di docce gelate se non guardo il meteo e dimentico gli ammennicoli impermeabili.

La vita è un ciclo e le cose girano. Girano le ruote, le pedivelle, e qualche volta girano pure le palle: il pavé del centro è insopportabile, ma mai quanto la maggior parte degli automobilisti nell'ora di punta. E cosa posso dire oltre a questo? Ho voluto la bici e ora pedalo. 


giovedì 3 ottobre 2013

Non-ringraziamenti

Sottotitolo: un'istantanea di una generazione truffata


In coda alla mia sofferta tesi di laurea specialistica, oltre ai classici ringraziamenti, decisi di scrivere dei non-ringraziamenti. Ammetto che fu un atto assolutamente gratuito e velleitario. Ma morivo dalla voglia di togliermi qualche sassolino dalle scarpe e di comunicare tutto il disprezzo che provavo verso l'istituzione accademica e certi personaggi che la popolano. La cosa fece imbestialire la mia relatrice, che smise di parlarmi. Peccato, perché apparteneva alla sparuta schiera dei docenti che avrei salvato. Chi avrei volentieri mandato a vendere ghiaccioli in Siberia, invece, era il correlatore. Il quale, durante la discussione si mise a blaterare di cattivi maestri e di anni '70. E mi accusò di non avere il senso della misura. Su questo, però, non credo avesse tutti i torti.

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Nei cinque anni e mezzo passati all'università di Pavia ci sono state circostanze e persone che mi hanno profondamente disgustato e che meritano, per quel che può valere, la mia piccola damnatio memoriae personale.

Innanzi tutto, ora che sono giunto alla fine, ho la netta sensazione di non aver imparato praticamente nulla durante il corso di laurea specialistica in Economia, politica ed istituzioni internazionali. Davvero. Le uniche cose che salvo sono le esperienze che ho potuto fare all'estero grazie alla facoltà di scienze politiche: un tirocinio all'«Istituto internazionale di storia sociale» di Amsterdam e il progetto Erasmus a Santiago de Compostela. Grazie ai quali ho potuto fare un confronto tra le misere prospettive che offre questa «serva Italia di dolore ostello» e l'estero: meglio emigrare.

In seconda battuta, non-ringrazio i baroni rossi di scienze politiche, che ci hanno sempre dato affettuose pacche sulle spalle. Dicendoci grosso modo che il loro dovere l'hanno già fatto ai tempi di Lotta Continua, e che oggi tocca a noi protestare e cambiare la baracca. Peccato però che nel frattempo – novelli Ponzio Pilato – non abbiano mosso un dito contro la ventennale demolizione dell'università pubblica italiana.

Non-ringrazio i vertici dell'Università di Pavia por come si sono comportati in questi ultimi tre anni di mobilitazioni universitarie. Non li ringrazio per averci sempre messo la digos alle calcagna, per aver tentato di soffocare le nostre voci critiche rispetto alle loro scelte politiche, per averci mandato contro la celere in qualche occasione. Come ho scritto concludendo il mio lavoro, una società (e in questo caso un’organizzazione complessa come un ateneo) incapace di misurarsi con i conflitti che maturano al proprio interno è inevitabilmente incapace di rinnovarsi.

Rettore, pro-rettori e baroni vari hanno sempre preferito a noi studenti gli accordi con la politica del palazzo (dal ministero in giù) e le opinioni dei consigli di amministrazione delle imprese. Invece di ascoltare quanto avevamo da dire, hanno preferito organizzare – ad esempio – scintillanti conferenze pro-nucleare con l'Enel e per tessere le lodi del progetto Expo 2015. Oppure invitare le imprese a mostrarci quanto saranno dorate le gabbie di precarietà in cui intendono chiuderci una volta laureati. Noi studenti siamo la maggioranza nell'università, eppure contiamo come il due di picche, o forse meno.

L'ultima beffa riguarda la commissione che ha steso il nuovo statuto dell‟ateneo pavese, imposto dalla riforma Gelmini: nella «commissione dei quindici» solo due studenti in un mare di docenti ordinari; e per giunta non eletti democraticamente, ma nominati a dito dal magnifico rettore. E poi: nessun referendum per ratificare lo statuto licenziato dalla commissione, ma solo una conferenza benevolmente concessa dall'alto, che nelle sue modalità ricorda gli stati generali del salone della pallacorda. Il terzo stato (studenti, dottorandi, ricercatori non strutturati, personale tecnico-amministrativo) ha come unica concessione quella di dire la propria, ma senza nessuna ricaduta concreta sullo statuto. Uno sfogatoio, insomma. Tanto valeva allestire una piscina con le palline di plastica come all'Ikea, per tenerci occupati mentre la «commissione dei quindici» scrive quello che gli pare. J’accuse!

Come dimenticare, poi, l'accanimento dimostrato dai vertici dell'università contro il progetto dello «Spazio di Mutuo Soccorso ex Mondino», che avrebbe ridato vita ad un suo stabile vuoto da sette anni? A fronte di un progetto autogestito di studentato, mensa, sala studio, spazi culturali e ricreativi, a fronte di un luogo di libera socialità e trasmissione dei saperi, il rettore e i suoi hanno preferito lo sgombero con la forza. Hanno scelto di lasciare la struttura vuota, quando non ci sono né soldi né progetti specifici per il suo recupero. Hanno preferito ignorare il problema sollevato dagli occupanti, poi drammaticamente esemplificato dai due coraggiosi studenti che si sono arrampicati sul tetto per due giorni ed una fredda notte di febbraio. È questa la migliore delle gestioni possibili? Personalmente, ho qualche dubbio: shame on you!

Sono però sicuro che un giorno sapremo riprenderci – come studenti e prima ancora come generazione truffata – la rivincita che ci spetta: le acque si sono ormai mosse...

Sono comunque consapevole del fatto che l'ancien régime dell'università italiana è solo un preludio di quello che mi aspetterà nel mercato del lavoro come neo-laureato: nella migliore delle ipotesi, offerte di stage non retribuiti, mansioni ben al di sotto della mia formazione e capacità, contrattucoli a termine per il mc-job di turno. Nella peggiore, la disoccupazione. Non ci si stupisca, dunque, se i giovani laureati di questo triste paese scelgono di espatriare, in luoghi in cui la loro formazione è valorizzata almeno un po'.

E qui mi fermo, per non scriver un altro centinaio di pagine.


Cologno Monzese/Pavia
inizio luglio 2011


mercoledì 2 ottobre 2013

Non, je ne regrette de rien

Radio Baltica
Edith Piaf - Non, je ne regrette rien


Spesso, con il passare del tempo, si guarda con occhio critico alle cose del passato. Si ridimensionano scelte, si rivalutano obiettivi, si criticano punti di vista. Non trovo nulla di male in tutto ciò, anzi. Chi non cambia mai o è morto o è cretino, mi piace ripetere.

Tempo fa, durante gli anni esaltati e frenetici dell'università, mi facevo chiamare con un certo soprannome, che sentivo talmente mio da essermelo cucito addosso tipo le toppe su certi giubbotti punk. Era il mio brand, per così dire. Si componeva di un nome, che altro non era che la versione anglicizzata del mio diminutivo di sempre, e di un cognome. Il cui significato era in qualche modo antitetico al mio vero (e bizzarro) cognome. Pronunciati insieme, producevano un'allitterazione facile facile da ricordare. Però così non rendo l'idea. Ogni volta che mi infilavo in quel soprannome, subivo una metamorfosi. Usciva la mia vena polemica, la parte di me militante dell'area autonoma, grezza e volgare quando serviva. Col senno di poi, avevo una sorta di sindrome da frontman da band adolescente; solo che - invece che gratificarla con la musica - usavo la militanza politica, soprattutto in università. Mi precipitavo dietro a ogni striscione o megafono che mi capitassero a tiro.

Poi, vabbé, a un certo punto ho fatto la mia brava autocritica e ci ho dato un taglio. Quell'eteronimo ingombrante e chiassoso è andato in soffitta, insieme all'esperienza universitaria, per l'avvicendarsi di un'altra fase della vita.

Ma questo non significa che abbia rinnegato quel periodo. Anzi.
Non mi pento di nulla.