sabato 14 settembre 2013

Quel che vogliamo ce lo prendiamo

30 novembre 2010, ore 9 del mattino. Oggi a Roma la Camera voterà il ddl Gelmini, contro cui tutte le università del Paese di Pulcinella si stanno mobilitando ormai da un mese e più. Qui a Pavia abbiamo organizzato un corteo insieme agli studenti medi. Speriamo bene, è il secondo corteo nell’arco di un paio di settimane, non sarà un ritmo eccessivo per la nostra sonnolenta città? D’altra parte, penso che questa volta ci saranno molti più universitari, dato che nell’ultima settimana le proteste anti-Gelmini sono rimbalzate su tutti i media mainstream italiani e stranieri, complici anche le «nuove» forme utilizzate: l’occupazione di tetti e luoghi elevati, o di monumenti che nell’immaginario collettivo fanno parte del bistrattato patrimonio culturale nazionale. Ma, soprattutto, il blocco di autostrade, stazioni ferroviarie, arterie cittadine e in qualche caso di porti ed aeroporti.

Tanto per cambiare, sono stanchissimo: lì nell’aula magna sotterranea occupata – la nostra bat-caverna, la nostra casa, la nostra base operativa – siamo stati alzati fino alle tre per finire striscioni e cartelli. Ma ora tutto è pronto. La gente si sta già radunando all’ingresso principale dell’università, ritrovo per le facoltà umanistiche. Dobbiamo aspettare che arrivi il corteo dei medi, partito dalla stazione, ed il corteo in arrivo dal polo scientifico, fuori dal centro cittadino. Si fa un giro di chiamate, entrambi si sono mossi, tutto bene, aspettiamo che arrivino. Così, per scaldare un po’ l’aria, partiamo in corteo interno nel polo centrale: i cori rimbalzano per chiostri e cortili incitando i nostri compagni ad unirsi a noi contro la demolizione dell’università e del presente – perché il futuro ce l’hanno già scippato! Li invitiamo anche a disertare la triste iniziativa di pompieraggio baronale organizzata dai vertici dell’ateneo: la proiezione su maxischermo – manco fosse una partita dei mondiali – della diretta del voto alla Camera. A noi sembra una mossa per dirottare qualche studente dal corteo, e uno striscione appeso lì fuori riassume il tutto: «La riforma non si guarda, si blocca!». Parole sante, e che cazzo. Torniamo dal nostro giretto, e i due cortei sono già arrivati. C’è un sacco di gente, la scommessa della partecipazione quantitativa l’abbiamo vinta. Sintomo di quanto sia sentita la questione. Penso subito ad una cosa: ce la possiamo fare, possiamo vincere! Nei giorni scorsi le mobilitazioni sono divampate di città in città come degli incendi, e anche a Pavia le fiamme crepitano, segno che sotto le braci stava covando l’incazzatura. Se siamo in tanti qui, figuriamoci nelle altre città: l’Italia sarà bloccata, il governo dovrà rassegnarsi a fare i conti con noi. Mentre penso a queste cose, facciamo partire il corteo. In testa c’è uno striscione, sorretto da studenti medi ed universitari insieme, che dice: «Il futuro è ora». Significa che non c’è spazio per la retorica paternalista di certa politica, di certi professionisti della sconfitta: altro che «poveri ragazzi disillusi e senza speranze», altro che lotta per il futuro. La posta in gioco è il presente. È praticamente impossibile ricordarsi tutti gli striscioni e tutti i cartelli che ci sono in strada stamattina. Sicuramente c’è lo striscione di lettere e filosofia occupata; e la citazione fantozziana degli studenti di fisica: «La riforma Gelmini è una cagata pazzesca». Per non parlare poi delle decine e decine di cartelli che riportano citazioni di personaggi che hanno dato un contributo al mondo della cultura e del sapere, da Woody Allen a Bertold Brecht.

Alternando speakeraggi sui temi della mobilitazione, musica e cori, il corteo si snoda per le strade pavesi lungo il percorso concordato con la questura. Arrivati in piazza Minerva, sotto la gigantesca statua della dea della sapienza, ci fermiamo. Dal microfono parte un discorso dall’andamento vagamente situazionista ma dal contenuto dirompente: il blocco dei flussi. È infatti dal 2008 che ci siamo resi conto che fare i soliti cortei non serve poi a molto. Ti fai la tua passeggiata, stai in giro un paio d’ore, ma l’impatto della manifestazione è ridotto: qualcuno si affaccia alla finestra, la Provincia Pavese scrive un trafiletto, ma l’indomani la vita quotidiana ha già ripreso la sua «normalità» e nessuno ci pensa più. Normalità? Ma quale normalità? Ce lo siamo ripetuto cento volte, nelle riunioni e nelle assemblee, nei cortei spontanei, che la situazione in cui ci troviamo non è normale. Non sono normali i tagli al fondo di finanziamento ordinario delle università, non è normale l’aumento delle tasse, non è normale che ci facciano indebitare coi prestiti d’onore, non è normale lo smantellamento a colpi di decreto dell’università pubblica, non è normale che un governo traballante non ci ascolti. Di fronte a questa finta normalità dobbiamo mettere in campo strumenti non convenzionali. E non solamente simbolici: dobbiamo creare momenti di rottura di questa presunta «normalità». Uno degli strumenti-chiave è quello dei cortei spontanei, non autorizzati. O – detto alla francese – della manif sauvage. L’obiettivo è chiaro: il blocco dei flussi. Non dimentichiamoci che la nostra piccola Pavia è in realtà una specie di quartiere periferico a sud della metropoli milanese. È una città la cui economia si fonda sull’università e sul policlinico, quindi su flussi di conoscenza, anche altamente qualificata. È al centro di importanti flussi di persone, essendo una stazione intermedia sull’asse ferroviario Milano-Genova. Senza contare poi i flussi di merci, che transitano per i poli della logistica che punteggiano il territorio della provincia, specie negli spazi intermedi tra città e città, tra il «quartiere sud» e la metropoli. Mentre vengono dette disordinatamente queste cose, il serpentone del corteo è fermo in mezzo alla piazza, che è uno dei principali snodi del traffico stradale in città. Il fatto che parecchie automobili comincino ad accalcarsi dietro gli agenti della polizia locale che presidiano il nostro percorso mi sembra un ottimo inizio, una micro-dimostrazione del discorso di cui sopra. E poi ancora: individuare i gangli nevralgici e simbolici di creazione di ricchezza. Merci, persone, reti informatiche. Ma anche trasporti, mobilità, informazione e comunicazione. Saremo in grado di farci vedere e di farci ascoltare se saremo in grado di colpire i colli di bottiglia della produzione reticolare nella metropoli e nel paese. Provocare una ferita economica, ribaltare i rapporti di forza a nostro vantaggio. Come mi piace ripetere parafrasando uno slogan di qualche decennio fa: «Uscire dal ghetto, basta andare adagio, invadere le strade, creare disagio».

Ora ci muoviamo dalla Minerva, scendiamo lungo viale Libertà verso il fiume, verso il Ticino. Mi guardo in giro: le fila del primo pezzo del corteo si fanno più serrate, gruppetti di studenti dal fondo si portano in testa, pian piano gli striscioni intermedi vengono piegati. In molti fanno come me, si guardano intorno, e in particolare osservano i pochi poliziotti presenti, con il casco blu agganciato alla cintura e il manganello ammainato, ignari di tutto. Sì, perché nelle assemblee preparatorie al corteo si era deciso di andare oltre la ritualità e le passeggiate, di dar vita a dei «fuori programma» selvaggi a partire dal percorso concordato. Una buona pratica – tra l’altro – già sperimentata con successo a Pavia durante i cortei dell’Onda, nel 2008. Alla fine del viale c’è il Ponte della Libertà, uno dei fondamentali punti di accesso alla città da sud. Quando ci troviamo a poche decine di metri dal ponte, dall’impianto di amplificazione parte la «Cavalcata delle Valchirie». Un fiotto di adrenalina mi arriva dritto al cervello, le gambe cominciano a muoversi da sole. Corriamo come pazzi, scavalchiamo gli sbirri, ed invece di girare a sinistra andiamo dritti ed invadiamo il ponte, zigzagando tra le auto incolonnate che aspettavano la fine del corteo per transitare. È fatta, il ponte è occupato: siamo usciti dal nostro ghetto fatto di aule ed esami, stiamo creando disagio! In pochi attimi spunta uno striscione enorme, lungo trentasei metri, che con un po’ di fatica viene appeso alla fiancata del ponte. E dice: «Per non finire sotto un ponte lo occupiamo. Quel che vogliamo ce lo prendiamo. No ddl Gelmini».

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