giovedì 26 settembre 2013

Morriña

Radio Baltica
Siniestro total - Miña terra galega

In generale, è difficile trovare un galego o una galega che non senta un qualche tipo di vincolo coa terra. E dopo quasi un anno passato qui, a mio parere non hanno tutti i torti ;).

La Galicia – storicamente una delle regioni più povere dello stato spagnolo – è una terra d’emigranti. Milioni di nipoti e bisnipoti di galegos sono sparsi tra l’Europa Centrosettentrionale e l’America Latina, al punto che in alcuni paesi sudamericani il termine “gallego” è sinonimo di migrante spagnolo (si vedano le strisce di Mafalda, ad esempio, con il personaggio di Manolito, figlio del commerciante gallego Don Manolo).

Però i galegos emigrano malvolentieri, e quando stanno lontani li accompagna il ricordo malinconico degli affetti, del paesaggio, del cibo, del bere lasciati a casa.
Questo stato d’animo si chiama morriña, e il concetto che più gli si avvicina è quello di saudade. Morriña è anche una delle poche parole in galego che si usano correntemente in castigliano, al punto che è stata inserita nel dizionario della Real Academia Española.

Tra qualche settimana rientrerò nella fetida pianura padana: quizais teño morriña preventiva?

martedì 24 settembre 2013

Erasmus go home

Continua l'archeologia, stavolta con una cosa un po' più leggera. Venne scritta nell'estate del 2010: stavo concludendo il mio periodo Erasmus a Santiago de Compostela e tenevo una sorta di diario di viaggio per un'emittente radiofonica di Milano.

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Radio Baltica
Los Ilegales - Caramelos podridos

Una delle strane etnie che popolano Santiago – il villaggio cosmopolita – è l’arruffato popolo degli Erasmus. Sotto questa definizione ricadono studenti europei beneficiari di borse Erasmus, studenti di altre regioni d’Ispagna beneficiari di borse Seneca, studenti sudamericani beneficiari di borse Erasmus Mundus, più dottorandi e giovani ricercatori dalle più disparate provenienze che – in trasferta per ragioni accademiche – calpestano il suolo santiaghese.

Ignoro se siano la minoranza etnica più numerosa, ma non ho dubbi sul fatto che siano tra quelle che producono le reazioni più forti: odio o amore, non esistono vie di mezzo. Il fatto che sollevino passioni è testimoniato – in alcune vie della città vecchia – da scritte che li invitano a tornare da dove sono venuti: Erasmus go home.

Come è facile immaginare, sono amati alla follia dai gruppi sociali che intascano i loro soldi. Come i proprietari dei mille bar di Santiago, dove gli Erasmus scambiano euro in cambio di bevande alcoliche. O come i padroni di casa, che alzano il prezzo degli affitti giocando sul fatto che l’Erasmus medio non ha la minima idea del costo della vita in Galicia (minore rispetto ad altri paesi europei e ad altre parti d’Ispagna).

Più variegato e difficile da definire è l’insieme di chi gli Erasmus li sopporta a fatica. Le cause – al contrario – sono già più evidenti. L’Erasmus medio europeo – generalmente giovane e maschio – ha impressa a fuoco nella testa l’equazione: Spagna = fiesta. Ciò comporta che si senta autorizzato a bere e drogarsi, a fare il pirla per la strada, a molestare ogni potenziale partner sessuale. L’Erasmus medio non si è preso la briga di informarsi sul contesto in cui andrà a passare il suo periodo Erasmus, e durante le prime settimane brontola perché in Galicia si parla galego (sorprendentemente anche durante alcune lezioni in università!). L’Erasmus medio tende ad autoghettizzarsi, trascorrendo la maggior parte del tempo con i suoi simili e non interagendo con gli autoctoni (e i casi più gravi di questo comportamento sono stati osservati in esemplari di Erasmus itaGliani). Eccetera eccetera.

Sì, lo so cosa state pensando: anche io sono un Erasmus ed è più facile vedere la pagliuzza nell’occhio altrui che non la trave nel proprio. Ma dovreste prendervela coi conduttori della trasmissione – e non con me – perché accettano come corrispondenti degli pseudointellettuali rompiscatole con gli occhiali con la montatura di plastica nera (in castigliano il concetto si esprime con una sola parola: gafapasta).

sabato 14 settembre 2013

Quel che vogliamo ce lo prendiamo

30 novembre 2010, ore 9 del mattino. Oggi a Roma la Camera voterà il ddl Gelmini, contro cui tutte le università del Paese di Pulcinella si stanno mobilitando ormai da un mese e più. Qui a Pavia abbiamo organizzato un corteo insieme agli studenti medi. Speriamo bene, è il secondo corteo nell’arco di un paio di settimane, non sarà un ritmo eccessivo per la nostra sonnolenta città? D’altra parte, penso che questa volta ci saranno molti più universitari, dato che nell’ultima settimana le proteste anti-Gelmini sono rimbalzate su tutti i media mainstream italiani e stranieri, complici anche le «nuove» forme utilizzate: l’occupazione di tetti e luoghi elevati, o di monumenti che nell’immaginario collettivo fanno parte del bistrattato patrimonio culturale nazionale. Ma, soprattutto, il blocco di autostrade, stazioni ferroviarie, arterie cittadine e in qualche caso di porti ed aeroporti.

Tanto per cambiare, sono stanchissimo: lì nell’aula magna sotterranea occupata – la nostra bat-caverna, la nostra casa, la nostra base operativa – siamo stati alzati fino alle tre per finire striscioni e cartelli. Ma ora tutto è pronto. La gente si sta già radunando all’ingresso principale dell’università, ritrovo per le facoltà umanistiche. Dobbiamo aspettare che arrivi il corteo dei medi, partito dalla stazione, ed il corteo in arrivo dal polo scientifico, fuori dal centro cittadino. Si fa un giro di chiamate, entrambi si sono mossi, tutto bene, aspettiamo che arrivino. Così, per scaldare un po’ l’aria, partiamo in corteo interno nel polo centrale: i cori rimbalzano per chiostri e cortili incitando i nostri compagni ad unirsi a noi contro la demolizione dell’università e del presente – perché il futuro ce l’hanno già scippato! Li invitiamo anche a disertare la triste iniziativa di pompieraggio baronale organizzata dai vertici dell’ateneo: la proiezione su maxischermo – manco fosse una partita dei mondiali – della diretta del voto alla Camera. A noi sembra una mossa per dirottare qualche studente dal corteo, e uno striscione appeso lì fuori riassume il tutto: «La riforma non si guarda, si blocca!». Parole sante, e che cazzo. Torniamo dal nostro giretto, e i due cortei sono già arrivati. C’è un sacco di gente, la scommessa della partecipazione quantitativa l’abbiamo vinta. Sintomo di quanto sia sentita la questione. Penso subito ad una cosa: ce la possiamo fare, possiamo vincere! Nei giorni scorsi le mobilitazioni sono divampate di città in città come degli incendi, e anche a Pavia le fiamme crepitano, segno che sotto le braci stava covando l’incazzatura. Se siamo in tanti qui, figuriamoci nelle altre città: l’Italia sarà bloccata, il governo dovrà rassegnarsi a fare i conti con noi. Mentre penso a queste cose, facciamo partire il corteo. In testa c’è uno striscione, sorretto da studenti medi ed universitari insieme, che dice: «Il futuro è ora». Significa che non c’è spazio per la retorica paternalista di certa politica, di certi professionisti della sconfitta: altro che «poveri ragazzi disillusi e senza speranze», altro che lotta per il futuro. La posta in gioco è il presente. È praticamente impossibile ricordarsi tutti gli striscioni e tutti i cartelli che ci sono in strada stamattina. Sicuramente c’è lo striscione di lettere e filosofia occupata; e la citazione fantozziana degli studenti di fisica: «La riforma Gelmini è una cagata pazzesca». Per non parlare poi delle decine e decine di cartelli che riportano citazioni di personaggi che hanno dato un contributo al mondo della cultura e del sapere, da Woody Allen a Bertold Brecht.

Alternando speakeraggi sui temi della mobilitazione, musica e cori, il corteo si snoda per le strade pavesi lungo il percorso concordato con la questura. Arrivati in piazza Minerva, sotto la gigantesca statua della dea della sapienza, ci fermiamo. Dal microfono parte un discorso dall’andamento vagamente situazionista ma dal contenuto dirompente: il blocco dei flussi. È infatti dal 2008 che ci siamo resi conto che fare i soliti cortei non serve poi a molto. Ti fai la tua passeggiata, stai in giro un paio d’ore, ma l’impatto della manifestazione è ridotto: qualcuno si affaccia alla finestra, la Provincia Pavese scrive un trafiletto, ma l’indomani la vita quotidiana ha già ripreso la sua «normalità» e nessuno ci pensa più. Normalità? Ma quale normalità? Ce lo siamo ripetuto cento volte, nelle riunioni e nelle assemblee, nei cortei spontanei, che la situazione in cui ci troviamo non è normale. Non sono normali i tagli al fondo di finanziamento ordinario delle università, non è normale l’aumento delle tasse, non è normale che ci facciano indebitare coi prestiti d’onore, non è normale lo smantellamento a colpi di decreto dell’università pubblica, non è normale che un governo traballante non ci ascolti. Di fronte a questa finta normalità dobbiamo mettere in campo strumenti non convenzionali. E non solamente simbolici: dobbiamo creare momenti di rottura di questa presunta «normalità». Uno degli strumenti-chiave è quello dei cortei spontanei, non autorizzati. O – detto alla francese – della manif sauvage. L’obiettivo è chiaro: il blocco dei flussi. Non dimentichiamoci che la nostra piccola Pavia è in realtà una specie di quartiere periferico a sud della metropoli milanese. È una città la cui economia si fonda sull’università e sul policlinico, quindi su flussi di conoscenza, anche altamente qualificata. È al centro di importanti flussi di persone, essendo una stazione intermedia sull’asse ferroviario Milano-Genova. Senza contare poi i flussi di merci, che transitano per i poli della logistica che punteggiano il territorio della provincia, specie negli spazi intermedi tra città e città, tra il «quartiere sud» e la metropoli. Mentre vengono dette disordinatamente queste cose, il serpentone del corteo è fermo in mezzo alla piazza, che è uno dei principali snodi del traffico stradale in città. Il fatto che parecchie automobili comincino ad accalcarsi dietro gli agenti della polizia locale che presidiano il nostro percorso mi sembra un ottimo inizio, una micro-dimostrazione del discorso di cui sopra. E poi ancora: individuare i gangli nevralgici e simbolici di creazione di ricchezza. Merci, persone, reti informatiche. Ma anche trasporti, mobilità, informazione e comunicazione. Saremo in grado di farci vedere e di farci ascoltare se saremo in grado di colpire i colli di bottiglia della produzione reticolare nella metropoli e nel paese. Provocare una ferita economica, ribaltare i rapporti di forza a nostro vantaggio. Come mi piace ripetere parafrasando uno slogan di qualche decennio fa: «Uscire dal ghetto, basta andare adagio, invadere le strade, creare disagio».

Ora ci muoviamo dalla Minerva, scendiamo lungo viale Libertà verso il fiume, verso il Ticino. Mi guardo in giro: le fila del primo pezzo del corteo si fanno più serrate, gruppetti di studenti dal fondo si portano in testa, pian piano gli striscioni intermedi vengono piegati. In molti fanno come me, si guardano intorno, e in particolare osservano i pochi poliziotti presenti, con il casco blu agganciato alla cintura e il manganello ammainato, ignari di tutto. Sì, perché nelle assemblee preparatorie al corteo si era deciso di andare oltre la ritualità e le passeggiate, di dar vita a dei «fuori programma» selvaggi a partire dal percorso concordato. Una buona pratica – tra l’altro – già sperimentata con successo a Pavia durante i cortei dell’Onda, nel 2008. Alla fine del viale c’è il Ponte della Libertà, uno dei fondamentali punti di accesso alla città da sud. Quando ci troviamo a poche decine di metri dal ponte, dall’impianto di amplificazione parte la «Cavalcata delle Valchirie». Un fiotto di adrenalina mi arriva dritto al cervello, le gambe cominciano a muoversi da sole. Corriamo come pazzi, scavalchiamo gli sbirri, ed invece di girare a sinistra andiamo dritti ed invadiamo il ponte, zigzagando tra le auto incolonnate che aspettavano la fine del corteo per transitare. È fatta, il ponte è occupato: siamo usciti dal nostro ghetto fatto di aule ed esami, stiamo creando disagio! In pochi attimi spunta uno striscione enorme, lungo trentasei metri, che con un po’ di fatica viene appeso alla fiancata del ponte. E dice: «Per non finire sotto un ponte lo occupiamo. Quel che vogliamo ce lo prendiamo. No ddl Gelmini».

Archeologia

Per attraversare le terre di frontiera c'è bisogno di buone mappe, di bussole, o almeno di coordinate.
Le buone mappe sono un lusso, nelle terre di nessuno in cui ci stiamo muovendo. Quindi meglio non farsi troppe illusioni. E le bussole? Siamo davvero sicuri di saperle usare? Sappiamo leggere le informazioni nascoste dietro ad un ago magnetizzato che fluttua? E poi, ci si potrà fidare di altri strumenti? Non sarà paccottiglia superflua che certi mercanti cercando di venderci a caro prezzo nelle fiere di paese?
In questo nostro navigare a vista, dunque, non ci resta che cercare delle coordinate. Nulla di più che qualche spunto, qualche indicazione, tutt'al più esempi chiari su cosa non fare.

Andando alla ricerca di queste coordinate, ho sentito la necessità di fare un po' di archeologia. Frugare nel passato alla ricerca di tracce e sentieri abbozzati. Setacciare con il filtro dell'esperienza la strada percorsa per arrivare a questo punto. Dopo aver conosciuto la frontiera, le città e i paesaggi attraversati in passato - spero - sapranno parlarci in modo diverso. Illuminare angoli rimasti finora oscuri. Togliere polvere a strumenti che ci sembravano inutili.

Per queste ragioni, ho deciso di riproporre sul bollettino alcune cose che, ora, mi sembrano catturare bene lo spirito di determinati momenti degli anni passati.
Vi cercherò delle coordinate. Voi, liberi di farne quel che volete.