sabato 31 agosto 2013

Quaderno di frontiera


Radio Baltica
99 posse - Curre curre guagliò


Finisce agosto e inizia settembre; finisce l'estate e inizia l'autunno. Siamo in un periodo dell'anno di frontiera.

Faccio mente locale, e m'accorgo che l'estate 2013 me la ricordo attraversata dalla frontiera. Non solo attraversando la frontiera - tra stati, stati d'animo, comuni, province o regioni - che non è certo una novità. Dico piuttosto attraversata dall'idea della frontiera come spazio fisico e mentale.

L'estate inizia in una città che si chiama Jerez de la Frontera, ed è il genere di cose che mi fan sospettare che "le casualità non esistono" (Ernesto Sábato). Da lì, torno nell'hinterland milanese: attraverso la frontiera fisica tra due stati e quella mentale tra lavoro e non-lavoro, tra l'avere un progetto e cercarne un altro, tra gli obiettivi da raggiungere e le molteplici potenzialità che si aprono. Due giorni dopo, riparto per Santiago de Compostela, dove mi fermerò un mese. La Galizia è una meravigliosa terra di frontiera, a ridosso del confine con il Portogallo e circondata dall'Atlantico; è la terra che ospita il capo Finisterra, l'estrema frontiera occidentale del mondo conosciuto dagli uomini e dalle donne dell'Europa romana e medievale. La permanenza a Compostela segnerà anche il passaggio attraverso frontiere fatte di persone, parole, emozioni e relazioni umane. Con un bagaglio zeppo di umori contrastanti, torno nell'hinterland, dove passo dei giorni a rimuginare sul vissuto dei mesi appena trascorsi e cerco di immaginare quello dei mesi a venire. Ne approfitto anche per riannodare i contatti con persone amiche sparse nel nord Italia, e mi rendo conto che ognuno - con gradi differenti - sta sperimentando le proprie esperienze di frontiera. Faccio una scappata in Valtellina, all'ombra delle Alpi e a ridosso della frontiera con la Svizzera. Successivamente, la voglia di montagna mi porta sull'appennino, in quella zona di frontiera chiamata delle Quattro Province. Nell'intrico di valli e crinali, infatti, s'intersecano i confini di quattro province e delle relative regioni: Alessandria, Genova, Pavia e Piacenza. Nel corso delle mie passeggiate, basta una mezz'ora per passare dall'Emilia alla Lombardia al Piemonte; da quelle parti, poi, capita che tra il borgo e la sua frazione ci sia la frontiera linguistica di due dialetti diversi. Infine, tra le letture più interessanti di quest'estate ci sono due libri molto densi che affrontano di petto - tra le altre cose - la storia ed i nodi irrisolti di due terre di frontiera. Il primo parla di Sudtirolo, il secondo di Trieste; entrambi rievocano storie di italianizzazione forzata, di vessazioni fasciste, dell'ombra del Terzo Reich, di partigiani e di guerra; storie di ottusa ostilità alla differenza, di lingue messe a tacere, di minoranze che poi tanto minoranze non sono, di problemi di convivenza, di rabbia, di chiusure e di identità irrigidite a tavolino, di falsi miti e narrazioni tossiche.

Penso che la frontiera mi piace, non quando è muro sormontato da filo spinato, ma quando è membrana porosa e permeabile. Quando la gente parla almeno due lingue - e per parlare intendo non solo esprimersi, ma conoscere a fondo e comprendere le forme mentali ad esse sottese - e può saltare dall'una all'altra senza che ciò causi attriti. Sono insofferente alle identità tracciate col righello e col compasso, che non ammettono di essere frutto di innumerevoli ibridazioni e quindi entità spurie, figlie illegittime dell'intreccio casuale degli eventi umani. Mi piace, insomma, l'idea di una frontiera che è molteplicità, che è prima di tutto potenzialità creativa. Ma sono insofferente anche alle rappresentazioni piatte delle realtà complesse. Sarebbe ingenuo far finta che nella frontiera non sorgano anche problemi di convivenza tra differenze e conflitti. Anzi, ho imparato a diffidare delle narrazioni che nascondono i conflitti sotto il tappeto. Ma siamo sempre al solito punto: il problema non sono i conflitti in sé, elemento fisiologico della vita collettiva degli esseri umani. Il problema è la gestione dei conflitti. La sfida, forse, è trovare un percorso condiviso per affrontarli in maniera negoziata e costruttiva. O almeno provarci. Tante volte il percorso insegna più che il raggiungere la meta, e nella mia modesta esperienza ho visto che condividere con qualcuno degli impegni pratici aiuta a conoscersi ed andare oltre le impressioni superficiali (purché poi ci si fermi a ragionarci sopra, eh). Certo, il percorso è faticoso e ci si stanca, può farci venire dubbi sulla sua utilità o sulla nostra reale motivazione. Ma spesso, di far fatica, ne vale davvero la pena. Come salire in cima a una montagna, girarsi e guardare il panorama.

Quindi, queste settimane sono trascorse ruminando intorno all'idea della frontiera. Ho pensato che le pagine elettroniche di questo blog nacquero proprio per raccontare le esperienze in una terra ai confini orientali dell'Unione Europea. Mi ricordo che ironizzavo sul fatto di trovarmi in un paesello sperduto e di sentirmi come nella Fortezza Bastiani de Il deserto dei Tartari... E dopo ho pensato che, se da un anno abbondante faccio annotazioni saltuarie su questo quaderno di frontiera, beh, potrei continuare a farne. Per evitare - per dirla coi 99 Posse - di "vivere una vita intera come sbirri di frontiera in un paese neutrale, anni persi ad aspettare qualcosa, qualcuno, la sorte o perché no la morte".


Bibliografia
Alexander Langer, Il viaggiatore leggero. Scritti 1961-1995, Sellerio, Palermo, 1996.
Wu Ming 1 e Roberto Santachiara, Point Lenana, Einaudi, Torino, 2013.



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