martedì 31 dicembre 2013

Adiante! (con sentidiño)

Radio Baltica
CSI - Buon anno ragazzi


D'accordo, so che forse è una pratica trita e ritrita, ma m'è venuta voglia di scrivere due parole di augurio per il nuovo anno che è ormai alle porte.
L'anno del signore duemilatredici è stato un anno faticoso - parlo a titolo personale. Si sono alternati momenti difficili e momenti felici, ci sono stati cambi radicali, cambi di scenario, colpi di scena. Ma anche ritorni a situazioni familiari, fortunatamente osservate con gli occhi nuovi che le esperienze mi hanno regalato. E c'è stato il supporto di amic* vecchi e nuovi che non si tirano mai indietro al momento di echar un cable (lanciare una corda), come si dice in castigliano.
Vabbè, insomma, non vorrei farla troppo lunga e cominciare a dire cose da prete...
L'anno che viene si preannuncia, ancora una volta, irto di punti di domanda, di quella precarietà lavorativa ed esistenziale che in questi anni noi tutti abbiamo imparato a conoscere bene. "Nessuna garanzia per nessuno" - recita la canzone di oggi di Radio Baltica. Tanto per cambiare, non ho le idee chiare su cosa sarà di me nei prossimi mesi.
Ma voglio dare un messaggio positivo, una volta tanto. Andiamo avanti, porca miseria. Sarà un casino, ma qualcosa di buono salterà fuori.
Per questo, ho deciso di rispolverare l'ultimo pezzo del racconto del mio anno d'Erasmus: in quel momento c'era la gratitudine per un'esperienza molto bella che volgeva al termine; c'era anche una punta di tristezza, è vero. Ma c'era un sacco di voglia di andare avanti. Ne abbiamo tutt* un gran bisogno. Buon anno, ragazze e ragazzi.

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Eccoci arrivati alla fine. Come al solito, più che fare un intervento volevo condividere un pensiero. O meglio, più pensieri. Rigorosamente in ordine sparso.

Per prima cosa, tutto ciò che è stato scritto nei ventiquattro post precedenti è frutto – in qualche maniera – di un’elaborazione collettiva. Nel senso che la scelta degli argomenti, i particolari punti di vista, l’immancabile humor gallego sono sì il risultato della mia osservazione partecipante, ma, soprattutto, delle lunghe discussioni fatte con le persone amiche conosciute nel corso del soggiorno compostelano. Da solo non sarei riuscito a cogliere nemmeno la metà di quanto ho qui raccontato. Non si tratta di falsa modestia, è che mi considero semplicemente un ricompilatore di cronache, alla stregua di quelli medievali. Di mio non ci ho messo che un tentativo di sintesi (con risultati alterni, peraltro). Del resto, come si diceva un trentennio fa: la felicità è sovversiva solo quando si collettivizza.

In seconda battuta, la mia ambizione – all’inizio della trasmissione – era quella di incuriosirvi, parlando di una terra e di una gente che nella pianura padana si conosce poco e male. Nel corso dei mesi, però, e complice il ritorno a Milano/Pavia, mi sono reso conto che la narrazione è servita soprattutto a me. Per curare la morriña che ogni tanto mi morde le chiappe come un cane da guardia. Per ricordare i dieci mesi passati in Galicia. Per sedimentare l’esperienza. Per elaborarla. Sì, insomma, la faccio breve: volevo cambiare il mondo, e alla fine mi sono trovato cambiato io ;)

Per queste, e per molte altre ragioni, ringrazio tutt*, ma proprio tutt*: le belle persone di  Santiago, i conduttori della trasmissione, gli ascoltator*/lettor*, gli altr* bloggers, le persone di qui che si sono sciroppate i racconti di viaggio (poi serviti per costruire i post).

Ora si procede. Si va avanti, archiviata nella memoria l’esperienza dell’Erasmus. Da qui il titolo: adiante. Avanti, appunto. Con sentidiño, invece, vuole essere l’ultimo omaggio alla retranca (il sarcasmo) galega: è la tipica raccomandazione da mamma al varcare la soglia di casa, prima di una noite de marcha. Andiamo avanti, quindi, ma… mi raccomando, eh. Decidete poi da soli cosa vuol dire ;)

sabato 28 dicembre 2013

Mamma li turchi!

Sarà che durante le festività natalizie le persone che vivono fuori tornano a casa. Sarà che la fine dell'anno solare, come ho già detto, fa ripensare alle esperienze passate. Sarà che in Turchia è cominciata una nuova ondata di proteste della società progressista contro la corruzione del governo islamista. Saranno mille altre cose. Fatto sta che ho ripensato ai ragazzi turchi con cui ho condiviso l'appartamento durante il mio soggiorno ad Amsterdam - breve ma intenso - tra maggio e agosto 2009.
Anche questo post venne originariamente scritto per una trasmissione estiva di un'emittente radiofonica milanese, trasmissione basata sui racconti di viaggio degli ascoltatori. Ma basta premesse, andiamo al sodo!

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Husseiyn

Il computer da parete in cucina


Inizio subito col dire che, dal mio ultimo accenno all’argomento, il numero dei turchi in Casa Disagio è raddoppiato, passando da uno a due. Abbiamo infatti un ospite a tempo indeterminato, cioè il buon Husseiyn, amico di Çagdaş nonché uno dei ragazzi che mi avevano ospitato nei primi giorni ad Amsterdam. Aveva deciso di andarsene, ma tutta una serie di circostanze l’hanno riportato da queste parti, e non avendo più un tetto è venuto a stare da noi. Cosa che ho accolto più che positivamente, dato che il coinquilino originario sta attraversando un periodo di cavernicolismo spinto e qualcuno con cui interagire fa sempre piacere :)

Parliamo di Çagdaş. Trattasi di un soggetto antropologicamente interessante: ingegnere freelance, alfiere del software libero e di relazioni sociali non gerarchiche, praticante di una specie di anarco-individualismo, è allo stesso tempo seguace di una personale filosofia che potremmo definire tecno-darwinista. Mi spiego. Prima di tutto è rilevante segnalare che ci chiama, noialtri che ci occupiamo discipline sociali, social science mumbojumbo. Inoltre, una delle sue espressioni ricorrenti è: “the evolution bottleneck is coming”. Sintetizzando, il nostro ingegnere vuole dire che – dato che il nostro mondo si basa sulla tecnologia – solo chi la comprende e sa utilizzarla sarà in grado di sopravvivere ad un’imminente nuova forma di selezione non più naturale, bensì tecnologica, appunto. E tra quelli votati all’estinzione, guardacaso, ci sono proprio gli esponenti del social science mumbojumbo.
Çagdaş si considera anche una specie di sciamano: la tecnologia è un sapere esoterico che può essere padroneggiato solo dopo lunga ed intensa preparazione. E in effetti, sembra proprio uno stregone quando si mette alla sua “postazione di comando” (la sua disordinata scrivania) e monta i pezzi di una misteriosa macchina che sta costruendo. Come note di colore devo aggiungere che: (1) di fianco al cesso tiene un poderoso catalogo di una ditta di componenti elettronici; (2) ha fissato alla parete della cucina un computer portatile, che si rivela utile per cercare ricette su internet, ascoltare musica (è collegato a un impianto hi-fi) e i podcast della radio; (3) ha riempito il soggiorno di pezzi di aggeggi elettronici, cosicché si fa fatica a raggiungere il divano.

Sul buon Husseyin ho per il momento poche cose da dire: a parte rappresentare lo stereotipo del turco dalla carnagione olivastra e i baffoni :), è una persona solare e socievole, con cui mi dedico a lunghe session di cucina mediterranea. Il che è un gran cosa, dato che – se fosse per Çagdaş – in Casa Disagio si mangerebbe solo pizza surgelata (ed è felice come una pasqua quando gli si prepara qualcosa di appena più elaborato, tipo un piatto di pasta). Husseyin sa anche qualche parola di italiano, e mi fa ridere un sacco quando mi si rivolge dicendomi: “miiinghia… che cazo vuoi?”.

Del resto – per citare il film Mediterraneo: “italiani, turchi… una faza una raza!”


mercoledì 18 dicembre 2013

I mille bar di Compostela

Si avvicina la fine dell'anno solare e, si sa, è tempo di bilanci. Siccome fare bilanci mi mette spesso d'umore malinconico, ho pensato che fosse ora di riprendere un po' di archeologia. Buona lettura.

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Radio Baltica
Siniestro total - Vamos muy bien


Un elemento imprescindibile della vita sociale iberica – in qualsiasi parte dello stato spagnolo ci si trovi – sono i bar. Nei bar la gente s’incontra, amoreggia, si rilassa, s’incazza, balla, ride, scherza, rimorchia, mangia, beve, ma – soprattutto – chiacchiera chiacchiera chiacchiera. Prova dell’importanza dei bar è il fatto che, in qualunque telefilm di produzione spagnola, i protagonisti hanno un bar in cui si ritrovano, scenario di una parte non secondaria delle loro vicende personali e collettive.

Se a questo si aggiunge il fatto che Santiago de Compostela – tra le altre cose – è una città universitaria, si può facilmente capire perché questa città possegga un così alto numero di bar, pub, antri fumosi, discobar e similari.

Cercare di contarli tutti è un’impresa ardua, e tentare di visitarne la totalità è praticamente impossibile. Anche uscendo tutte le sere e andando in un bar per sera, ci vorrebbero anni per esaurire questo compito, senza contare il fatto che il loro ciclo vitale può essere rapido – con bar che nascono e muoiono nell’arco di alcuni mesi – e che i cambi di gestione generalmente apportano modifiche radicali a un locale, trasformandolo di fatto in un altro bar con un’identità distinta.

Ovviamente i bar non sono tutti uguali. Alcuni hanno la cucina, e fino a mezzanotte ti servono tapas per moderare l’effetto dell’alcool sullo stomaco vuoto. In altri si beve e basta, ma sono accoglienti e rilassati, e allora ci si va volentieri, magari dopo aver fatto tappa in almeno un paio di bar del primo tipo.
Tra i bar del secondo tipo, poi, alcuni hanno un’atmosfera tutta particolare. Per esempio – ed è solo uno degli innumerevoli esempi di cui potrei parlare – c’è un bar che si chiama Berberecho. Il berberecho è un mollusco che non saprei identificare, tipo una specie di grossa vongola, e francamente non so cosa c’entri con il bar. Si tratta del tipico antro in penombra, con una posizione commercialmente sfavorevole perché situato in un'oscura galleria nelle tristi vie della città nuova. Ciò che lo rende celebre – al punto da ambientarci un paio di cortometraggi – sono i bassi prezzi delle bevande, che attirano indistintamente orde di adolescenti in cerca di ubriachezza molesta e personaggi più o meno singolari. Oppure guiris (termine con tinta dispregiativa per indicare i forestieri un po' tonti) incoscienti, come è capitato a me e ad un altro paio di amici Erasmus durante il nostro primo mese a Compostela. Tra un sorso di pessimo calimocho e l’altro, però, scoprimmo l’attaccamento tutto iberico alle pipas, i semi di girasole. Il biondo Johannes ricordo che disse: “Ehi, queste cose in Germania non si trovano. Chiaro, molto lavoro per un piccolo risultato: non è efficiente”.

domenica 15 dicembre 2013

Saper perdere

Qualche settimana fa ero a Pavia, nella mia osteria letteraria preferita. Tarda mattinata, pochi avventori, eravamo seduti con alcune amiche al tavolino mentre fuori nevicava.

Arriva l'amico P., papà di due bimbe di (credo) tre e cinque anni. Svestita la prole, P. occupa il tavolino accanto al nostro e si mette a giocare con loro al gioco dell'oca. Dopo un po', la bimba più piccola inizia a frignare perché la sorella ha vinto la partita. A quel punto P. sfodera un sorriso sornione e ci regala una delle sue perle di paziente educatore libertario.

"Lo vedi quello lì?" e mi indica. "Ecco, lui è il mio amico Giò. Hai presente quel gioco che la mamma e il papà fanno ogni tanto, quello in cui metti la scheda colorata nello scatolone? Ecco: Giò, ogni volta che gioca a quel gioco, perde sempre. Non ne ha mai vinta una, di partita, MAI". A quel punto scoppiamo tutti a ridere. "Vedi come non se la prende anche se non vince mai? Sta ridendo! Perciò bisogna fare così, se si perde: non arrabbiarsi, ché non serve a niente".

Siamo poi tornati a quel che stavamo facendo, chi ai suoi giochi, chi alle sue conversazioni. Eppure m'è rimasto un po' d'amaro in bocca (e non mi riferisco al liquore). Ma che volete farci, nella vita c'è mettersi l'animo in pace. E bisogna saper perdere.


giovedì 28 novembre 2013

Una volta qui era tutta campagna

Dopo settimane di pioggia novembrina, son tipo tre giorni che le temperature si sono drasticamente abbassate e non c'è mezza nuvola in cielo.

Sono quelle giornate in cui si riescono a vedere le prealpi lombarde anche da qui, dal fondo della pianura. Frugo nella memoria delle gite col CAI fatte alle elementari e ripesco i nomi della Grigna, della Grignetta, del Resegone (Resegòn in Lombardo). Salta anche fuori qualche canzone di montagna.



Non so perché, ma in questi casi mi scatta l'associazione mentale con la Terra di Mezzo, il Signore degli anelli e le peregrinazioni di Frodo e compagni. In rapida successione, penso che un secolo fa o giù di lì quello delle prealpi non doveva essere uno spettacolo tanto inusuale. "Eh, già, una volta qui era tutta campagna", altro che smog, suv e palazzoni brutti e periferici. Per pochi attimi, ho il sentore di un mondo antico, passato, legato alla terra e ai suoi ritmi, al movimento ciclico delle stagioni. Rivedo i solchi dei campi arati per l'inverno, i mucchi di letame, la famigerata scighera (la nebbia, in milanese) e il ghiaccio del pianeggiante inverno lombardo. Per un attimo. Poi la visione mi scappa come una nutria nel naviglio e mi guardo intorno: son tornati i palazzoni, le file di auto, e la nebbia - questa sì - ma dei tubi di scappamento.


lunedì 4 novembre 2013

Aironi & nutrie

Radio Baltica
Elio e le storie tese - Zelig (la cunesiùn del pulpacc)


Accennavo tempo fa alla pista ciclabile che costeggia il naviglio della Martesana.

Per i non-milanesi: qua una volta, oltre che tutta campagna, era tutto naviglio. Nel senso che i navigli sono una rete di canali navigabili progettati nel sedicesimo secolo per velocizzare il trasporto di merci verso Milano, non da ultimo il marmo del rivestimento del Duomo. Fino agli anni trenta del novecento, dunque, Milano era solcata da numerosi navigli, che nel bel mezzo della città si aprivano per formare bacini in cui ormeggiare le barche (uno esiste ancora oggi, è la Darsena di Porta Ticinese). Però durante il ventennio fasssista si decise che andavano interrati perché insalubri e per non ostacolare il traffico, che allora cominciava ad essere gagliardamente motorizzato con il rombo di italianissime automobili...

Fatto sta che mi trovo a percorrere quotidianamente l'alzaia della Martesana. Nella cesura tra le ultime propaggini di Milano e l'inizio della prima fascia di hinterland, esiste una zona grigia periurbana in cui si potrebbe tranquillamente girare un film con ambientazione postatomica. In poco spazio, infatti, si trovano: il mefitico fiume Lambro, uno dei più inquinati d'iTaglia; l'inceneritore di Sesto San Giovanni; l'antennone di Mediaset a Cologno Monzese, che spara tutt'intorno chissà quanti tsumani elettromagnetici. Qua e là, mucchietti di pattume e detriti.

Eppure, nonostante il grigiume, quando passo di lì dopo il calar delle tenebre faccio un incontro frequente: un airone. Che se ne sta lì, a ravanare tra il fango della riva, e quando mi sente arrivare stende con calma le ali e vola via, con l'eleganza incurante di chi può fare sostanzialmente quel che gli pare.

La natura, dunque, resiste negli interstizi della metropoli diffusa, nonostante la metropoli diffusa.

All'eleganza dell'airone notturno e solitario, fa da contraltare una buffa istantanea che ho registrato qualche giorno fa, sempre pedalando sull'alzaia. Una sciura in età da pensione, che svuota un sacchetto di pane secco nel naviglio. "Starà dando da mangiare alle anatre", penso, "pratica diffusa tra i pensionati della zona". Butto un'occhiata, e per poco non mi cappotto: macché anatre, c'è una mandria di bestie pelose e grosse come un gatto obeso. "Oddio, le pantegane mutanti!". Respiro, mi ricompongo: "Che pirla, sono solo nutrie".


mercoledì 30 ottobre 2013

Le stagioni in città

Ovvero, note di un Marcovaldo dei poveri.

Ieri ero in piazzale Loreto. Per i non-milanesi, piazzale Loreto è un luogo che secondo me è l'inferno del ciclista urbano. Una piazza gigante, qualche spartitraffico, erba malaticcia di colore grigiastro e traffico, traffico, traffico. Sempre traffico. Potete passare di lì alle quattro del mattino, e ci sarà sempre traffico. E rumore rombante di motori a scoppio. E aria puzzolente.
Ci passo tutte le volte che vado in centro, specie per il lavorodimmerda, che non so se l'ho già detto, ma si trova in piena cittàdeisoldi. Comunque, credetemi: se potessi, eviterei piazzale Loreto come evito le polentate della Lega.

Fatto sta che ieri ero in mezzo al piazzale, fermo al semaforo. Dovete sapere che i brutti palazzoni che circondano quella bolgia infernale hanno sulla sommità dei cartelli pubblicitari enormi. Una delle micro-distrazioni che mi concedo, stando fermo al semaforo, è quella di leggere i loro insulsi messaggi pubblicitari. Ieri, però, è successa una cosa diversa.

Alzo gli occhi, e il cielo color cemento è oscurato da tante piccole sagome nere. È uno stormo gigante di uccelli, che volano in sincrono come un enorme tappeto volante. Dall'altro sorvolano il piazzale, incuranti di noi poveri mortali inscatolati nelle automobili o a cavalcioni delle due ruote. Resto lì come un baccalà, a bocca spalancata. Non me l'aspettavo. Un po' di vita che si fa beffe della necropoli, che resiste con nonchalance e anzi con lo stile un po' distaccato di una compagnia di balletto.

Dura tutto una manciata di secondi, scatta il verde, riparto con il ripartire della colonna di veicoli. Però poi penso: "Eh già, siamo in autunno, gli uccelli migrano verso lidi più miti. Lasciando a noi poveri pisquani le intemperanze dell'inverno".

Lo scorrere delle stagioni si vede anche in città, basta saper osservare e coglierne i sintomi. Marcovaldo è vivo e lotta insieme a noi.


sabato 19 ottobre 2013

Vito e


Oggi tocca un post che più amarcord non si può. Della serie "come eravamo", "formidabili quegli anni", e via luogocomunizzando.

Dunque, anni fa si mise in piedi un gruppo demenziale. Eravamo giovani, eh già. Era la fine del 2004 e si era a stento maggiorenni. La maggior parte della formazione proveniva da un fallimentare esperimento di gruppo noia-folk sulla falsariga dei Modena City Ramblers. Un bel giorno, non mi ricordo più perché, a qualcuno venne in mente di fare un gruppo in cui, finalmente, divertirsi. Lanciammo a briglia sciolta la nostra irruenta creatività.

Fu così che nacque il gruppo di "Vito e". In realtà, il nome era più lungo, ma aveva come parte fissa solo "Vito e". Il resto, cambiava di volta in volta (ad esempio: "Vito e i piani inclinati", "Vito e la svolta di Salerno", "Vito e l'amore è quella cosa che mannaggialamiseria"). Vito era, chiaramente, il leader della band. Ma non era il front man, come di solito accade. Era l'elemento inutile, cioè quello che non faceva niente sul palco. Nelle intenzioni, doveva essere una critica libertaria al leaderismo radicato nella cultura pop. Nei fatti, era una simpatica buffonata. Sul genere musicale, poi, ci avevamo ricamato sopra un bel po': secondo noi facevamo "musica d'avanguardia postmodernista". Cosa significasse ce l'avevamo molto chiaro, tant'è che lo scrivemmo nero su bianco in un testo che accompagnava il nostro primo e unico disco. Oggi mica me lo ricordo, ma mi prometto di cercare dei meandri del disco duro quel manifesto. Certo che ne avevamo, di arroganza giovanile.

Il gruppo sopravvisse fino alla primavera del 2007, dopo un disco autoprodotto e una manciata di concerti. L'ultimo dei quali ebbe luogo il 5 maggio nel circolo Arci di Carugate (Mi), e venne aperto dalla lettura integrale del poema di Manzoni sulla morte di Napoleone ("Ei fu. Siccome immobile"). Giusto per dare un indizio della megalomania che affliggeva le nostre giovani menti.

Sono passati più di sei anni da allora. Ogni volta che penso all'arruffata parabola di "Vito e" non posso non sorridere. Obiettivo raggiunto, quindi. Ci siamo divertiti.

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Vito e il web 2.0
Ascolta il disco:
http://grooveshark.com/album/Vito+E+L+esordio+Finale/9295842

Vito e il libro delle facce:
https://www.facebook.com/pages/Vito-e/156544284362053?fref=ts

sabato 12 ottobre 2013

La vita è un ciclo

La vita è un ciclo nel senso di una bicicletta - per questa volta mi risparmio sbrodolate new age a buon mercato. La vita è un ciclo nel senso che la bicicletta - oltre ad essere il mio mezzo di trasporto preferito nella metropoli diffusa - è un punto fermo di quest'ultimo periodo.

Capita infatti che non mi fermi mai, spostandomi in lungo e in largo in sella alla bici. Vado da casa al lavorodimmerda, da casa al lavorobello e poi ritorno. Vado sulla pista ciclabile lungo il naviglio della Martesana. Mi districo con nonchalance tra il traffico caotico di Corso Buenos Aires. Pedalo impettito tra i suv della cittàdeisoldi, beffandomi tacitamente dei cumenda inscatolati e incolonnati in Corso Venezia. Pedalo con calma in Via Padova, scoprendo ogni giorno un kebabbaro nuovo, un minimarket cingalese, un negozio di elettronica cinese, un bar tamarro di ragazzi ecuadoriani, la discoteca rumena quasi in Piazzale Loreto. Fermo ai semafori rossi guardo di sottecchi le belle cicliste, e poi faccio il vago se se ne accorgono. Se esco la sera nei bar di Lambrate o di Bicocca ci vado in bici, ché poi al ritorno fa freschino e smaltisco per bene le birre. La mia vita a Milano non è fatta di mezzi pubblici e orari: è fatta di bici, di sudate quando calcolo male i tempi e mi tocca correre, di docce gelate se non guardo il meteo e dimentico gli ammennicoli impermeabili.

La vita è un ciclo e le cose girano. Girano le ruote, le pedivelle, e qualche volta girano pure le palle: il pavé del centro è insopportabile, ma mai quanto la maggior parte degli automobilisti nell'ora di punta. E cosa posso dire oltre a questo? Ho voluto la bici e ora pedalo. 


giovedì 3 ottobre 2013

Non-ringraziamenti

Sottotitolo: un'istantanea di una generazione truffata


In coda alla mia sofferta tesi di laurea specialistica, oltre ai classici ringraziamenti, decisi di scrivere dei non-ringraziamenti. Ammetto che fu un atto assolutamente gratuito e velleitario. Ma morivo dalla voglia di togliermi qualche sassolino dalle scarpe e di comunicare tutto il disprezzo che provavo verso l'istituzione accademica e certi personaggi che la popolano. La cosa fece imbestialire la mia relatrice, che smise di parlarmi. Peccato, perché apparteneva alla sparuta schiera dei docenti che avrei salvato. Chi avrei volentieri mandato a vendere ghiaccioli in Siberia, invece, era il correlatore. Il quale, durante la discussione si mise a blaterare di cattivi maestri e di anni '70. E mi accusò di non avere il senso della misura. Su questo, però, non credo avesse tutti i torti.

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Nei cinque anni e mezzo passati all'università di Pavia ci sono state circostanze e persone che mi hanno profondamente disgustato e che meritano, per quel che può valere, la mia piccola damnatio memoriae personale.

Innanzi tutto, ora che sono giunto alla fine, ho la netta sensazione di non aver imparato praticamente nulla durante il corso di laurea specialistica in Economia, politica ed istituzioni internazionali. Davvero. Le uniche cose che salvo sono le esperienze che ho potuto fare all'estero grazie alla facoltà di scienze politiche: un tirocinio all'«Istituto internazionale di storia sociale» di Amsterdam e il progetto Erasmus a Santiago de Compostela. Grazie ai quali ho potuto fare un confronto tra le misere prospettive che offre questa «serva Italia di dolore ostello» e l'estero: meglio emigrare.

In seconda battuta, non-ringrazio i baroni rossi di scienze politiche, che ci hanno sempre dato affettuose pacche sulle spalle. Dicendoci grosso modo che il loro dovere l'hanno già fatto ai tempi di Lotta Continua, e che oggi tocca a noi protestare e cambiare la baracca. Peccato però che nel frattempo – novelli Ponzio Pilato – non abbiano mosso un dito contro la ventennale demolizione dell'università pubblica italiana.

Non-ringrazio i vertici dell'Università di Pavia por come si sono comportati in questi ultimi tre anni di mobilitazioni universitarie. Non li ringrazio per averci sempre messo la digos alle calcagna, per aver tentato di soffocare le nostre voci critiche rispetto alle loro scelte politiche, per averci mandato contro la celere in qualche occasione. Come ho scritto concludendo il mio lavoro, una società (e in questo caso un’organizzazione complessa come un ateneo) incapace di misurarsi con i conflitti che maturano al proprio interno è inevitabilmente incapace di rinnovarsi.

Rettore, pro-rettori e baroni vari hanno sempre preferito a noi studenti gli accordi con la politica del palazzo (dal ministero in giù) e le opinioni dei consigli di amministrazione delle imprese. Invece di ascoltare quanto avevamo da dire, hanno preferito organizzare – ad esempio – scintillanti conferenze pro-nucleare con l'Enel e per tessere le lodi del progetto Expo 2015. Oppure invitare le imprese a mostrarci quanto saranno dorate le gabbie di precarietà in cui intendono chiuderci una volta laureati. Noi studenti siamo la maggioranza nell'università, eppure contiamo come il due di picche, o forse meno.

L'ultima beffa riguarda la commissione che ha steso il nuovo statuto dell‟ateneo pavese, imposto dalla riforma Gelmini: nella «commissione dei quindici» solo due studenti in un mare di docenti ordinari; e per giunta non eletti democraticamente, ma nominati a dito dal magnifico rettore. E poi: nessun referendum per ratificare lo statuto licenziato dalla commissione, ma solo una conferenza benevolmente concessa dall'alto, che nelle sue modalità ricorda gli stati generali del salone della pallacorda. Il terzo stato (studenti, dottorandi, ricercatori non strutturati, personale tecnico-amministrativo) ha come unica concessione quella di dire la propria, ma senza nessuna ricaduta concreta sullo statuto. Uno sfogatoio, insomma. Tanto valeva allestire una piscina con le palline di plastica come all'Ikea, per tenerci occupati mentre la «commissione dei quindici» scrive quello che gli pare. J’accuse!

Come dimenticare, poi, l'accanimento dimostrato dai vertici dell'università contro il progetto dello «Spazio di Mutuo Soccorso ex Mondino», che avrebbe ridato vita ad un suo stabile vuoto da sette anni? A fronte di un progetto autogestito di studentato, mensa, sala studio, spazi culturali e ricreativi, a fronte di un luogo di libera socialità e trasmissione dei saperi, il rettore e i suoi hanno preferito lo sgombero con la forza. Hanno scelto di lasciare la struttura vuota, quando non ci sono né soldi né progetti specifici per il suo recupero. Hanno preferito ignorare il problema sollevato dagli occupanti, poi drammaticamente esemplificato dai due coraggiosi studenti che si sono arrampicati sul tetto per due giorni ed una fredda notte di febbraio. È questa la migliore delle gestioni possibili? Personalmente, ho qualche dubbio: shame on you!

Sono però sicuro che un giorno sapremo riprenderci – come studenti e prima ancora come generazione truffata – la rivincita che ci spetta: le acque si sono ormai mosse...

Sono comunque consapevole del fatto che l'ancien régime dell'università italiana è solo un preludio di quello che mi aspetterà nel mercato del lavoro come neo-laureato: nella migliore delle ipotesi, offerte di stage non retribuiti, mansioni ben al di sotto della mia formazione e capacità, contrattucoli a termine per il mc-job di turno. Nella peggiore, la disoccupazione. Non ci si stupisca, dunque, se i giovani laureati di questo triste paese scelgono di espatriare, in luoghi in cui la loro formazione è valorizzata almeno un po'.

E qui mi fermo, per non scriver un altro centinaio di pagine.


Cologno Monzese/Pavia
inizio luglio 2011


mercoledì 2 ottobre 2013

Non, je ne regrette de rien

Radio Baltica
Edith Piaf - Non, je ne regrette rien


Spesso, con il passare del tempo, si guarda con occhio critico alle cose del passato. Si ridimensionano scelte, si rivalutano obiettivi, si criticano punti di vista. Non trovo nulla di male in tutto ciò, anzi. Chi non cambia mai o è morto o è cretino, mi piace ripetere.

Tempo fa, durante gli anni esaltati e frenetici dell'università, mi facevo chiamare con un certo soprannome, che sentivo talmente mio da essermelo cucito addosso tipo le toppe su certi giubbotti punk. Era il mio brand, per così dire. Si componeva di un nome, che altro non era che la versione anglicizzata del mio diminutivo di sempre, e di un cognome. Il cui significato era in qualche modo antitetico al mio vero (e bizzarro) cognome. Pronunciati insieme, producevano un'allitterazione facile facile da ricordare. Però così non rendo l'idea. Ogni volta che mi infilavo in quel soprannome, subivo una metamorfosi. Usciva la mia vena polemica, la parte di me militante dell'area autonoma, grezza e volgare quando serviva. Col senno di poi, avevo una sorta di sindrome da frontman da band adolescente; solo che - invece che gratificarla con la musica - usavo la militanza politica, soprattutto in università. Mi precipitavo dietro a ogni striscione o megafono che mi capitassero a tiro.

Poi, vabbé, a un certo punto ho fatto la mia brava autocritica e ci ho dato un taglio. Quell'eteronimo ingombrante e chiassoso è andato in soffitta, insieme all'esperienza universitaria, per l'avvicendarsi di un'altra fase della vita.

Ma questo non significa che abbia rinnegato quel periodo. Anzi.
Non mi pento di nulla.


giovedì 26 settembre 2013

Morriña

Radio Baltica
Siniestro total - Miña terra galega

In generale, è difficile trovare un galego o una galega che non senta un qualche tipo di vincolo coa terra. E dopo quasi un anno passato qui, a mio parere non hanno tutti i torti ;).

La Galicia – storicamente una delle regioni più povere dello stato spagnolo – è una terra d’emigranti. Milioni di nipoti e bisnipoti di galegos sono sparsi tra l’Europa Centrosettentrionale e l’America Latina, al punto che in alcuni paesi sudamericani il termine “gallego” è sinonimo di migrante spagnolo (si vedano le strisce di Mafalda, ad esempio, con il personaggio di Manolito, figlio del commerciante gallego Don Manolo).

Però i galegos emigrano malvolentieri, e quando stanno lontani li accompagna il ricordo malinconico degli affetti, del paesaggio, del cibo, del bere lasciati a casa.
Questo stato d’animo si chiama morriña, e il concetto che più gli si avvicina è quello di saudade. Morriña è anche una delle poche parole in galego che si usano correntemente in castigliano, al punto che è stata inserita nel dizionario della Real Academia Española.

Tra qualche settimana rientrerò nella fetida pianura padana: quizais teño morriña preventiva?

martedì 24 settembre 2013

Erasmus go home

Continua l'archeologia, stavolta con una cosa un po' più leggera. Venne scritta nell'estate del 2010: stavo concludendo il mio periodo Erasmus a Santiago de Compostela e tenevo una sorta di diario di viaggio per un'emittente radiofonica di Milano.

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Radio Baltica
Los Ilegales - Caramelos podridos

Una delle strane etnie che popolano Santiago – il villaggio cosmopolita – è l’arruffato popolo degli Erasmus. Sotto questa definizione ricadono studenti europei beneficiari di borse Erasmus, studenti di altre regioni d’Ispagna beneficiari di borse Seneca, studenti sudamericani beneficiari di borse Erasmus Mundus, più dottorandi e giovani ricercatori dalle più disparate provenienze che – in trasferta per ragioni accademiche – calpestano il suolo santiaghese.

Ignoro se siano la minoranza etnica più numerosa, ma non ho dubbi sul fatto che siano tra quelle che producono le reazioni più forti: odio o amore, non esistono vie di mezzo. Il fatto che sollevino passioni è testimoniato – in alcune vie della città vecchia – da scritte che li invitano a tornare da dove sono venuti: Erasmus go home.

Come è facile immaginare, sono amati alla follia dai gruppi sociali che intascano i loro soldi. Come i proprietari dei mille bar di Santiago, dove gli Erasmus scambiano euro in cambio di bevande alcoliche. O come i padroni di casa, che alzano il prezzo degli affitti giocando sul fatto che l’Erasmus medio non ha la minima idea del costo della vita in Galicia (minore rispetto ad altri paesi europei e ad altre parti d’Ispagna).

Più variegato e difficile da definire è l’insieme di chi gli Erasmus li sopporta a fatica. Le cause – al contrario – sono già più evidenti. L’Erasmus medio europeo – generalmente giovane e maschio – ha impressa a fuoco nella testa l’equazione: Spagna = fiesta. Ciò comporta che si senta autorizzato a bere e drogarsi, a fare il pirla per la strada, a molestare ogni potenziale partner sessuale. L’Erasmus medio non si è preso la briga di informarsi sul contesto in cui andrà a passare il suo periodo Erasmus, e durante le prime settimane brontola perché in Galicia si parla galego (sorprendentemente anche durante alcune lezioni in università!). L’Erasmus medio tende ad autoghettizzarsi, trascorrendo la maggior parte del tempo con i suoi simili e non interagendo con gli autoctoni (e i casi più gravi di questo comportamento sono stati osservati in esemplari di Erasmus itaGliani). Eccetera eccetera.

Sì, lo so cosa state pensando: anche io sono un Erasmus ed è più facile vedere la pagliuzza nell’occhio altrui che non la trave nel proprio. Ma dovreste prendervela coi conduttori della trasmissione – e non con me – perché accettano come corrispondenti degli pseudointellettuali rompiscatole con gli occhiali con la montatura di plastica nera (in castigliano il concetto si esprime con una sola parola: gafapasta).

sabato 14 settembre 2013

Quel che vogliamo ce lo prendiamo

30 novembre 2010, ore 9 del mattino. Oggi a Roma la Camera voterà il ddl Gelmini, contro cui tutte le università del Paese di Pulcinella si stanno mobilitando ormai da un mese e più. Qui a Pavia abbiamo organizzato un corteo insieme agli studenti medi. Speriamo bene, è il secondo corteo nell’arco di un paio di settimane, non sarà un ritmo eccessivo per la nostra sonnolenta città? D’altra parte, penso che questa volta ci saranno molti più universitari, dato che nell’ultima settimana le proteste anti-Gelmini sono rimbalzate su tutti i media mainstream italiani e stranieri, complici anche le «nuove» forme utilizzate: l’occupazione di tetti e luoghi elevati, o di monumenti che nell’immaginario collettivo fanno parte del bistrattato patrimonio culturale nazionale. Ma, soprattutto, il blocco di autostrade, stazioni ferroviarie, arterie cittadine e in qualche caso di porti ed aeroporti.

Tanto per cambiare, sono stanchissimo: lì nell’aula magna sotterranea occupata – la nostra bat-caverna, la nostra casa, la nostra base operativa – siamo stati alzati fino alle tre per finire striscioni e cartelli. Ma ora tutto è pronto. La gente si sta già radunando all’ingresso principale dell’università, ritrovo per le facoltà umanistiche. Dobbiamo aspettare che arrivi il corteo dei medi, partito dalla stazione, ed il corteo in arrivo dal polo scientifico, fuori dal centro cittadino. Si fa un giro di chiamate, entrambi si sono mossi, tutto bene, aspettiamo che arrivino. Così, per scaldare un po’ l’aria, partiamo in corteo interno nel polo centrale: i cori rimbalzano per chiostri e cortili incitando i nostri compagni ad unirsi a noi contro la demolizione dell’università e del presente – perché il futuro ce l’hanno già scippato! Li invitiamo anche a disertare la triste iniziativa di pompieraggio baronale organizzata dai vertici dell’ateneo: la proiezione su maxischermo – manco fosse una partita dei mondiali – della diretta del voto alla Camera. A noi sembra una mossa per dirottare qualche studente dal corteo, e uno striscione appeso lì fuori riassume il tutto: «La riforma non si guarda, si blocca!». Parole sante, e che cazzo. Torniamo dal nostro giretto, e i due cortei sono già arrivati. C’è un sacco di gente, la scommessa della partecipazione quantitativa l’abbiamo vinta. Sintomo di quanto sia sentita la questione. Penso subito ad una cosa: ce la possiamo fare, possiamo vincere! Nei giorni scorsi le mobilitazioni sono divampate di città in città come degli incendi, e anche a Pavia le fiamme crepitano, segno che sotto le braci stava covando l’incazzatura. Se siamo in tanti qui, figuriamoci nelle altre città: l’Italia sarà bloccata, il governo dovrà rassegnarsi a fare i conti con noi. Mentre penso a queste cose, facciamo partire il corteo. In testa c’è uno striscione, sorretto da studenti medi ed universitari insieme, che dice: «Il futuro è ora». Significa che non c’è spazio per la retorica paternalista di certa politica, di certi professionisti della sconfitta: altro che «poveri ragazzi disillusi e senza speranze», altro che lotta per il futuro. La posta in gioco è il presente. È praticamente impossibile ricordarsi tutti gli striscioni e tutti i cartelli che ci sono in strada stamattina. Sicuramente c’è lo striscione di lettere e filosofia occupata; e la citazione fantozziana degli studenti di fisica: «La riforma Gelmini è una cagata pazzesca». Per non parlare poi delle decine e decine di cartelli che riportano citazioni di personaggi che hanno dato un contributo al mondo della cultura e del sapere, da Woody Allen a Bertold Brecht.

Alternando speakeraggi sui temi della mobilitazione, musica e cori, il corteo si snoda per le strade pavesi lungo il percorso concordato con la questura. Arrivati in piazza Minerva, sotto la gigantesca statua della dea della sapienza, ci fermiamo. Dal microfono parte un discorso dall’andamento vagamente situazionista ma dal contenuto dirompente: il blocco dei flussi. È infatti dal 2008 che ci siamo resi conto che fare i soliti cortei non serve poi a molto. Ti fai la tua passeggiata, stai in giro un paio d’ore, ma l’impatto della manifestazione è ridotto: qualcuno si affaccia alla finestra, la Provincia Pavese scrive un trafiletto, ma l’indomani la vita quotidiana ha già ripreso la sua «normalità» e nessuno ci pensa più. Normalità? Ma quale normalità? Ce lo siamo ripetuto cento volte, nelle riunioni e nelle assemblee, nei cortei spontanei, che la situazione in cui ci troviamo non è normale. Non sono normali i tagli al fondo di finanziamento ordinario delle università, non è normale l’aumento delle tasse, non è normale che ci facciano indebitare coi prestiti d’onore, non è normale lo smantellamento a colpi di decreto dell’università pubblica, non è normale che un governo traballante non ci ascolti. Di fronte a questa finta normalità dobbiamo mettere in campo strumenti non convenzionali. E non solamente simbolici: dobbiamo creare momenti di rottura di questa presunta «normalità». Uno degli strumenti-chiave è quello dei cortei spontanei, non autorizzati. O – detto alla francese – della manif sauvage. L’obiettivo è chiaro: il blocco dei flussi. Non dimentichiamoci che la nostra piccola Pavia è in realtà una specie di quartiere periferico a sud della metropoli milanese. È una città la cui economia si fonda sull’università e sul policlinico, quindi su flussi di conoscenza, anche altamente qualificata. È al centro di importanti flussi di persone, essendo una stazione intermedia sull’asse ferroviario Milano-Genova. Senza contare poi i flussi di merci, che transitano per i poli della logistica che punteggiano il territorio della provincia, specie negli spazi intermedi tra città e città, tra il «quartiere sud» e la metropoli. Mentre vengono dette disordinatamente queste cose, il serpentone del corteo è fermo in mezzo alla piazza, che è uno dei principali snodi del traffico stradale in città. Il fatto che parecchie automobili comincino ad accalcarsi dietro gli agenti della polizia locale che presidiano il nostro percorso mi sembra un ottimo inizio, una micro-dimostrazione del discorso di cui sopra. E poi ancora: individuare i gangli nevralgici e simbolici di creazione di ricchezza. Merci, persone, reti informatiche. Ma anche trasporti, mobilità, informazione e comunicazione. Saremo in grado di farci vedere e di farci ascoltare se saremo in grado di colpire i colli di bottiglia della produzione reticolare nella metropoli e nel paese. Provocare una ferita economica, ribaltare i rapporti di forza a nostro vantaggio. Come mi piace ripetere parafrasando uno slogan di qualche decennio fa: «Uscire dal ghetto, basta andare adagio, invadere le strade, creare disagio».

Ora ci muoviamo dalla Minerva, scendiamo lungo viale Libertà verso il fiume, verso il Ticino. Mi guardo in giro: le fila del primo pezzo del corteo si fanno più serrate, gruppetti di studenti dal fondo si portano in testa, pian piano gli striscioni intermedi vengono piegati. In molti fanno come me, si guardano intorno, e in particolare osservano i pochi poliziotti presenti, con il casco blu agganciato alla cintura e il manganello ammainato, ignari di tutto. Sì, perché nelle assemblee preparatorie al corteo si era deciso di andare oltre la ritualità e le passeggiate, di dar vita a dei «fuori programma» selvaggi a partire dal percorso concordato. Una buona pratica – tra l’altro – già sperimentata con successo a Pavia durante i cortei dell’Onda, nel 2008. Alla fine del viale c’è il Ponte della Libertà, uno dei fondamentali punti di accesso alla città da sud. Quando ci troviamo a poche decine di metri dal ponte, dall’impianto di amplificazione parte la «Cavalcata delle Valchirie». Un fiotto di adrenalina mi arriva dritto al cervello, le gambe cominciano a muoversi da sole. Corriamo come pazzi, scavalchiamo gli sbirri, ed invece di girare a sinistra andiamo dritti ed invadiamo il ponte, zigzagando tra le auto incolonnate che aspettavano la fine del corteo per transitare. È fatta, il ponte è occupato: siamo usciti dal nostro ghetto fatto di aule ed esami, stiamo creando disagio! In pochi attimi spunta uno striscione enorme, lungo trentasei metri, che con un po’ di fatica viene appeso alla fiancata del ponte. E dice: «Per non finire sotto un ponte lo occupiamo. Quel che vogliamo ce lo prendiamo. No ddl Gelmini».

Archeologia

Per attraversare le terre di frontiera c'è bisogno di buone mappe, di bussole, o almeno di coordinate.
Le buone mappe sono un lusso, nelle terre di nessuno in cui ci stiamo muovendo. Quindi meglio non farsi troppe illusioni. E le bussole? Siamo davvero sicuri di saperle usare? Sappiamo leggere le informazioni nascoste dietro ad un ago magnetizzato che fluttua? E poi, ci si potrà fidare di altri strumenti? Non sarà paccottiglia superflua che certi mercanti cercando di venderci a caro prezzo nelle fiere di paese?
In questo nostro navigare a vista, dunque, non ci resta che cercare delle coordinate. Nulla di più che qualche spunto, qualche indicazione, tutt'al più esempi chiari su cosa non fare.

Andando alla ricerca di queste coordinate, ho sentito la necessità di fare un po' di archeologia. Frugare nel passato alla ricerca di tracce e sentieri abbozzati. Setacciare con il filtro dell'esperienza la strada percorsa per arrivare a questo punto. Dopo aver conosciuto la frontiera, le città e i paesaggi attraversati in passato - spero - sapranno parlarci in modo diverso. Illuminare angoli rimasti finora oscuri. Togliere polvere a strumenti che ci sembravano inutili.

Per queste ragioni, ho deciso di riproporre sul bollettino alcune cose che, ora, mi sembrano catturare bene lo spirito di determinati momenti degli anni passati.
Vi cercherò delle coordinate. Voi, liberi di farne quel che volete.


sabato 31 agosto 2013

Quaderno di frontiera


Radio Baltica
99 posse - Curre curre guagliò


Finisce agosto e inizia settembre; finisce l'estate e inizia l'autunno. Siamo in un periodo dell'anno di frontiera.

Faccio mente locale, e m'accorgo che l'estate 2013 me la ricordo attraversata dalla frontiera. Non solo attraversando la frontiera - tra stati, stati d'animo, comuni, province o regioni - che non è certo una novità. Dico piuttosto attraversata dall'idea della frontiera come spazio fisico e mentale.

L'estate inizia in una città che si chiama Jerez de la Frontera, ed è il genere di cose che mi fan sospettare che "le casualità non esistono" (Ernesto Sábato). Da lì, torno nell'hinterland milanese: attraverso la frontiera fisica tra due stati e quella mentale tra lavoro e non-lavoro, tra l'avere un progetto e cercarne un altro, tra gli obiettivi da raggiungere e le molteplici potenzialità che si aprono. Due giorni dopo, riparto per Santiago de Compostela, dove mi fermerò un mese. La Galizia è una meravigliosa terra di frontiera, a ridosso del confine con il Portogallo e circondata dall'Atlantico; è la terra che ospita il capo Finisterra, l'estrema frontiera occidentale del mondo conosciuto dagli uomini e dalle donne dell'Europa romana e medievale. La permanenza a Compostela segnerà anche il passaggio attraverso frontiere fatte di persone, parole, emozioni e relazioni umane. Con un bagaglio zeppo di umori contrastanti, torno nell'hinterland, dove passo dei giorni a rimuginare sul vissuto dei mesi appena trascorsi e cerco di immaginare quello dei mesi a venire. Ne approfitto anche per riannodare i contatti con persone amiche sparse nel nord Italia, e mi rendo conto che ognuno - con gradi differenti - sta sperimentando le proprie esperienze di frontiera. Faccio una scappata in Valtellina, all'ombra delle Alpi e a ridosso della frontiera con la Svizzera. Successivamente, la voglia di montagna mi porta sull'appennino, in quella zona di frontiera chiamata delle Quattro Province. Nell'intrico di valli e crinali, infatti, s'intersecano i confini di quattro province e delle relative regioni: Alessandria, Genova, Pavia e Piacenza. Nel corso delle mie passeggiate, basta una mezz'ora per passare dall'Emilia alla Lombardia al Piemonte; da quelle parti, poi, capita che tra il borgo e la sua frazione ci sia la frontiera linguistica di due dialetti diversi. Infine, tra le letture più interessanti di quest'estate ci sono due libri molto densi che affrontano di petto - tra le altre cose - la storia ed i nodi irrisolti di due terre di frontiera. Il primo parla di Sudtirolo, il secondo di Trieste; entrambi rievocano storie di italianizzazione forzata, di vessazioni fasciste, dell'ombra del Terzo Reich, di partigiani e di guerra; storie di ottusa ostilità alla differenza, di lingue messe a tacere, di minoranze che poi tanto minoranze non sono, di problemi di convivenza, di rabbia, di chiusure e di identità irrigidite a tavolino, di falsi miti e narrazioni tossiche.

Penso che la frontiera mi piace, non quando è muro sormontato da filo spinato, ma quando è membrana porosa e permeabile. Quando la gente parla almeno due lingue - e per parlare intendo non solo esprimersi, ma conoscere a fondo e comprendere le forme mentali ad esse sottese - e può saltare dall'una all'altra senza che ciò causi attriti. Sono insofferente alle identità tracciate col righello e col compasso, che non ammettono di essere frutto di innumerevoli ibridazioni e quindi entità spurie, figlie illegittime dell'intreccio casuale degli eventi umani. Mi piace, insomma, l'idea di una frontiera che è molteplicità, che è prima di tutto potenzialità creativa. Ma sono insofferente anche alle rappresentazioni piatte delle realtà complesse. Sarebbe ingenuo far finta che nella frontiera non sorgano anche problemi di convivenza tra differenze e conflitti. Anzi, ho imparato a diffidare delle narrazioni che nascondono i conflitti sotto il tappeto. Ma siamo sempre al solito punto: il problema non sono i conflitti in sé, elemento fisiologico della vita collettiva degli esseri umani. Il problema è la gestione dei conflitti. La sfida, forse, è trovare un percorso condiviso per affrontarli in maniera negoziata e costruttiva. O almeno provarci. Tante volte il percorso insegna più che il raggiungere la meta, e nella mia modesta esperienza ho visto che condividere con qualcuno degli impegni pratici aiuta a conoscersi ed andare oltre le impressioni superficiali (purché poi ci si fermi a ragionarci sopra, eh). Certo, il percorso è faticoso e ci si stanca, può farci venire dubbi sulla sua utilità o sulla nostra reale motivazione. Ma spesso, di far fatica, ne vale davvero la pena. Come salire in cima a una montagna, girarsi e guardare il panorama.

Quindi, queste settimane sono trascorse ruminando intorno all'idea della frontiera. Ho pensato che le pagine elettroniche di questo blog nacquero proprio per raccontare le esperienze in una terra ai confini orientali dell'Unione Europea. Mi ricordo che ironizzavo sul fatto di trovarmi in un paesello sperduto e di sentirmi come nella Fortezza Bastiani de Il deserto dei Tartari... E dopo ho pensato che, se da un anno abbondante faccio annotazioni saltuarie su questo quaderno di frontiera, beh, potrei continuare a farne. Per evitare - per dirla coi 99 Posse - di "vivere una vita intera come sbirri di frontiera in un paese neutrale, anni persi ad aspettare qualcosa, qualcuno, la sorte o perché no la morte".


Bibliografia
Alexander Langer, Il viaggiatore leggero. Scritti 1961-1995, Sellerio, Palermo, 1996.
Wu Ming 1 e Roberto Santachiara, Point Lenana, Einaudi, Torino, 2013.



sabato 8 giugno 2013

Me llaman el desaparecido...

Cari amici e care amiche di terra, di mare e di aria,

lo so che anche stavolta i buoni propositi di scrivere aggiornamenti a cadenza regolare sono andati in fumo. Ma che volete farci? Tre mesi mi sembran pochi. E poi qui, a differenza del paesello lituano, fortunatamente ho una vita sociale degna di questo nome.

Comunque il tempo stringe: tra otto giorni me ne vado dalla Frontera e quindi m'è venuta certa urgenza di raccontare, se non altro per fissare da qualche parte una serie di pensieri sparsi che mi sono passati per la testa in questi mesi. Comincio qui, e chissà quando e come finisco.

La lingua, cavolo. Sarà banale, pero è fondamentale conoscere la lingua indigena abbastanza da capire le sfumature e da parlare di qualsiasi argomento salti fuori. In particolare in terra iberica. Intendiamoci: sapete che non mi piacciono le generalizzazioni. Però in nessun altro luogo ho trovato una tale cultura della socialità da bar e della chiacchiera a briglia sciolta. Può essere a metà mattina, in un bar di fronte all'Archivio con un café con leche e una tostada all'olio e pomodoro; può essere al pomeriggio, sorseggiando in una terraza l'ennesimo caffè o una bibita analcolica con ghiaccio e limone; può essere la sera, appoggiati alla barra con una caña e una tapa condivisa con l'interlocutore; può essere di notte, con un gin tonic in una mano e gesticolando con l'altra, parlando dei massimi sistemi e delle ricette macroeconomiche per uscire dalla crisi spernacchiando l'austerità della Troika. Insomma, la chiacchiera nel suo habitat naturale del locale pubblico è una delle cose che più mi piacciono e che più mi mancano lontano dalla Penisola. Fateci caso, nel vostro prossimo viaggio in una qualsivoglia comunidad autónoma: nonostante la crisi, la contrazione dei consumi e le chiusure forzate, la densità di bar resta alta, impressionantemente alta. E non sono solo i bar dei vecchietti, della briscola e del bianchino come si vede in iTaglia: il bar è un elemento radicato e intergenerazionale.

Nell'ambito privato, poi, la chiacchiera da bar ha una piacevole cugina: la sobremesa, ossia la chiacchiera post-pasto in casa di familiari o amici. Lunghissima, piena zeppa di deviazioni e svolte impreviste, spesso innaffiata da bicchierini, stimolata da innumerevoli caffè, annebbiata dal fumo di mille sigarette.

Mi fermo qui, ché vado a far la spesa. Saluti dalla Frontera.

venerdì 12 aprile 2013

Bollettino di Frontera

Riassunto delle puntate precedenti.
A inizio dicembre son venuto via dal paesello baltico, ho passato le feste in terra galega, e alla fine di febbraio è saltato fuori un ripescaggio per una borsa Leonardo (a cui avevo partecipato in novembre). Sicché - nel giro di poche settimane - mi son spostato con armi e bagagli a Jerez de la Frontera, provincia di Cadice, nell'estremo sud della penisola iberica.

Sarà che oggi è venerdì, sarà che ad inizio aprile ci son già più di venti gradi, saranno i rilassati ritmi andalusi, ma è una settimana che cincischio tentando di scrivere il primo aggiornamento dalla Frontera. E mica ce la faccio, mannaggiaccristo. Sicché mi limito a lasciare qualche coordinata, e se poi ci avete qualcosa da chiedere, chiedete - perbacco - che a questo servono i blog. Però non pensiate - amicieamiche - che mi sia scordato di voi: la lontananza è come il vento che spegne i fuochi piccoli ed alimenta quelli grandi; e continuo a volervi bene, e baciabbracci.

Ridendo e scherzando son qua da tre settimane.
Scopo della borsa Leonardo è fare un tirocinio, ma la cosa buffa è che all'arrivo sapevo tutto tranne cosa cavolo avrei fatto. Ora lo so e son contento, ma prima potete immaginare. Venendo al dunque, faccio lo sguattero nell'archivio municipale di Jerez, uno dei più importanti dell'Andalusia, ecc ecc (a chi interessa e mastica il castigliano, info qui). Ho cominciato grosso modo una settimana fa, e per il momento mi dedico a digitalizzare documenti del sedicesimo secolo che riguardano porti, commercio marittimo, pirateria e cose così. Classica mansione da stagista stronzo. Paradossalmente, ho l'impressione di essere utile, perché i fondi sono così pochi e il personale così sovraccarico di lavoro che altrimenti nessuno si occuperebbe di tutti quei poveri atti capitolari. O, almeno, a me piace crederlo, di essere utile. Del resto si sa che l'essere umano è spesso vittima della propria vanità.
Prima di cominciare in archivio ho fatto un corso di lingua (non molto utile, in realtà) e fatto il turista durante la settimana santa (un tripudio di confraternite incappucciate, statue pacchiane e di gente per strada).
Vivo con tre ragazze e un ragazzo, tutti italiani, anche loro con una borsa Leonardo. Per ora, le conoscenze indigene sono limitate alla fauna dell'archivio.
Infine - last but not least - mi sono iscritto ad un corso di pilates.

Saluti dalla Frontera.