giovedì 2 agosto 2012

Bollettino n.2 - Giugno


Il secondo mese a Birštonas passa senza eccessive sorprese. In biblioteca continuo a fare quel che stavo facendo, ma senza la regolarità che aveva scandito le prime settimane. Luglio è infatti un mese di ferie per alcune delle lavoratrici della biblioteca. Vengo perciò promosso sul campo e divento una specie di jolly: sostituisco chi di volta in volta va in vacanza. Provo anche l’ebbrezza dell’ignoto: nulla viene pianificato, arrivo la mattina in biblioteca e solo allora scopro dove passerò la giornata. La caratteristica dello scarso preavviso la ritroverò anche in un’altra questione. Ma andiamo con ordine.

A rompere la routine ci pensano alcuni avvenimenti. Per esempio una gita con i vecchietti del paese sulle tracce di Maironis, il prete-poeta simbolo del patriottismo lituano all’epoca dell’occupazione zarista, immortalato sulle banconote de venti litas, di cui quest’anno ricorre il centocinquantesimo anniversario della nascita. Passo un’intera giornata su e giù dal torpedone, macinando chilometri e mangiando i manicaretti che le nonne mi offrono in continuazione. Passiamo per il memoriale e la casa-museo a Kaunas, la casa di campagna della famiglia dove Maironis passava le estati, poi - improvvisamente - visitiamo la versione lituana di Fatima, un giga santuario costruito attorno alla roccia dove nel seicento apparve la madonna ad alcuni pastorelli. Guarda caso fu la scusa per cacciare a pedate dal contado la folta comunità calvinista che vi si era installata grazie alla protezione di un signorotto locale. Evabbé. C'è pure una statua di papa Wojtyla, ahimè. Che la gita avesse un connotato troppo cattolico per i miei gusti di ateo ed apostata, me ne sono accorto alla prima tappa, conclusasi con una preghiera alla buonanima di Maironis. D’accordo - mi son detto - si sa come sono i vecchietti, specie in un paese dove per cinquant’anni il culto e’ stato proibito (non c'è modo migliore per rafforzare qualcosa che vietarlo, dice il buonsenso). Alla gita partecipa anche l’anziano prete del paese, che una parentesi se la merita. Alla prima occhiata sembra solo un grasso prete ottantenne come ce ne sono tanti in giro per il mondo. Poi, però, attacca bottone e scopro che parla italiano: ha vissuto una decina d’anni a Roma - tra i Cinquanta e i Sessanta - studiando in seminario dopo essere fuggito dalla repubblica socialista sovietica di Lituania e dalle grinfie di zio Stalin. Dopodiché s’imbarca per l’Ammerica, Detroit, dove rimane fino a due anni fa, quando torna in Lituania. Ovviamente, è felice come una pasqua per aver trovato qualcuno con cui fare pratica di italiano, e coglie tutte le occasioni utili per chiacchierare. Alla fine, mi invita anche a passare ogni tanto da casa sua - naturalmente la più bella della piazza centrale del paese - cosa che mi guarderò bene dal fare. Si diceva, è comprensibile che i vecchietti siano religiosi. Un po’ meno lo è il fatto che siano religiosi pure i giovani. Almeno, il cinquanta per cento dei giovani presenti alla gita. Oltre a me, infatti, c'è la figlia di una delle bibliotecarie, una venticinquenne reduce da un periodo passato a lavorare in Gran Bretagna. Arrivati all’altezza della statua di Wojtyla mi chiede se sono credente. Le rispondo che no, mi sono sbattezzato sei mesi fa e detesto la kiesa kattolika. Lei si fa seria e mi dice che anche lei non era credente, poi ha cambiato idea perché - testuali parole - le “è successo un miracolo”. A quel punto mi metto a guardare la punta delle scarpe. Si affretta ad aggiungere - con un certo sollievo da parte mia - che la maggior parte dei giovani lituani secondo lei non è interessata alla religione. Decido che non è il caso di farle altre domande.

Un secondo avvenimento che rompe la routine birštoniana sono tre giorni di formazione obbligatoria all’arrivo (sic), pagati dall’agenzia lituana dello Sve. L'utilità effettiva delle tre giornate - tra giochi di ruolo, powerpoint, disegni e momenti di riflessione comune - resta tutta da dimostrare, ma come vacanza non è stata male. In mezzo al niente - o meglio, in mezzo al bosco di un parco nazionale, non lontano dal confine con la Bielorussia - sulla sponda di un fiume, in una casetta di legno, e con una sauna a disposizione. A metà ottobre ci sarà la seconda puntata, la formazione obbligatoria di medio termine. Vedremo come va. Spero sia all'altezza della formazione all'arrivo, ça va sans dire.

Con mia grande sorpresa (e seccatura), una dei quattro partecipanti si è rivelata essere la mia nuova coinquilina. Nonostante ci fossimo scritti e-mail e sentiti per telefono per prendere accordi in vista della formazione, la gente dell’organizzazione di coordinamento si era ben guardata dall’avvisarmi. Nonostante un precedente. Un paio di settimane prima - infatti - apro la casella della posta elettronica e trovo l’e-mail di un’altra tizia, la quale mi avvisa che - l’indomani - sarebbe atterrata a Kaunas e che sarebbe stata la mia compagna d’appartamento. Inutile dire che l’e-mail risaliva alla sera precedente e che quindi la tizia sarebbe piombata a Birštonas da lì a poche ore. Casco dal pero e alla fine della giornata in biblioteca - visto che ufficialmente non sapevo ancora niente - chiamo l’organizzazione. Sorpresa: la futura coinquilina ha perso l’aereo, quindi non si sa quando riuscirà a venire. Rispondo che voglio assolutamente essere avvisato degli sviluppi. Sì sì. Dopo qualche giorno non so ancora nulla. Scrivo l’ennesima e-mail all’organizzazione. Altra sorpresa: alla fine la tizia cambia progetto, quindi resto solo fino a data da destinarsi. Ribadisco il fatto che mi piacerebbe sapere con congruo anticipo quando avrò dei coinquilini. Sì sì. Passano i giorni, arrivo alla formazione senza sospettare niente e mi trovo davanti una ragazza ucraina (Svetlana) che - subito dopo essersi presentata - mi dice: “Ah, noi vivremo insieme”. Arg! E il tizio dell’organizzazione, a cui avevo menato il torrone sul fatto di sapere le cose in tempo, era lì di fianco che si godeva la scena sorridendo. Avrei voluto strozzarlo. Invece, ho fatto buon viso a cattivo gioco e ho detto a voce alta: “Toh, che sorpresa, nessuno mi aveva avvisato”. In un primo momento avevo pensato che fosse la gente dell’organizzazione di coordinamento - oberata di lavoro - ad essere impresentabile e a farmi avere le informazioni col contagocce e all’ultimo momento. Poi, però, ho cominciato ad osservare la medesima tendenza - seppur con gradazioni diverse - in varie altre occasioni, soprattutto quando il padrone di casa passa dall’appartamento una volta al mese. Sono forse troppo rigido? Oppure mi trovo di fronte ad un tratto culturale? Oppure è un retaggio della mentalità burocratica sovietica?

A questo proposito – l’eredità culturale sovietica - durante la formazione sono venuti fuori degli spunti interessanti grazie alla formatrice dell’agenzia nazionale. Anche se troppo giovane per avere ricordi di prima mano (ha infatti ventinove anni), ha comunque cercato di raccontare il clima, l’atmosfera – invisibile e diffusa come un gas – che si respirava negli anni prima del crollo del blocco orientale, utilizzando i racconti di amici e famigliari. Metteva l'accento sul grigiore del conformismo imposto a suon di polizia politica e Siberia, minacce e controllo asfissiante. L'imperativo categorico era stare nei ranghi, non rompere le scatole ai superiori, non mostrare apertamente alcun atteggiamento critico – o anche minimamente creativo – nei confronti di quel pachiderma burocratico che dall'alto verso il basso controllava praticamente ogni cosa e lasciava margini di manovra inesistenti alle persone. Questa patina di conformismo graverebbe ancora sulle persone di mezza età, specie tra i funzionari pubblici, nati e cresciuti con quella forma mentis e troppo assuefatti per potersene staccare (curioso il fatto che un brunetta qualunque direbbe le stesse cose dei dipendenti pubblici italiani). L'adesione o meno alla mentalità burocratica sovietica – inoltre – rappresenterebbe una linea di frattura generazionale, profonda come una faglia sismica, con i giovani. Quel che sarebbe cambiato nelle generazioni post-sovietiche è il sistema di riferimento, le mappe mentali, gli orizzonti valoriali: oggi si guarda all'Europa (del nord), si va a lavorare in Gran Bretagna, in Scandinavia, in Germania, s'impara l'inglese, mica il russo. Nessuna Ostalgie, dunque, la nostalgia dell'Est che si osserva nell'ex Germania Democratica, che rimpiange la stabilità del lavoro e la certezza del welfare di prima dell'89. Qui – perlomeno tra le persone adulte con cui ho parlato – si accettano di buon grado il liberismo aggressivo, le privatizzazioni, l'erosione dello stato sociale, la disoccupazione, l'emigrazione, perché appaiono come il prezzo da pagare per essersi sbarazzati di quella pesante cappa di piombo che era la vita sotto al socialismo reale. Meglio, molto meglio oggi, che si può importare dalla Germania una Mercedes di seconda mano, di ieri, quando ci si doveva mettere in lista d'attesa (di qualche anno) per poter comprare un'utilitaria lenta e pesante come un carro armato. Anche di fronte alla Crisi che scuote l’Unione Europea non sembra emergere nemmeno un abbozzo di pensiero critico, nemmeno un dubbio che forse non è tutto oro quel liberismo che luccica. Giusto a titolo d’esempio, l’unica formazione politica lituana assimilabile alla cosiddetta sinistra radicale nostrana ha una percentuale bassissima di voti e nessun eletto in parlamento. E un partito in ascesa - sedicente partito del lavoro - è in realtà un partito fondato da un milionario. Già, anche a me ricorda qualcosa. Intanto, l'attuale governo di centro-destra ha un primo ministro demokristiano. E ad ottobre ci saranno le elezioni politiche.

Saluti dalla fortezza bastiani.

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