domenica 10 giugno 2012

Bollettino n.1 - Maggio

Sono arrivato da poco più di un mese. Intendiamoci, non c'è nulla di epico da raccontare. Ho trovato quel che mi aspettavo: una tranquilla cittadina di tremila e rotti abitanti, circondata dalle pigre volute che il fiume Nemunas dà nel bel mezzo del paesaggio ondulato.

Siamo nella Lituania meridionale, a una quarantina di chilometri da Kaunas. Città che con più di trecentomila abitanti, è la seconda del paese. Una specie di Milano (giusto per richiamare grappoli di concetti familiari e per fare gli itagliani all'estero): capitale tecnologica, culturale, universitaria, (morale?) della Lituania, in eterna rivalità con la capitale politica, Vilnius. Ma non fatevi strane idee, sono un marziano sul suolo baltico, e la mia conoscenza del contesto è bassa, frammentata, frutto di letture superficiali da turista che si fida del feticcio della propria guida (il libro, dico). L'utilità effettiva di queste righe, dunque, è prossima allo zero – se per caso nutrivate qualche speranza al rispetto. Vi avevo promesso che non sarei sparito come al solito, e quindi eccomi qui. Per dare in pasto alla blogosfera qualche istantanea, in ordine rigorosamente sparso. Più che fare un intervento volevo condividere un pensiero.

Dicevo che son qui da poco più di un mese. Il 7 maggio il risveglio molesto delle quattro di mattina mi ha portato, ancora una volta, ad Orio al Serio. Volo fino a Vilnius, un paio d'ore. La prima cosa da fare, varcata la soglia degli arrivi, è procurarsi valuta locale. Eccoci, signori, al di fuori della Zona Euro; ai margini dell'Unione Intergalattica Liberista Democratica dilaniata dalla Crisi. Là fuori è la Barbarie: Russia e Bielorussia avvinghiano infatti le proprie frontiere alla piccola Lituania, vassallo recente ed avamposto, oltre che dell'Ue, anche della Nato. Qui si paga pegno a cinquant'anni di occupazione sovietica: l'Occidente è l'Eldorado. O forse solo una spietata Dea Kali, che pretende - in cambio dell'ammissione al suo circolo esclusivo - il sacrificio umano dei soldati lituani in Afghanistan.
Messo piede fuori dall'aeroporto trovo ad aspettarmi un cielo di piombo e una temperatura non proprio amichevole, ma fa lo stesso: nel metro leggero che mi porta in centro guardo avido le immagini del paesaggio fuori dai finestrini. Periferia di palazzoni sovietici, certo, ma con un sacco di verde in mezzo. E in lontananza, la Torre della televisione: dove nel '91 i tank dell'armata rossa tentarono di schiacciare lo slancio verso la ritrovata indipendenza del paese.
Senza soluzione di continuità passo dalla stazione centrale dei treni a quella grigia e polverosa degli autobus interurbani, dove m'imbarco alla volta di Kaunas. Poco meno di cento chilometri, percorsi senza fretta in un'ora e mezza. Nello spazio tra le due città si alternano campi, propaggini di boschi, case sparse, prati con le vacche, villaggi, il paesaggio lievemente ondulato di cui sopra. Dev'essere un posto facile ed interessante da fare in bici.
All'arrivo trovo ad attendermi Nerijus dell'ong Deineta, che coordina il mio progetto Sve. Mi carica in macchina e mi porta alla sede, dove passerò la notte e che – in generale - sarà il mio punto di riferimento per tutta la durata della permanenza. Espletate una serie di formalità, non mi resta che andare a spasso per Kaunas. La città vecchia è fatta di costruzioni perlopiù basse, interrotte qua e là da torri e campanili degli edifici religiosi e civili; il nucleo originario si trova in un triangolo di terra alla confluenza di due fiumi – Neris e Nemunas. La città nuova mi appare nel complesso abbastanza grigia ed attraversata da ampi viali perpendicolari, dove scorrono senza sosta i veicoli e le vicende umane. Parlando di quella limitata porzione di città che ho visto, l'atmosfera è di un posto che pensa ai fatti propri, concedendo poco o nulla ai pochi turisti, indifferente ai vezzi estetici che si possono trovare nei centri di altre città europee. Un vistoso strappo alla regola è la lunga via pedonale – Laisvės Aleja, Viale della Libertà – zeppa di boutiques e di tavolini di localini tanto carini e tanto affollati di ragazzini fighettini. Comunque il giorno è tetro, freddo, umido di pioggia, e forse ha accentuato l'impressione di decadenza che s'incontra a tratti – anche in centro – tra edifici abbandonati, cadenti, crollati. E poi un'altra cosa: numerose scritte marchiano a caratteri verdi i muri della città: muri che parlano della Žalgris, squadra di basket locale, tra le più forti del paese e del vecchio continente, che a quanto pare suscita passioni che non riescono a stare confinate nelle teste e nelle domeniche dei tifosi. Non stupisce il fatto che uno stadio nuovo di zecca faccia bella mostra di sé sull'altra sponda del Nemunas, quella opposta alla città vecchia.
L'indomani mi portano finalmente a destinazione – Birštonas – dove metto piede nella biblioteca e prendo possesso dell'appartamento dove passerò i prossimi mesi. Per ora sono solo, senza coinquilini, perché Deineta non è ancora riuscita a trovare gli altri due volontari per il progetto nella casa di riposo di Prienai, cittadina confinante con Birštonas.

Birštonas è il classico posto dove non succede nulla, gli adolescenti si sbronzano (non ne ho ancora avuto la prova, ma è facile da immaginare) per poi scappare appena possibile. Poco più di tremila abitanti, un supermercato, una chiesa, due musei, una biblioteca, un centro culturale. Il tutto circondato per tre lati dalle ampie curve del Nemunas. Molti alberi. Molta acqua. Anche acque minerali, che ne rappresentano la risorsa-chiave: acque minerali che richiamano visitatori nei due centri termali, acque che vengono imbottigliare e vendute – l'unica manifattura del posto. Lo stemma del comune è – non a caso – una balena con lo sbuffo: lo sbuffo suppongo rappresenti appunto l'acqua minerale; e poi, tra fine Ottocento ed i primi del Novecento, una delle fonti sgorgava da una statua di pietra a forma di balena (vista in foto nel museo locale). Oggi la balena è stata ahinoi sostituita da due – decisamente più ordinari – chioschi in muratura, da dove si possono riempire liberamente taniche e bottiglie. A me personalmente, l'acqua miracolosa è parsa tanto salata quanto l'acqua di cottura della pasta; cosa che ho preferito non manifestare apertamente per non offendere l'orgoglio locale: la versione imbottigliata (acqua minerale Vytautas, dal 1924) te la offrono in molte occasioni come se fosse cocacola o aranciata. Il nome Vytautas deriva dall'omonimo granduca, personaggio di spicco della storia lituana, che si pensa abbia fatto costruire un castello di legno sulla cima di una collina di Birštonas, come pied-à-terre durante le sue battute di caccia nella zona.

La biblioteca in cui mi trovo a “lavorare” – bisogna dirlo – è una bella biblioteca. Non parlo solo della struttura (recente e luminosa) o dei servizi (prestito di libri e riviste, emeroteca, accesso a internet gratuito, rete senza fili), ma anche delle iniziative che organizza. E meno male – vien da dire – perché se non le organizzasse la gente di Birštonas si annoierebbe certamente molto di più. Nella sezione ragazzi, giusto per fare qualche esempio, una volta al mese c'è un laboratorio di pittura tenuto da una pittrice locale (ho partecipato anch'io, mi son divertito e l'anziana signora mi obbligava a mangiare dolcetti caramelle e cioccolatini ad intervalli regolari). Oppure dalla metà di giugno – cioè dalla fine della scuola per tutta la durata delle vacanze estive – si organizzano pomeriggi di letture all'aperto, ogni volta in un punto diverso del paese. Ci sono anche una serie di eventi pubblici – organizzati sempre dalla biblioteca – che scandiscono il corso dell'anno: tra inizio maggio ed inizio giugno si sono susseguiti il Giorno dell'Europa, la Primavera poetica e tre giorni di festa del paese. Il mio ruolo, in tutto ciò, è fare principalmente da bassa manovalanza: spostare cose pesanti, montare tendoni palchi e impianti audio, spostare sedie, andare di qua, andare di là. Per il resto del tempo aiuto le bibliotecarie nell'ordinaria amministrazione – prestiti, restituzioni, ordinare scaffali, pulizie mensili – tre giorni a settimana nella sezione ragazzi, due in quella adulti. I soldi per tutte queste cose vengono da un fondo statale, e – fortunatamente per le biblioteche lituane – questo fondo non sta soffrendo i colpi di forbice dell'austerità neoliberista, imposta altrove dai governi di banchieri e finanzieri. Comunque, secondo gli artisti ospitati durante la festa del paese, la biblioteca pubblica di Birštonas è un esempio di eccellenza a livello nazionale, tant'è che la sua direttrice è anche presidente dell'associazione nazionale delle biblioteche, il che spiega perché ogni tanto va in giro per convegni e la invitano a parlare alla radio o alla tivù. Per quanto mi riguarda, il semplice fatto che i ragazzini birštoniani passino i loro pomeriggi a cazzeggiare in biblioteca invece che all'oratorio o in luoghi analoghi legati a qualche chiesa, mi sembra già un buon punto di partenza. Non si sa mai, magari ogni tanto gli viene anche voglia di leggersi un libro.

La lingua è un elemento un po' problematico. Ce lo si poteva aspettare? Bah, in qualche modo sì. Intendiamoci, dai dodici ai trenta-trentacinque anni non c'è problema: chi più chi meno parla e capisce l'inglese. Se l'età sale, invece, tutti sono tranquillamente bilingui col russo, eredità del cinquantennio di occupazione sovietica. Ma solo pochi masticano un po' d'inglese e/o francese, per cui con la maggior parte del personale della stessa biblioteca ho un po' di problemi a comunicare. Quando poi mi son reso conto che per sopravvivere in negozi e mezzi di trasporto avrei dovuto imparare almeno un po' di lituano, mi ci sono messo di buzzo buono. Ma è una lingua totalmente nuova per me, e non mi sembra particolarmente facile. Concedetemi un momento di divulgazione pieroangeliana: il lituano appartiene alla famiglia delle lingue baltiche, non a quella delle slave come si potrebbe erroneamente credere. Quindi non c'entra niente con il russo o il polacco, ma nemmeno con l'estone, che invece è imparentato con il finlandese. L'unica lingua viva che si avvicina al lituano è il lettone, il che è tutto dire. Qualche linguista dice che il lituano è la lingua che ha conservato maggiori somiglianze con l'antico indoeuropeo, antenato comune di una buona fetta di lingue moderne parlate in Eurasia. Fine. E quindi nulla, seguo le mie lezioncine trovate provvidenzialmente in un sito internet e tento di comunicare alla maniera di Tarzan: io volere insalata, cetrioli, miele; molto buona verdura; quanto costare? Arrivederci, grazie.
C'è poi un risvolto secondo me cruciale nel vivere in un posto di cui non si conosce la lingua: la chiamo sindrome della bolla. Mi spiego: quando si sta in un posto nuovo, è interessante capire come funzionano le cose, osservare il contesto, e cose così. Ovviamente, ci sono vari livelli di profondità nel farlo. Certamente è importante quello più immediato: osservo il paesello dove abito e dove si svolge la mia esperienza di tutti i giorni, parlo con chi ci abita, partecipo agli appuntamenti che scandiscono la vita della comunità. Ma – se si vuole andare appena appena oltre – ecco che serve la lingua: senza la lingua non si possono leggere i giornali, guardare la tivù, rendersi conto del dibattito pubblico e delle dinamiche che si muovono in una realtà sociale. Dato che mi manca lo strumento della lingua, la mia attenzione a questo livello si rivolge altrove, cioè all'iTaglia e – in misura minore – alla Spagna. Il che è paradossale: sto a migliaia di chilometri di distanza, ma ascolto spasmodicamente i podcast di Radio Popolare, leggo le pagine web di quotidiani, riviste, scrittori, organizzazioni politiche, movimenti sociali italiani e spagnoli. Seguo l'evolversi della Crisi, mi metto un giorno sì e l'altro pure le mani nei capelli, però ignoro completamente quel che succede in Lituania o in questa porzione d'Europa. Per questo mi sembra di vivere in una bolla spaziale: con il corpo sono qui, ma con la testa altrove. Aš gynenu mano burbule (io vivo nella mia bolla).

Arrivato a questo punto, come concludere questo primo bollettino mensile? Ha senso voler concludere un resoconto parziale di qualcosa che è appena cominciato? Probabilmente no. Per ora mi sento di dire che Birštonas – a metà strada tra il villaggio dei puffi e la Fortezza Bastiani – è quel buco di culo del mondo che cercavo per fare qualcosa di interessante (o per fare qualcosa tout court?). Ma – nel frattempo – cerco anche di pensare. Pensare alle cose che (mi) succedono, pensare alle prossime mosse (o almeno cominciare a pensarci). Tracciare bilanci? Partorire piani d'attacco? Limare strategia e tattica? Non ce l'ho molto chiaro. Forse la cosa più simile è la scrittura di una commedia (una tragi-commedia?), per uno e più personaggi, con e in cerca di autore, sullo sfondo dell'Europa della Crisi. Ma – forse – voler scrivere una commedia è solo frutto di una certa arroganza – almeno prima di arrivare nel mezzo del cammin di nostra vita: prima di scrivere c'è tanto da fare, da leggere, da vivere, da cambiare. Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è quindi eccellente?

Ci sentiamo tra un mese. Saluti dalla Fortezza Bastiani.