sabato 24 novembre 2012

Bollettino n.6 - Ottobre

Il mese d’ottobre comincia che sono ancora a Compostela, con le ultime propaggini dell’estate che stentano ad andarsene e a lasciare il posto all’autunno. Alle nove di sera del primo giorno del mese salgo su un aereo, a mezzanotte scendo dal bus al capolinea della metropolitana. È lunedì sera, non c’è anima viva e la periferia è di una bruttezza sconfortante, resa ancora più brutta dal contrasto stridente col ricordo - ancora fresco - della bella città antica, bella di muschio e di granito. Mi fermo in casa dei miei giusto il tempo di dormire, disfare e rifare lo zaino, tagliarmi i capelli con la macchinetta. Si torna in Lituania, ma stavolta insieme a mammà e papà, che vengono a passare una settimana di vacanza. Inutile dire quanto mi sembri strana la cosa, dato che l’ultimo viaggio di questo genere risale a ben più d’un lustro fa.

La settimana passa velocemente. Non particolarmente comoda, ché l’appartamento è quello che è e mi tocca dormire per terra, e tocca condividere gli spazi coi coinquilini. Si approfitta dell’automobile presa a noleggio per gironzolare per i principali siti turistici del paese e per mangiar fuori. Tutto bene, insomma.

Salutati i miei la vita birštoniana torna alla consueta routine. Si percepisce il cambio di stagione, le temperature scendono, il riscaldamento centralizzato del brutto palazzone sovietico dove abito non è ancora acceso.

La routine viene rotta - presumibilmente per l’ultima volta - dal secondo ‘corso’ di formazione obbligatorio dell’agenzia lituana dello Sve. Come il primo, si tiene in un’amena casa vacanze in riva ad un lago, circondata dal verde. Continuo a non capire perché mi obblighino a passare tre giorni condividendo cose strettamente personali (pensieri, emozioni, valutazioni, ecc) con dei perfetti sconosciuti con cui normalmente avrei difficoltà a berci un caffè assieme. Ma tant’è. Mi limito a mettere in piazza il minimo indispensabile come lo studente pigro che punta al suo sei. Diciamo che il disagio viene compensato dal posto e dal cibo (che ci danno tipo cinque volte al giorno, come fossimo i molli inglesi vituperati dal pelato di Predappio). A ‘sto giro - poi - il ‘formatore’ è una specie di bambinone intrappolato nel corpo di un orso bruno, che gira in maglietta e sandali nonostante ci siano una decina di gradi all’aperto. Il che sarebbe anche divertente, e lo è stato, finché non ha avuto la brillante idea di fare un’escursione in kayak. Accidenti a tutte le menate sull’istruzione informale! Se ci sono due quinti del gruppo che non sono mai saliti su un trabiccolo del genere e non sanno come si manovra, non è che ce li fai salire alla sperindio, confidando nelle virtù dell’apprendimento spontaneo. O almeno, io non funziono così, mannaggiacristo. Me le devi spiegare le cose nuove, voglio avere le idee chiare prima di cominciare. Aggiungete il fatto che il bamboccione irsuto ha pensato bene di sperimentare un nuovo pezzo di percorso (che è poi risultato essere più turbolento di quello conosciuto), che in autunno piove e i torrenti hanno più acqua, più corrente, più detriti. Beh, l’esito della miscela esplosiva è stato incastrarsi ripetutamente in tronchi e pietre, procedere a singhiozzo, e alla fine cascare in acqua e perdere parte del carico trascinato via dalla corrente. Uff.

Il 28 ottobre, domenica, mi alzo e sta nevicando, tutto è coperto da un sottile strato di bianco. C’entrarà con il novantesimo anniversario della marcia su roma? Chissà. Spero comunque che sui fascisti di oggi stia cadendo merda invece che neve. Sapete com’è, no, le affinità elettive... In ogni caso, poi la temperatura s’è alzata e la neve s’è sciolta, e fin adesso non ha più nevicato. Autunno mite, dice il mio mentor scrutando l’orizzonte come un tuareg nel deserto. Poi il suo sguardo torna allo schermo del computer, e continua a cercare pezzi di tromba su eBay.

Saluti dalla fortezza birštiani.

sabato 20 ottobre 2012

Bollettino n.5 - Settembre

Cari venticinque lettori, a conti fatti il settembre birštoniano non ha riservato grosse sorprese. L’autunno si è fatto vedere, la scuola è cominciata, la vita nella biblioteca è andata avanti come sempre, tra banco prestiti e club di italiano. A dire il vero, cominciavo ad essere un po’ stufo della routine. Meno male che ho fatto una pausa di un paio di settimane, alla fine del mese.

Ed è stato questo il vero evento di settembre: rompere la routine, rimettere il culo in strada, attraversare l’Unione da un capo all’altro, percorrere quattromila chilometri in due giorni, e finalmente arrivare a Compostela, finalmente rivedere M.

Come sempre, la Città Antica non ha deluso le aspettative. Il granito e il muschio, i vicoli e la luce arancione dei lampioni, i bar e le terrazze, la pioggia (poca, in realtà), las cañas y las tapas, gli amici e gli ex coinquilini, il churrasco nel barrio di Conxo. Gli scavi sotto la cattedrale, le leggende sul ritrovamento del Santo (ché tanto non ci crediamo). E - soprattutto - M. :).

Questo è quanto, dunque. E il resto son chiacchiere.

PS: Radio Bastiani n.2, la vendetta.



mercoledì 12 settembre 2012

Bollettino n.4 - Luglio

Luglio-col-bene-che-ti-voglio. Dopo due mesate di condizioni atmosferiche non proprio entusiasmanti, arriva l’estate. E con l’estate arriva anche M., che viene a trovarmi per quasi un mese - percorsi quasi quattromila chilometri, sfidate le difficili connessioni aeree tra penisola iberica e Lituania. Inutile dire che sono felice come una pasqua, con le mura della fortezza Bastiani che si tingono improvvisamente di rosa :). La routine birštoniana - fatta di sei giorni a settimana in biblioteca e di convivenza con una coinquilina che si fa i fatti suoi - ecco, quella routine va felicemente in pezzi. Recuperiamo gli orari iberici dei pasti, facciamo tappa nel chioschetto dietro casa per birrette accompagnate da pane tostato all’aglio, ma - soprattutto - gironzoliamo in lungo e in largo per il paese (spingendoci fino a Riga, capitale della vicina Lettonia). I giorni e le settimane volano.


Posto che è difficile e noioso mettersi lì a fare un elenco dei posti visitati, mi limiterò - per vostra fortuna - ad una specie di ‘best of’, rigorosamente in ordine sparso.

Comincio con Riga, che è stata una vera sorpresa, al punto che Vilnius m’è sembrata a posteriori la cugina povera della situazione. Ovviamente, nei pochi giorni di permanenza ci siamo limitati al centro storico (pieno di turisti) e poco oltre. Perciò se qualcuno ha qualcosa da aggiungere, che smonti i miei facili entusiasmi. Comunque, l’impressione che se ne ricava è quella di una città globale ed in piena ebollizione. Andateci, se potete.

Križių Kalnas, letteralmente ‘Collina delle croci’. Un monticello traboccante di croci di tutti i materiali e le dimensioni. Ieri, simbolo del kattolicesimo ribbelle ai tempi dell’occupazione sovietica. Oggi, meta di pellegrinaggio: tutti sembrano morire dalla voglia di piantare la propria croce. Se non ve la siete portata da casa, potete tranquillamente comprarla nei negozietti in loco. Bisognerebbe suggerire ai disoccupati ‘tagliani di andarci ed aprire una bottega di statue di padre pio, sicuro che c’è da sbarcarci il lunario. Insomma, il tutto è agghiacciante, ma assolutamente da vedere.

Penisola di Curlandia. È sicuramente la cosa migliore vista finora in Lituania. Si tratta di una stretta striscia di terra che divide il Baltico dall’omonima laguna, ed è un parco nazionale con dune tipo sahara e uccelli acquatici e alberi e tutte quelle cose lì. Fino agli anni Venti (cioè fino all’indipendenza del paese) era territorio tedesco: Thomas Mann aveva una seconda casa qui, e la vecchia Konigsberg (oggi capitale dell’enclave russa di Kaliningrad) è relativamente poco distante.

Trakai. Nel medioevo era la capitale del granducato di Lituania, prima di Vilnius. Sembra un parco a tema, tanto è pittoresca: il castello dei granduchi (ricostruito praticamente da zero negli anni cinquanta) spunta su un’isoletta in mezzo a un lago.

Vilnius è decisamente una capitale europea (vale lo stesso discorso fatto sopra per Riga, eh). Il centro tirato a lucido, manciate di chiese, mandrie di turisti, ristorantini, baretti, ostelli. Piacevole. Peccato solo non essere riusciti a vedere - maledetto risposo settimanale del lunedì! - il museo dell’occupazione. Impressionanti i blocchi di cemento armato fuori dal parlamento, lasciati lì per ricordare le barricate fatte dalla gente comune per difendere i punti nevralgici del rinato stato indipendente dai carri armati sovietici, nel gennaio 1991.

Ah, quasi dimenticavo: ho cominciato il corso di lituano incluso nel pacchetto Sve. Ma nulla di che, quindi non ve ne parlo :).

Saluti dalla fortezza Birštiani.

martedì 11 settembre 2012

Radio Bastiani

Evabbe', settembre e' un mese un po' cosi' e mi vengono in mente delle ipotetiche colonne sonore. Percio' passatemi l'intermezzo musicale.

Risulta che ho scoperto per caso un gruppo elettro-pop islandese. Che e' terribilmente hipster (come si dice a Milano; in castigliano, lo stesso concetto e' reso - molto piu' efficacemente -  con il termine gafapasta, che significa grosso modo "occhiali con la montatura di plastica nera e spessa"; tale montatura e' una specie di uniforme per tutti quei giovani che si credono intellettuali; non a caso anch'io ne sono provvisto).

Vabbuo' (per citare l'inossidabile intellettuale 'tagliano Tonino Di Pietro), chiuse le divagazioni sociologiche, volevo solo dire che ci sono due canzoni che secondo me sono la colonna sonora di Birštonas. I testi surreali meritano di essere ascoltati con attenzione, sicche' ascoltateli, o miei venticinque lettori.

La prima canzone e' per i momenti malinconici in cui niente sembra accadere sulle rive del Nemunas.

La seconda e' per i momenti euforici in cui dalle rive del Nemunas partono viaggi mentali vero ben piu' miti lidi.

martedì 4 settembre 2012

Bollettino n.3 - Agosto

Si, lo so: il mese di luglio manca all’appello. È stato un mese bello denso di cose. Merito di M. che e venuta a trovarmi per quasi tutto il mese e ne abbiamo approfittato per viaggiare in lungo e in largo per il paese (e anche per fare una puntata oltre frontiera, nella vicina Lettonia). Siccome le cose da raccontare - come ogni viaggio che si rispetti - sono davvero molte, sono ancora lì che sedimentano, che fermentano in attesa dell’ispirazione per buttar giù un post che prevedo bello lungo.


Nel frattempo, mi viene più facile parlare dell’agosto duemiladodici appena concluso. 

Agosto è un mese che più statico non si può. O almeno così mi è sembrato finora, volgendo un rapido sguardo all’indietro. Agosto è il mese in cui è tutto chiuso, non succede un tubo, a Milano è aperto solo il Magnolia (che già dopo la terza volta che ci metti piede non ne puoi più). Di riffa o di raffa, nonostante avessi passato i mesi precedenti in giro per l’Europa, gli ultimi agosti son sempre rimasto lì nell’afa padana a fare la muffa. Invece quest’anno Birštonas, e un bel po’ d’incombenze legate alla biblioteca hanno reso tutto diverso. Al punto che a ferragosto non mi è mancata per niente la festa di Radio Popolare all’Idroscalo (mi scusino i non milanesi per questa fitta serie di riferimenti al ghetto della Milano di [pseudo]sinistra...).


La novità più grossa di questo mite agosto lituano è stata la mia nuova incombenza come volontario-sguattero nella biblioteca: il ‘club di lingua e cultura italiana’. L’idea non è stata mia, bensì della direttrice. Devo però ammettere che m’è piaciuta subito: un bel modo per tenermi occupato, cercare di smontare gli stereotipi pizza-mafia-madolino e mettere a nudo il marcio italiota che sta lì a suppurare da centocinquant’anni. Poi, vabbé, ci ho dovuto mettere in mezzo frasi di italiano per principianti, ma si sa che nella vita bisogna scendere a compromessi :). Sicché è quasi un mesetto che una volta alla settimana monto lo schermo, il proiettore, la lavagna coi pennarelli, metto le sedie in circolo e aspetto la mia dozzina di varia umanità birštoniana per l’ora e mezza di chiacchiere. Nella mia testa doveva essere una cosa superinterattiva, con dibattiti e partecipazione della gente. Purtroppo, questa non è mai un cosa semplice, anche perché - causa il mio basso livello di lituano - giocoforza la lingua veicolare dev’essere l’inglese. Per ora, dunque, ho dovuto ridimensionare l’idea iniziale e rendere la cosa un po’ più soft, parlando di città da visitare e di ‘stile di vita italiano’ (esiste?). Del resto, anche spiegare il rapporto degli ‘tagliani con la moka in casa e l’espresso al bar è qualcosa di tremendamente esotico in queste latitudini.


La seconda novità è stata l’arrivo del terzo abitante dell’appartamento tardo-sovietico dove abito. Un giovincello dai dintorni di Donosti, Paesi Baschi, che ha stravolto la mia tranquilla vita di tutti i giorni (e pure quella di Svietlana, fino a quel momento silenziosa ai limiti della regola monastica, ora parla fondamentalmente per mollarle al pischello almeno un cazziatone al giorno). Infatti, risulta che il giovane è un disastro. Non solo è un inutile funzionale, cioè incapace di districarsi nelle incombenze domestiche di base (che poco male, le lacune si possono colmare e le cose imparare). Il problema è che il ragazzo è una persona ultradipendente dagli altri, incapace - secondo sua stessa ammissione - di stare da solo (ossia di stare con se stesso, cosa che la dice lunga sul suo equilibrio personale). Morale della favola, adesso è come se avessi in casa a volte un cane e a volte un bambino molesto di sei anni. Prendo nota per il futuro: in casa mia né mocciosi né animali, al limite una piantina di basilico sul davanzale, per avere foglie fresche da mettere nel sugo.


Poi, vabbé, le cose di sempre. Anche il sabato in trincea dietro al banco prestiti, una rassegna di concerti all’aperto tutto il mese (media di uno alla settimana), passeggiate domenicali/festive nei dintorni semidisabitati del villaggio.


Saluti dalla fortezza Birštiani.

giovedì 2 agosto 2012

Bollettino n.2 - Giugno


Il secondo mese a Birštonas passa senza eccessive sorprese. In biblioteca continuo a fare quel che stavo facendo, ma senza la regolarità che aveva scandito le prime settimane. Luglio è infatti un mese di ferie per alcune delle lavoratrici della biblioteca. Vengo perciò promosso sul campo e divento una specie di jolly: sostituisco chi di volta in volta va in vacanza. Provo anche l’ebbrezza dell’ignoto: nulla viene pianificato, arrivo la mattina in biblioteca e solo allora scopro dove passerò la giornata. La caratteristica dello scarso preavviso la ritroverò anche in un’altra questione. Ma andiamo con ordine.

A rompere la routine ci pensano alcuni avvenimenti. Per esempio una gita con i vecchietti del paese sulle tracce di Maironis, il prete-poeta simbolo del patriottismo lituano all’epoca dell’occupazione zarista, immortalato sulle banconote de venti litas, di cui quest’anno ricorre il centocinquantesimo anniversario della nascita. Passo un’intera giornata su e giù dal torpedone, macinando chilometri e mangiando i manicaretti che le nonne mi offrono in continuazione. Passiamo per il memoriale e la casa-museo a Kaunas, la casa di campagna della famiglia dove Maironis passava le estati, poi - improvvisamente - visitiamo la versione lituana di Fatima, un giga santuario costruito attorno alla roccia dove nel seicento apparve la madonna ad alcuni pastorelli. Guarda caso fu la scusa per cacciare a pedate dal contado la folta comunità calvinista che vi si era installata grazie alla protezione di un signorotto locale. Evabbé. C'è pure una statua di papa Wojtyla, ahimè. Che la gita avesse un connotato troppo cattolico per i miei gusti di ateo ed apostata, me ne sono accorto alla prima tappa, conclusasi con una preghiera alla buonanima di Maironis. D’accordo - mi son detto - si sa come sono i vecchietti, specie in un paese dove per cinquant’anni il culto e’ stato proibito (non c'è modo migliore per rafforzare qualcosa che vietarlo, dice il buonsenso). Alla gita partecipa anche l’anziano prete del paese, che una parentesi se la merita. Alla prima occhiata sembra solo un grasso prete ottantenne come ce ne sono tanti in giro per il mondo. Poi, però, attacca bottone e scopro che parla italiano: ha vissuto una decina d’anni a Roma - tra i Cinquanta e i Sessanta - studiando in seminario dopo essere fuggito dalla repubblica socialista sovietica di Lituania e dalle grinfie di zio Stalin. Dopodiché s’imbarca per l’Ammerica, Detroit, dove rimane fino a due anni fa, quando torna in Lituania. Ovviamente, è felice come una pasqua per aver trovato qualcuno con cui fare pratica di italiano, e coglie tutte le occasioni utili per chiacchierare. Alla fine, mi invita anche a passare ogni tanto da casa sua - naturalmente la più bella della piazza centrale del paese - cosa che mi guarderò bene dal fare. Si diceva, è comprensibile che i vecchietti siano religiosi. Un po’ meno lo è il fatto che siano religiosi pure i giovani. Almeno, il cinquanta per cento dei giovani presenti alla gita. Oltre a me, infatti, c'è la figlia di una delle bibliotecarie, una venticinquenne reduce da un periodo passato a lavorare in Gran Bretagna. Arrivati all’altezza della statua di Wojtyla mi chiede se sono credente. Le rispondo che no, mi sono sbattezzato sei mesi fa e detesto la kiesa kattolika. Lei si fa seria e mi dice che anche lei non era credente, poi ha cambiato idea perché - testuali parole - le “è successo un miracolo”. A quel punto mi metto a guardare la punta delle scarpe. Si affretta ad aggiungere - con un certo sollievo da parte mia - che la maggior parte dei giovani lituani secondo lei non è interessata alla religione. Decido che non è il caso di farle altre domande.

Un secondo avvenimento che rompe la routine birštoniana sono tre giorni di formazione obbligatoria all’arrivo (sic), pagati dall’agenzia lituana dello Sve. L'utilità effettiva delle tre giornate - tra giochi di ruolo, powerpoint, disegni e momenti di riflessione comune - resta tutta da dimostrare, ma come vacanza non è stata male. In mezzo al niente - o meglio, in mezzo al bosco di un parco nazionale, non lontano dal confine con la Bielorussia - sulla sponda di un fiume, in una casetta di legno, e con una sauna a disposizione. A metà ottobre ci sarà la seconda puntata, la formazione obbligatoria di medio termine. Vedremo come va. Spero sia all'altezza della formazione all'arrivo, ça va sans dire.

Con mia grande sorpresa (e seccatura), una dei quattro partecipanti si è rivelata essere la mia nuova coinquilina. Nonostante ci fossimo scritti e-mail e sentiti per telefono per prendere accordi in vista della formazione, la gente dell’organizzazione di coordinamento si era ben guardata dall’avvisarmi. Nonostante un precedente. Un paio di settimane prima - infatti - apro la casella della posta elettronica e trovo l’e-mail di un’altra tizia, la quale mi avvisa che - l’indomani - sarebbe atterrata a Kaunas e che sarebbe stata la mia compagna d’appartamento. Inutile dire che l’e-mail risaliva alla sera precedente e che quindi la tizia sarebbe piombata a Birštonas da lì a poche ore. Casco dal pero e alla fine della giornata in biblioteca - visto che ufficialmente non sapevo ancora niente - chiamo l’organizzazione. Sorpresa: la futura coinquilina ha perso l’aereo, quindi non si sa quando riuscirà a venire. Rispondo che voglio assolutamente essere avvisato degli sviluppi. Sì sì. Dopo qualche giorno non so ancora nulla. Scrivo l’ennesima e-mail all’organizzazione. Altra sorpresa: alla fine la tizia cambia progetto, quindi resto solo fino a data da destinarsi. Ribadisco il fatto che mi piacerebbe sapere con congruo anticipo quando avrò dei coinquilini. Sì sì. Passano i giorni, arrivo alla formazione senza sospettare niente e mi trovo davanti una ragazza ucraina (Svetlana) che - subito dopo essersi presentata - mi dice: “Ah, noi vivremo insieme”. Arg! E il tizio dell’organizzazione, a cui avevo menato il torrone sul fatto di sapere le cose in tempo, era lì di fianco che si godeva la scena sorridendo. Avrei voluto strozzarlo. Invece, ho fatto buon viso a cattivo gioco e ho detto a voce alta: “Toh, che sorpresa, nessuno mi aveva avvisato”. In un primo momento avevo pensato che fosse la gente dell’organizzazione di coordinamento - oberata di lavoro - ad essere impresentabile e a farmi avere le informazioni col contagocce e all’ultimo momento. Poi, però, ho cominciato ad osservare la medesima tendenza - seppur con gradazioni diverse - in varie altre occasioni, soprattutto quando il padrone di casa passa dall’appartamento una volta al mese. Sono forse troppo rigido? Oppure mi trovo di fronte ad un tratto culturale? Oppure è un retaggio della mentalità burocratica sovietica?

A questo proposito – l’eredità culturale sovietica - durante la formazione sono venuti fuori degli spunti interessanti grazie alla formatrice dell’agenzia nazionale. Anche se troppo giovane per avere ricordi di prima mano (ha infatti ventinove anni), ha comunque cercato di raccontare il clima, l’atmosfera – invisibile e diffusa come un gas – che si respirava negli anni prima del crollo del blocco orientale, utilizzando i racconti di amici e famigliari. Metteva l'accento sul grigiore del conformismo imposto a suon di polizia politica e Siberia, minacce e controllo asfissiante. L'imperativo categorico era stare nei ranghi, non rompere le scatole ai superiori, non mostrare apertamente alcun atteggiamento critico – o anche minimamente creativo – nei confronti di quel pachiderma burocratico che dall'alto verso il basso controllava praticamente ogni cosa e lasciava margini di manovra inesistenti alle persone. Questa patina di conformismo graverebbe ancora sulle persone di mezza età, specie tra i funzionari pubblici, nati e cresciuti con quella forma mentis e troppo assuefatti per potersene staccare (curioso il fatto che un brunetta qualunque direbbe le stesse cose dei dipendenti pubblici italiani). L'adesione o meno alla mentalità burocratica sovietica – inoltre – rappresenterebbe una linea di frattura generazionale, profonda come una faglia sismica, con i giovani. Quel che sarebbe cambiato nelle generazioni post-sovietiche è il sistema di riferimento, le mappe mentali, gli orizzonti valoriali: oggi si guarda all'Europa (del nord), si va a lavorare in Gran Bretagna, in Scandinavia, in Germania, s'impara l'inglese, mica il russo. Nessuna Ostalgie, dunque, la nostalgia dell'Est che si osserva nell'ex Germania Democratica, che rimpiange la stabilità del lavoro e la certezza del welfare di prima dell'89. Qui – perlomeno tra le persone adulte con cui ho parlato – si accettano di buon grado il liberismo aggressivo, le privatizzazioni, l'erosione dello stato sociale, la disoccupazione, l'emigrazione, perché appaiono come il prezzo da pagare per essersi sbarazzati di quella pesante cappa di piombo che era la vita sotto al socialismo reale. Meglio, molto meglio oggi, che si può importare dalla Germania una Mercedes di seconda mano, di ieri, quando ci si doveva mettere in lista d'attesa (di qualche anno) per poter comprare un'utilitaria lenta e pesante come un carro armato. Anche di fronte alla Crisi che scuote l’Unione Europea non sembra emergere nemmeno un abbozzo di pensiero critico, nemmeno un dubbio che forse non è tutto oro quel liberismo che luccica. Giusto a titolo d’esempio, l’unica formazione politica lituana assimilabile alla cosiddetta sinistra radicale nostrana ha una percentuale bassissima di voti e nessun eletto in parlamento. E un partito in ascesa - sedicente partito del lavoro - è in realtà un partito fondato da un milionario. Già, anche a me ricorda qualcosa. Intanto, l'attuale governo di centro-destra ha un primo ministro demokristiano. E ad ottobre ci saranno le elezioni politiche.

Saluti dalla fortezza bastiani.

domenica 10 giugno 2012

Bollettino n.1 - Maggio

Sono arrivato da poco più di un mese. Intendiamoci, non c'è nulla di epico da raccontare. Ho trovato quel che mi aspettavo: una tranquilla cittadina di tremila e rotti abitanti, circondata dalle pigre volute che il fiume Nemunas dà nel bel mezzo del paesaggio ondulato.

Siamo nella Lituania meridionale, a una quarantina di chilometri da Kaunas. Città che con più di trecentomila abitanti, è la seconda del paese. Una specie di Milano (giusto per richiamare grappoli di concetti familiari e per fare gli itagliani all'estero): capitale tecnologica, culturale, universitaria, (morale?) della Lituania, in eterna rivalità con la capitale politica, Vilnius. Ma non fatevi strane idee, sono un marziano sul suolo baltico, e la mia conoscenza del contesto è bassa, frammentata, frutto di letture superficiali da turista che si fida del feticcio della propria guida (il libro, dico). L'utilità effettiva di queste righe, dunque, è prossima allo zero – se per caso nutrivate qualche speranza al rispetto. Vi avevo promesso che non sarei sparito come al solito, e quindi eccomi qui. Per dare in pasto alla blogosfera qualche istantanea, in ordine rigorosamente sparso. Più che fare un intervento volevo condividere un pensiero.

Dicevo che son qui da poco più di un mese. Il 7 maggio il risveglio molesto delle quattro di mattina mi ha portato, ancora una volta, ad Orio al Serio. Volo fino a Vilnius, un paio d'ore. La prima cosa da fare, varcata la soglia degli arrivi, è procurarsi valuta locale. Eccoci, signori, al di fuori della Zona Euro; ai margini dell'Unione Intergalattica Liberista Democratica dilaniata dalla Crisi. Là fuori è la Barbarie: Russia e Bielorussia avvinghiano infatti le proprie frontiere alla piccola Lituania, vassallo recente ed avamposto, oltre che dell'Ue, anche della Nato. Qui si paga pegno a cinquant'anni di occupazione sovietica: l'Occidente è l'Eldorado. O forse solo una spietata Dea Kali, che pretende - in cambio dell'ammissione al suo circolo esclusivo - il sacrificio umano dei soldati lituani in Afghanistan.
Messo piede fuori dall'aeroporto trovo ad aspettarmi un cielo di piombo e una temperatura non proprio amichevole, ma fa lo stesso: nel metro leggero che mi porta in centro guardo avido le immagini del paesaggio fuori dai finestrini. Periferia di palazzoni sovietici, certo, ma con un sacco di verde in mezzo. E in lontananza, la Torre della televisione: dove nel '91 i tank dell'armata rossa tentarono di schiacciare lo slancio verso la ritrovata indipendenza del paese.
Senza soluzione di continuità passo dalla stazione centrale dei treni a quella grigia e polverosa degli autobus interurbani, dove m'imbarco alla volta di Kaunas. Poco meno di cento chilometri, percorsi senza fretta in un'ora e mezza. Nello spazio tra le due città si alternano campi, propaggini di boschi, case sparse, prati con le vacche, villaggi, il paesaggio lievemente ondulato di cui sopra. Dev'essere un posto facile ed interessante da fare in bici.
All'arrivo trovo ad attendermi Nerijus dell'ong Deineta, che coordina il mio progetto Sve. Mi carica in macchina e mi porta alla sede, dove passerò la notte e che – in generale - sarà il mio punto di riferimento per tutta la durata della permanenza. Espletate una serie di formalità, non mi resta che andare a spasso per Kaunas. La città vecchia è fatta di costruzioni perlopiù basse, interrotte qua e là da torri e campanili degli edifici religiosi e civili; il nucleo originario si trova in un triangolo di terra alla confluenza di due fiumi – Neris e Nemunas. La città nuova mi appare nel complesso abbastanza grigia ed attraversata da ampi viali perpendicolari, dove scorrono senza sosta i veicoli e le vicende umane. Parlando di quella limitata porzione di città che ho visto, l'atmosfera è di un posto che pensa ai fatti propri, concedendo poco o nulla ai pochi turisti, indifferente ai vezzi estetici che si possono trovare nei centri di altre città europee. Un vistoso strappo alla regola è la lunga via pedonale – Laisvės Aleja, Viale della Libertà – zeppa di boutiques e di tavolini di localini tanto carini e tanto affollati di ragazzini fighettini. Comunque il giorno è tetro, freddo, umido di pioggia, e forse ha accentuato l'impressione di decadenza che s'incontra a tratti – anche in centro – tra edifici abbandonati, cadenti, crollati. E poi un'altra cosa: numerose scritte marchiano a caratteri verdi i muri della città: muri che parlano della Žalgris, squadra di basket locale, tra le più forti del paese e del vecchio continente, che a quanto pare suscita passioni che non riescono a stare confinate nelle teste e nelle domeniche dei tifosi. Non stupisce il fatto che uno stadio nuovo di zecca faccia bella mostra di sé sull'altra sponda del Nemunas, quella opposta alla città vecchia.
L'indomani mi portano finalmente a destinazione – Birštonas – dove metto piede nella biblioteca e prendo possesso dell'appartamento dove passerò i prossimi mesi. Per ora sono solo, senza coinquilini, perché Deineta non è ancora riuscita a trovare gli altri due volontari per il progetto nella casa di riposo di Prienai, cittadina confinante con Birštonas.

Birštonas è il classico posto dove non succede nulla, gli adolescenti si sbronzano (non ne ho ancora avuto la prova, ma è facile da immaginare) per poi scappare appena possibile. Poco più di tremila abitanti, un supermercato, una chiesa, due musei, una biblioteca, un centro culturale. Il tutto circondato per tre lati dalle ampie curve del Nemunas. Molti alberi. Molta acqua. Anche acque minerali, che ne rappresentano la risorsa-chiave: acque minerali che richiamano visitatori nei due centri termali, acque che vengono imbottigliare e vendute – l'unica manifattura del posto. Lo stemma del comune è – non a caso – una balena con lo sbuffo: lo sbuffo suppongo rappresenti appunto l'acqua minerale; e poi, tra fine Ottocento ed i primi del Novecento, una delle fonti sgorgava da una statua di pietra a forma di balena (vista in foto nel museo locale). Oggi la balena è stata ahinoi sostituita da due – decisamente più ordinari – chioschi in muratura, da dove si possono riempire liberamente taniche e bottiglie. A me personalmente, l'acqua miracolosa è parsa tanto salata quanto l'acqua di cottura della pasta; cosa che ho preferito non manifestare apertamente per non offendere l'orgoglio locale: la versione imbottigliata (acqua minerale Vytautas, dal 1924) te la offrono in molte occasioni come se fosse cocacola o aranciata. Il nome Vytautas deriva dall'omonimo granduca, personaggio di spicco della storia lituana, che si pensa abbia fatto costruire un castello di legno sulla cima di una collina di Birštonas, come pied-à-terre durante le sue battute di caccia nella zona.

La biblioteca in cui mi trovo a “lavorare” – bisogna dirlo – è una bella biblioteca. Non parlo solo della struttura (recente e luminosa) o dei servizi (prestito di libri e riviste, emeroteca, accesso a internet gratuito, rete senza fili), ma anche delle iniziative che organizza. E meno male – vien da dire – perché se non le organizzasse la gente di Birštonas si annoierebbe certamente molto di più. Nella sezione ragazzi, giusto per fare qualche esempio, una volta al mese c'è un laboratorio di pittura tenuto da una pittrice locale (ho partecipato anch'io, mi son divertito e l'anziana signora mi obbligava a mangiare dolcetti caramelle e cioccolatini ad intervalli regolari). Oppure dalla metà di giugno – cioè dalla fine della scuola per tutta la durata delle vacanze estive – si organizzano pomeriggi di letture all'aperto, ogni volta in un punto diverso del paese. Ci sono anche una serie di eventi pubblici – organizzati sempre dalla biblioteca – che scandiscono il corso dell'anno: tra inizio maggio ed inizio giugno si sono susseguiti il Giorno dell'Europa, la Primavera poetica e tre giorni di festa del paese. Il mio ruolo, in tutto ciò, è fare principalmente da bassa manovalanza: spostare cose pesanti, montare tendoni palchi e impianti audio, spostare sedie, andare di qua, andare di là. Per il resto del tempo aiuto le bibliotecarie nell'ordinaria amministrazione – prestiti, restituzioni, ordinare scaffali, pulizie mensili – tre giorni a settimana nella sezione ragazzi, due in quella adulti. I soldi per tutte queste cose vengono da un fondo statale, e – fortunatamente per le biblioteche lituane – questo fondo non sta soffrendo i colpi di forbice dell'austerità neoliberista, imposta altrove dai governi di banchieri e finanzieri. Comunque, secondo gli artisti ospitati durante la festa del paese, la biblioteca pubblica di Birštonas è un esempio di eccellenza a livello nazionale, tant'è che la sua direttrice è anche presidente dell'associazione nazionale delle biblioteche, il che spiega perché ogni tanto va in giro per convegni e la invitano a parlare alla radio o alla tivù. Per quanto mi riguarda, il semplice fatto che i ragazzini birštoniani passino i loro pomeriggi a cazzeggiare in biblioteca invece che all'oratorio o in luoghi analoghi legati a qualche chiesa, mi sembra già un buon punto di partenza. Non si sa mai, magari ogni tanto gli viene anche voglia di leggersi un libro.

La lingua è un elemento un po' problematico. Ce lo si poteva aspettare? Bah, in qualche modo sì. Intendiamoci, dai dodici ai trenta-trentacinque anni non c'è problema: chi più chi meno parla e capisce l'inglese. Se l'età sale, invece, tutti sono tranquillamente bilingui col russo, eredità del cinquantennio di occupazione sovietica. Ma solo pochi masticano un po' d'inglese e/o francese, per cui con la maggior parte del personale della stessa biblioteca ho un po' di problemi a comunicare. Quando poi mi son reso conto che per sopravvivere in negozi e mezzi di trasporto avrei dovuto imparare almeno un po' di lituano, mi ci sono messo di buzzo buono. Ma è una lingua totalmente nuova per me, e non mi sembra particolarmente facile. Concedetemi un momento di divulgazione pieroangeliana: il lituano appartiene alla famiglia delle lingue baltiche, non a quella delle slave come si potrebbe erroneamente credere. Quindi non c'entra niente con il russo o il polacco, ma nemmeno con l'estone, che invece è imparentato con il finlandese. L'unica lingua viva che si avvicina al lituano è il lettone, il che è tutto dire. Qualche linguista dice che il lituano è la lingua che ha conservato maggiori somiglianze con l'antico indoeuropeo, antenato comune di una buona fetta di lingue moderne parlate in Eurasia. Fine. E quindi nulla, seguo le mie lezioncine trovate provvidenzialmente in un sito internet e tento di comunicare alla maniera di Tarzan: io volere insalata, cetrioli, miele; molto buona verdura; quanto costare? Arrivederci, grazie.
C'è poi un risvolto secondo me cruciale nel vivere in un posto di cui non si conosce la lingua: la chiamo sindrome della bolla. Mi spiego: quando si sta in un posto nuovo, è interessante capire come funzionano le cose, osservare il contesto, e cose così. Ovviamente, ci sono vari livelli di profondità nel farlo. Certamente è importante quello più immediato: osservo il paesello dove abito e dove si svolge la mia esperienza di tutti i giorni, parlo con chi ci abita, partecipo agli appuntamenti che scandiscono la vita della comunità. Ma – se si vuole andare appena appena oltre – ecco che serve la lingua: senza la lingua non si possono leggere i giornali, guardare la tivù, rendersi conto del dibattito pubblico e delle dinamiche che si muovono in una realtà sociale. Dato che mi manca lo strumento della lingua, la mia attenzione a questo livello si rivolge altrove, cioè all'iTaglia e – in misura minore – alla Spagna. Il che è paradossale: sto a migliaia di chilometri di distanza, ma ascolto spasmodicamente i podcast di Radio Popolare, leggo le pagine web di quotidiani, riviste, scrittori, organizzazioni politiche, movimenti sociali italiani e spagnoli. Seguo l'evolversi della Crisi, mi metto un giorno sì e l'altro pure le mani nei capelli, però ignoro completamente quel che succede in Lituania o in questa porzione d'Europa. Per questo mi sembra di vivere in una bolla spaziale: con il corpo sono qui, ma con la testa altrove. Aš gynenu mano burbule (io vivo nella mia bolla).

Arrivato a questo punto, come concludere questo primo bollettino mensile? Ha senso voler concludere un resoconto parziale di qualcosa che è appena cominciato? Probabilmente no. Per ora mi sento di dire che Birštonas – a metà strada tra il villaggio dei puffi e la Fortezza Bastiani – è quel buco di culo del mondo che cercavo per fare qualcosa di interessante (o per fare qualcosa tout court?). Ma – nel frattempo – cerco anche di pensare. Pensare alle cose che (mi) succedono, pensare alle prossime mosse (o almeno cominciare a pensarci). Tracciare bilanci? Partorire piani d'attacco? Limare strategia e tattica? Non ce l'ho molto chiaro. Forse la cosa più simile è la scrittura di una commedia (una tragi-commedia?), per uno e più personaggi, con e in cerca di autore, sullo sfondo dell'Europa della Crisi. Ma – forse – voler scrivere una commedia è solo frutto di una certa arroganza – almeno prima di arrivare nel mezzo del cammin di nostra vita: prima di scrivere c'è tanto da fare, da leggere, da vivere, da cambiare. Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è quindi eccellente?

Ci sentiamo tra un mese. Saluti dalla Fortezza Bastiani.