martedì 10 gennaio 2017

Hinterlandia 3 - Scopare, drogarsi, fare gli scontri

Book bloc in azione: con la cultura non si mangerà, ma almeno ci si protegge dalle manganellate


Hinterlandia, 5 gennaio 2017
Dai diari di un giovane Umberto

 
"Scopare, drogarsi, fare gli scontri".
Improvvisamente, e senza ragione plausibile, sbuca dai meandri della memoria una frase letta anni fa, forse durante un'occupazione in università, forse tracciata a vernice spray su un muro, non ricordo più bene. Anni a non pensarci, e rispunta fuori così. Bizzarri giochi della memoria. Credo che a suo tempo riuscì a strapparmi un mezzo sorriso, giacché mi sembrava una buona sintesi - per quanto grezza - di quello che stavamo vivendo. O almeno, quello era il lato 'desiderante' della faccenda - per usare un lessico di qualche decennio fa. Incredibile come cambino le percezioni: perché oggi - a dirla tutta - questa frase da muro mi sembra un'asfittica dichiarazione di vitalismo piccolo-borghese, non so se rendo l'idea. Forse sono invecchiato (male), ma l'enfasi desiderante finisce per irritarmi. Si ma dopo? - mi vien da chiedere all'ignoto autore. Sì, ma con quale programma? Sì, ma l'organizzazione che continua al di là delle fasi di esplosione di un movimento giovanile? Sì, ma le fottute conseguenze delle tue azioni da super-giovane? Odio incagliarmi in questi ragionamenti, ché tende a venirmi un certo tono paternalista da reduce di 'sto cazzo. Se fossi il me stesso di dieci anni fa mi manderei senza indugi a quel paese.

A pensarci bene, però, "Scopare, drogarsi, fare gli scontri" si può leggere in molti modi. A questo punto della mia vicenda personale, e poi ancora a questo punto della storia dei paesi periferici dell'Unione Europea, oggi, agli albori dell'anno di grazia Duemiladiciassette, dicevo, per me la frase in esame è un sintomo. Sintomo di una dannata fiducia nel futuro che noi allora si aveva. Chiaro che la mia opinione richiede lo sforzo di andare oltre il significato letterale delle parole: paiono infatti un inno al presente e al manifestarsi di esuberanza giovanile. Ma quell'esuberanza e quella ricerca di emozioni forti nel qui e ora non erano dovute all'opprimente mancanza di prospettive, non erano una versione riveduta e corretta del "No future!" dei punk della prima ora. Tutt'altro. Affondavano le radici nel non preoccuparsi eccessivamente del domani, certi che - in un modo o nell'altro - ciascuno di noi figli ribelli della classe media avrebbe trovato una sua collocazione nel mondo. Con i libri del Subcomandante Marcos nella libreria del nostro appartamento di proprietà, il caffè del commercio equo in dispensa, le scarpe in ecopelle per rispettare le altre specie viventi, il conto in Banca Etica e magari i figli iscritti alla scuola steineriana da settembre a giugno e spediti tre mesi d'estate a fare woofing nelle aziende agricole bio.

Venne poi la crisi dei mutui subprime, il fallimento di Lehman Brothers, e poi ancora i salvataggi pubblici alle banche, la crisi del debito sovrano e l'era arcigna dell'austerità. E così, caddero a terra pezzo per pezzo il welfare state, i risparmi dei nostri genitori, le conquiste del movimento operaio del Novecento e soprattutto le nostre aspettative, ulteriormente peggiorate dopo il limbo militante dell'università e il duro impatto con il mercato del lavoro (di merda).
E qui mi fermo.

[Qualche ora dopo]
Ho riletto quanto scritto sopra e mi sono annoiato a morte. Egregio dottor Umberto Qualsiasi, sembra mio nonno in vena di anatemi. Suvvia, leggi un libro, smonta un post razzista su Facebook, sfotti i grillini, elargisci pillole di macro-econonia a qualche tecno-buzzurro, ma smettila di rompere i maroni con questi discorsi, grazie, ché al massimo servono a macerarti nel tuo cattivo umore pomeridiano. Oltretutto, recarsi alla biblioteca comunale di Hinterlandia per meditare e scrivere in pace, per poi ritrovarsi in una sala studio satura di post-adolescenti ed effluvi di ascella, non ha prezzo. Per tutto il resto: accettate buoni pasto?

martedì 27 settembre 2016

Giocolieri di parole 7


Come il maestro Raymond Queneau, anche noi ci siamo cimentati con gli esercizi di stile. Partendo da un breve testo del signor Franz Kafka abbiamo tentato delle variazioni stilistiche sul tema.
 
 
Guardando distrattamente fuori
Che faremo di queste giornate di primavera, che ora arrivano sempre più presto? Stamani il cielo era grigio, ma se si va ora alla finestra, si è sorpresi e s’appoggia la guancia alla maniglia della finestra.
In basso si vede la luce del sole che già declina sul viso di una fanciullesca ragazza, che se ne va così, e si volta – e insieme si vede l’ombra di un uomo, che procede più veloce dietro a lei.
Poi l’uomo passa e il volto della bimba è tutto splendente. 
Franz Kafka
 
 
*** 

Stile Fascistissimo
Finalmente - con la compiaciuta benevolenza di sua eccellenza il cavalier Benito Mussolini Duce del Fascismo - la primavera è giunta sulle italiche terre! Le rapide giornate scalpitano per destare sempre più presto le operose genti della Penisola.
Stamani, un cielo disfattista incombeva plumbeo, ma il gagliardo Spirito della Nazione ha indotto l'indolente sole africano a uscire dalla sua capanna di fango e sterpaglie. La sorpresa colora le gote dei valorosi Balilla e delle Piccole Italiane, che s'accalcano festosi ai davanzali delle finestre a salutare l'astro fiammeggiante.
Sul romanissimo acciottolato della strada risplende quell'ultimo sole che si appresta a godere del meritato riposo. Spunta una giovane figlia del popolo, e dietro a lei un virile esemplare di maschio
fascista avanza a grandi falcate. Superata la fanciulla, il di lei viso è scosso da copiosa e patriottica meraviglia!

 
[A scanso d'equivoci, si tratta di un esercizio di stile con un chiaro intento parodistico. Chi scrive è convintamente antifascista].



lunedì 26 settembre 2016

Giocolieri di parole 6

Personalmente, ritengo che inventare incipit sia uno dei giochi più divertenti che si possano fare con la scrittura. In questo esercizio dei Giocolieri di parole, ci siamo inventati di sana pianta l’incipit di un romanzo immaginario a partire dal vero titolo di un libro esistente.


***

Viaggio al termine della notte

Il quartiere era tagliato in due parti disuguali dai binari della ferrovia.
Noialtri - queste due parti - le si chiamava rispettivamente 'Mongolia interna' e 'Mongolia esterna'. L'unico punto di contatto tra le due Mongolie era il sottopassaggio di via Zafaronijl'kov che qualcuno chiamava enfaticamente 'galleria' ma che - a conti fatti - galleria non era di certo per via della lunghezza tutto sommato trascurabile. Ma come diavolo potevamo saperlo, del resto? La maggior parte di noi non si era mai granché allontanata dalle Mongolie, giusto qualche gita fuori porta a Pasquetta, o una manciata di domeniche noiosissime e inutili spese a trovare dei parenti. Quelli dei quartieri vicini ci chiamavano “i Mongoli”, e come potete immaginare, la faccenda ci irritava non poco. Circolava ogni tipo di storia su noi Mongoli: che allevavamo capre in cantina, che contrabbandavamo amuleti contro il malocchio, che smettevamo di lavarci per piantare cocuzze nella vasca da bagno. Tutte balle, naturalmente, ma che alimentavano in noi giovani tartari un desiderio irrefrenabile di riscatto.
Ecco, questa è la storia del primo dei mongoli che si spinse oltre i confini del quartiere. Il primo mongolo che osò far crollare le certezze di quel microscopico nostro mondo conosciuto. 


domenica 25 settembre 2016

Giocolieri di parole 5

Venne poi il turno del lipogramma, componimento letterario dal quale è totalmente bandita una lettera dell’alfabeto. Siamo partiti da un breve testo che poi è stato riscritto dribblando ogni parola con la vocale bandita (in questo caso la e).

Non era alta, ma lo sembrava, tanto la sua esile figura era ardita e slanciata. Era mora, ma si indovinava che di giorno la sua pelle doveva avere quel bel riflesso ambrato delle andaluse e delle romane. Anche il suo minuscolo piede era andaluso, perché era insieme costretto e a suo agio nella graziosa scarpina. Danzava, piroettava, volteggiava su un vecchio tappeto persiano, steso negligentemente ai suoi piedi; e ogni volta che roteando il suo volto radioso passava davanti a qualcuno, i suoi grandi occhi neri gettavano un lampo.
da Notre-Dame de Paris di Victor Hugo



***

Non appariva alta, ma ciò ingannava, tanto la sua smilza figura spiccava ardita, slanciata. Dotata di chioma mora, si indovinava un incarnato arricchito di giorno dalla graziosa sfumatura ambrata tipica di popoli natii di Andalusia o di Roma. In più, il suo minuscolo arto basso appariva andaluso: infatti, s'intuiva ingabbiato (alla pari a suo agio), infilato in una graziosa scarpina. Danzava, girava vorticosa, s'ondulava su un arcaico arazzo iraniano adagiato al suolo, buttato con distacco sotto alla fanciulla; ogni qual volta i vortici danzanti portavano il suo volto radioso davanti a qualcuno, i suoi grandi occhi oscuri mandavano un lampo.

giovedì 1 settembre 2016

Hinterlandia 2 - Voce narrante



Avendo assunto il compito (facile? Difficile? Chi lo sa?) di accompagnarvi in questo groviglio di storie, penso sia giusto dire qualcosa in più su di me. Come mi chiamo lo sapete già. Intendiamoci, non è nel mio interesse cercare fama o costruirmi chissà quale autorevolezza. Il mio ruolo qui desidero sia solo quello di raccogliere e selezionare storie: mi piace pensarmi come uno degli autori minori che tramandarono ai posteri le cronache del loro tempo. Detto ciò, ci terrei a darvi qualche coordinata in più per farvi un’idea su chi avete – metaforicamente – di fronte.

Potrei dire che coltivo la passione per il genere letterario distopico, che mi piacciono i gatti o che nel tempo libero mi diverto a scrivere incipit di libri che nessuno terminerà mai. Ma ho pensato di affidare una sommaria descrizione a due acrostici: componimenti le cui iniziali formano i miei nome e cognome. Per il primo ho scelto una serie di aggettivi che suppongo mi descrivano; per il secondo, invece, mi sono affidato a un micro-racconto.

Umile
Modesto
Barbuto
Erudito
Raffazzonato
Titubante
Osservatore

Quatto
Uggioso
Attento
Laterale
Scettico
Insonne
Antiquato
Scontroso
Irritabile

***

Un
Mattino
Bigio
Elettrico
Rumoroso
Tornai
Ove
Qualunque
Universo
Aveva
Lasciato
Storie
Incomplete:
Avrei
Scritto
Incipit.

mercoledì 31 agosto 2016

Hinterlandia - Cronache dall'Oltre-tangenziale



Bianchi Mariadele è la mia padrona di casa. Bianchi Mariadele Vedova Filippazzi, come si presenta lei stessa. La Vedova Filippazzi possiede un cane e un nipote. Il cane è uno yorkshire terrier, cioè uno di quei cagnetti molesti che abbiaiano in continuazione. Il nipote è forse peggio. Di nome fa Arturo e avrà a spanne otto anni. Capita a volte che la Vedova Filippazzi mi chieda di accudire il nipote di cui sopra, e allora mi tocca guardare con lui interminabili documentari a tema naturalistico. Oppure – ed è la parte peggiore – sottopormi a estenuanti sessioni di quiz di cultura generale. “Lo sai qual è il mammifero più veloce del mondo?” – chiede Arturo con la sua peculiare forma di pronunciare la erre. “No, non lo so” – rispondo vago per il mero gusto di punzecchiarlo. “Ma come, alla tua età non lo sai?!? E’ il ghepardo! Sei un po’ ignorante, eh”. Visto il personaggio, potrebbe stupire sapere che – quando Arturo scomparve misteriosamente – decisi di mettermi a cercarlo o quanto meno farmi un’idea su dove diavolo si fosse cacciato.

* * *
 
D’accordo, basta così. Chiedo venia per l’incipit dozzinale che avete appena avuto la sfortuna di leggere. Mi chiamo Umberto Qualsiasi e di mestiere – se così possiamo chiamarlo – faccio il ghostwriter, specializzato in quarte di copertina ed etichette di prodotti da discount. Il fatto è che la spinta creativa del mio lavoro è piuttosto scarsa, come forse avrete intuito. E quindi avrei deciso – non senza tentennamenti – di raccontare le storie e i personaggi che si incrociano qui a Hinterlandia, il posto in cui vivo, bigia località subito oltre la mefitica tangenziale che cinge il perimetro di Necropoli (capitale morale ed economica del paese). L’intento è narrare la stramba realtà che scorre da queste parti, una realtà che si rivela a volte più grottesca, a volte più tragica della finzione che potrebbe uscire dalla mia tastiera. 

mercoledì 13 aprile 2016

Giocolieri di parole 4

Potevano mancare delle filastrocche in un laboratorio di scrittura (ri)creativa? Certo che no. 
Questa parla di un corvo, ed è frutto di un primo lavoro collettivo di ricerca delle parole finali di ciascun verso: a partire appunto da corvo, si è cambiato una singola lettera per volta e trovato altri termini di senso compiuto (Torvo, torNo, ecc). Poi ciascuno hai inventato la propria filastrocca in versi ottonari, a partire dal primo, Una volta c'era un corvo.

* * *
Una volta c'era un corvo
svolazzava assai torvo.
Gracchia "Vado e dopo torno
non finisco certo in forno".
Ma non avea capito un corno
- dico io per tagliar corto:
ebbe l'ardir di fare un torto
a un pirata laggiù al porto.
Scagazzò sulla sua porta
gli mangiò anche la posta
gli sniffò tutta una pista
trangugiò tutta la pasta.
Il pirata gridò "Basta!"
chiamò la cumpa sua vasta
ed il corvo a quella vista
- spaventato e poi non visto -
vomitò tutto quel vitto
su di sé scaricò il mitto.
Con disprezzo a rabbia misto
- sbronzi i pirati di buon mosto -
di paura il corvo morto
si difendeva con un morso
che propagò letale morbo
aspro e duro come un sorbo
a preghiere e pianti sordo
perché un corvo non è un tordo.